Teatro Genova Teatro della Corte Mercoledì 28 maggio 2014

Una coppia di poveri romeni che parlano polacco alla Corte

Matteo Sintucci, Valeria Angelozzi, Valentina Illuminati (foto di Patrizia Lanna)

Genova - Costruito come un lungo verbale depositato in un commissariato di polizia, Una coppia di poveri romeni che parlano polacco, della giovane autrice Dorota Masłowska (Polonia) è l'ultima mise en espace della XIX Rassegna di Drammaturgia Contemporanea, in scena alla Piccola Corte (Teatro della Corte - Stabile di Genova) fino a sabato 31 maggio 2014 (ore 20.30 - ingresso libero). Scritto nel 2002, dall'autrice che all'epoca aveva diciannove anni, Una coppia di poveri romeni che parlano polacco è un testo spiccatamente legato a un andamento narrativo molto più affine a quello di un romanzo piuttosto che alla dinamicità della parola in teatro - si tratti di monologhi o dialoghi. I personaggi, infatti, raccontano e agiscono una storia che gli è capitata o andrà in scena e che vede al centro due giovani autostoppisti male in arnese e trasandati nell'aspetto (Parcha, Matteo Sintucci e Dzhina, Valeria Angelozzi) - più straccioni che giovani hippie.

Da un lato gli spettatori sono chiamati a seguire una trama basata sullo strampalato e del tutto casuale viaggio di questi due personaggi - che non sanno dove sono e sanno quasi niente sul dove vanno. D'altra parte si è confrontati con la possibile versione della storia ovvero con la presunta verità dei fatti che però muta a seconda del narratore. Per cui ognuno tende a trasformare i fatti vuoi per scarsa memoria, vuoi per mancanza di onestà o semplicemente a causa di una psico-patologica incapacità ad affrontare la realtà, con il risultato che quanto rimane a verbale è forse ancora più finzione di quanto non avvenga sotto gli occhi degli spettatori - che potrebbe comunque essere semplicemente la versione di uno dei personaggi a nostra insaputa. Il meccanismo è interessante, ma è innegabile che sul palco ci sia una certa altalenanza nel ritmo - a tratti fiacco, altre volte scorrevole - per un racconto comunque forse innecessariamente troppo lungo. 

Per fortuna Marco Taddei, che cura la regia, gioca sulle voci e così si passa da un'atonicità marcata del poliziotto (Valentina Illuminati, anche nel ruolo de La barista e de La donna - quest'ultima a lei più congeniale) alla deposizione grondante sudore e paura di Davide Mazzella: il conducente, padre di famiglia/impiegato, che per primo offre un passaggio alla coppia di poveri romeni e dà avvio a tutta una serie di testimonianze rispetto a questi due personaggi-viaggiatori. E se il poliziotto di Illuminati legge, ovviamente, senza alcun trasporto emotivo il verbale, introducendo e anticipando quasi tutta la trama di eventi e personaggi, il conducente di Mazzella si caratterizza e molto sia nella narrazione, quando racconta al poliziotto, sia quando agisce - con coerenza - alcuni degli episodi creando a tratti un buon ritmo. Impegnato anche in altri ruoli - Wiesiek, Il vecchio, Polizia - Mazzella si produce in un'interessante trasformazione, mostrando una certa agilità camaleontica per cui, al di là dell'importanza della parte, riesce a dare ad ognuno dei suoi personaggi una sua verità e riconoscibilità fuori da troppi eccessi di caratterizzazione.  

Felice anche la scelta di far convivere sullo stesso spazio vari luoghi, simbolicamente generati con pochi ma chiari elementi, che si animano e si allontanano semplicemente nel momento in cui sono agiti e grazie a una serie di ben calibrati cambi luce - anche l'esterno, per così dire, ovvero lo spazio oltre il fondale, è utilizzato per i lunghi tratti a piedi e in solitudine dei due vagabondi in modo intelligente.

Nonostante viaggino in coppia; nonostante abbiamo lasciato qualcuno/qualcosa dietro di loro; e nonostante incontrino tante altre persone, Parcha e Dzina - la coppia, sì fa per dire, di poveri romeni - sono terribilmente soli e sembra che questa loro solitudine sia in verità una condizione umana contagiosa. Tutti in questo testo sono soli e allo sbando, tutti ugualmente impegnati a proteggersi e a sopravvivere. Tutti ugualmente armati contro un/a altro/a generico e completamente immersi in se stessi in un'aridità di rapporti che appunto solo un verbale di polizia può realmente restituire: non un racconto dunque ma una cacofonia di voci depositate come macerie, che parlano una sull'altra contraddicendosi magari, ma senza veramente mai entrare in dialogo o meglio in relazione e quindi restando in sé anche scarsamente godibili come narrazione. Non gliene importa niente a nessuno di nessuno. Ed è forse proprio questo il centro e il potenziale lato debole del testo.

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