Teatro Genova Altrove - Teatro della Maddalena Venerdì 30 maggio 2014

(S)Legati all'Altrove: storia di un miracolo

Mattia Fabris e Jacopo Bicocchi in (S)Legati
© I. Costanzo

Genova - «Siamo passeggiatori della montagna della domenica e attori. Un amico ci ha proposto un giorno questa storia e subito ci è venuto voglia di affrontarla, perché è una storia paradigmatica», esordisce Mattia Fabris, che racconta come insieme a Jacopo Bicocchi abbia costruito uno spettacolo teatrale, (S)Legati, dalla storia vera dei due alpinisti Joe Simpson e Simon Yates, diventata nota nella docu-fiction Touching the void (2003), in italiano La morte sospesa. Lo spettacolo, prodotto dalla Compagnia ATIR (Milano) è in scena all'Altrove venerdì 30 e sabato 31 maggio, ore 21, e chiude la prima stagione teatrale 2013-14 curata da Narramondo Teatro.

Al di là della forza tragica di questa storia, Mattia Fabris sottolinea la sua ricchezza e complessità. «Dentro alla vicenda vissuta da Simpson e Yates ci sono tutti gli ingredienti che ne fanno una storia epica: suspense, azione, analisi di vari aspetti umani, senza contare l'aspetto simbolico e metaforico nonostante si tratti di un fatto estremamente reale. L'idea di sfidare una vetta (Siula Grande - Ande peruviane) mai raggiunta da altri prima, l'amicizia e l'amore per la montagna, quindi il legame che mette in relazione questi due alpinisti è un fatto ma al contempo anche una metafora: delle relazioni, tutte, e dei legami. La montagna diventa la metafora del momento in cui la relazione è portata al limite estremo, in cui la verità prende forma, ti mette alle strette e ti costringe a tagliare, a fare quel gesto che sempre ci appare così violento e terribile, ma che invece, a volte, è l’unico gesto necessario alla vita di entrambe». 

È proprio il gesto di spezzare la corda che lega i due alpinisti e che, nella storia, non può che portarli entrambi alla morte, l'aspetto che più ha interessato Fabris e Bicocchi. «È un gesto drammaticamente reale e che può caratterizzare tutte le relazioni profonde. Quando infatti si arriva a uno stallo si ha paura di rompere il legame, di tagliare la corda che unisce, eppure tutte le volte che si trova il coraggio di farlo c'è una rinascita. Proprio come in questa storia, il gesto estremo porta alla salvezza insperata di entrambi gli alpinisti. A volta è la vita che ti aiuta a farlo. Oppure quando la mente è fuori gioco e si fa un gesto di questa portata senza poter badare alle conseguenze nell'immediato, per cui si fa e si è quasi spettatori di se stessi, perché è tutto legato a un estremo atto di sopravvivenza». 

Per costruire lo spettacolo, Fabris e Bicocchi hanno deciso di portare le prime letture nel teatro naturale della vicenda: i rifugi di montagna. «Una vera e propria tournée a piedi nelle Valli Orobie, le alpi intorno a Bergamo: di giorno camminavamo e la sera, arrivati al rifugio raccontavamo questa storia e il giorno dopo si ripartiva. Un progetto molto ben riuscito e del tutto sostenibile perché ben accolto dal CAI e perché ha permesso di raccogliere un po' di sponsorizzazioni. Così abbiamo coniugato due passioni: teatro e montagna. Senza contare che questa operazione ci ha permesso di portare questa storia fuori dal teatro anche in tante sedi CAI in Italia con una tournée che ad oggi conta 75 repliche in un anno e mezzo - che di questi tempi... - e molte sono le date ancora in programma. Il valore di questo spettacolo sta  anche nell'averci offerto la possibilità di recuperare il senso profondo di raccontare una storia e costruire così una comunità, riscoprendone il suo senso più antico». 

In scena, Fabris e Bicocchi alternano azione, narrazione e lettura rispettando la genesi del lavoro, con un impianto scenico ridotto al minimo, che rispetta anche la natura stessa del materiale originale - il libro scritto da Simpson nel 1988. «È una storia che è più forte nell'immaginazione che nella rappresentazione, per questo non ci siamo ispirati al film, avendo chiare le ragioni siamo partiti dal lì e tutto il resto è evocazione e non un mostrare. Come diceva Shakespeare, facciamo leva sull'immaginazione degli spettatori e ci basta poco, perché tanto non avrebbe senso mostrare la Siula Grande».

Fabris e Bicocchi avevano già lavorato insieme in due produzioni di Cristina Pezzoli, La fine di Shavuoth un testo di Stefano Massini e in Glengarry Glen Rose di David Mamet, e dopo questo fortunato progetto certo, ammette Fabris, «sarebbe bello raccontare un'altra storia di montagna, ma complessa come questa però». Tuttavia non la stanno cercando questa nuova storia perché «le storie si incontrano non si cercano. Sì, chiaro un po' ti devi predisporre a incontrarle, anche perché di storie di vette e di tragedie ce ne sono molte. Questa però ha una unicità straordinaria. Loro quella vetta la conquistano e tornano vivi». E poi deve essere di nuovo una storia epica con tutta la sua forza coinvolgente capace di riunire una comunità.

«Non credo che il teatro morirà, perché è uno di quei luoghi che può ancora garantire un incontro umano intenso a differenza di molti altri spogliati della loro funzione nel nostro contemporaneo. Il teatro rende possibile la relazione umana, crea vicinanza e dà la possibilità di indagare l'animo umano, che poi forse lo fa tutta l'arte, ma a teatro c'è l'incontro».

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