Teatro Genova Teatro della Corte Mercoledì 21 maggio 2014

Vera, Vera, Vera: seconda mise en espace immatura

Un momento dello spettacolo Vera, Vera, Vera

Genova - Quand'è che si può dire che un testo di teatro straniero sia difficile? Senz'altro si possono avere molte idee in merito, ma è indubbio che alcuni testi possano risultare più difficili di altri, perché strettamente legati a un clima socio-culturale molto circoscritto e profondamente incardinato della cultura di provenienza. Si richiede non solo un ottimo lavoro di traduzione ma anche un'intensa pratica di adattamento e in teatro di drammaturgia scenica - e qui sarebbe certo interessante soffermarsi sul controverso concetto stesso di traduzione, ma anche di adattamento. Per Roman Jakobson tradurre significa interpretare, parafrasare, transcodificare, ecc.

Questa lunga introduzione per parlare del testo Vera, Vera, Vera di Hayley Squires, giovanissima drammaturga britannica, un play che, nella versione italiana di Giuliana Manganelli, è alla base della seconda mise en espace di quest'anno per la Rassegna di Drammaturgia Contemporanea, per la regia di Tommaso Benvenuti e l'interpretazione di cinque attori che frequentano il Master della Scuola di Recitazione Mariangela Melato dello Stabile: Giulia Eugeni, Luigi Bignone, Rachele Canella, Michele De Paola e Giovanni Malafronte. Lo spettacolo è in scena alla Piccola Corte (Teatro della Corte) fino a sabato 24 maggio, ore 20.30 (ingresso libero). 

Al di là delle difficoltà lessicali, di gerghi e idioletti che caratterizzando collocano anche i personaggi in contesti sociali ben determinati, per età e classe sociale, occorre sottolineare che Vera, Vera, Vera appartiene senza ombra di dubbio a una tradizione ben consolidata all'interno della drammaturgia britannica, legata alla scrittura che si dedica e spesso proviene proprio dal mondo degli/lle adolescenti e che in Italia - ahimè - non ha alcun paragone - salvo esperimenti amatoriali o progetti specifici soprattutto in chiave socio-terapeutica.

Insomma le premesse del testo ne fanno materia alquanto ostica, che sia regista che interpreti fanno fatica a gestire restituendo così un lavoro immaturo che manca in scorrevolezza e omogeneità, ma soprattutto non legge correttamente il macro-contesto sociale in cui la drammaturgia si colloca - assolutamente povero e degradato sia dal punto di vista umano che economico e intellettuale. Per cui quando si parla di droga e di gente di merda, misera e meschina, risulta stridente e poco convincente il vestito di tutto punto di persone che usano ovviamente un linguaggio volgare insistito e disinibito - vuoi adolescenti di un college o ventenni a casa loro. Linguaggio per altro volgare e povero di contenuti e di varietà, come smarriti e assenti a se stessi sono i personaggi. A complicazione si aggiunge quindi una scarsa coerenza tra universo evocato dal linguaggio e universo creato dagli interpreti sulla scena; senza contare che i due livelli della storia che si incrociano lo fanno sulla scena a costo di lunghi cambi scena che interrompono una volta di più una narrazione a incastro non originalissima, ma che ha ovviamente bisogno di giocare su una certa tensione.

I temi che implicitamente emergono sono interessanti e attuali: la scoperta dell'amore tra adolescenti con Romeo&Giulietta sullo sfondo come modello romantico ma anche irraggiungibile e forse persino troppo violento e negativo; i dolori che gli adolescenti vivono senza riuscire ad esprimere i propri stati d'animo né in famiglia né con i coetanei; il mondo della guerra e il partire soldati perché non si ha altra risorsa; la violenza in famiglia, per strada, a scuola, nei videogiochi; la vita gettata via tra sesso e droga. Giovani generazioni a confronto su un terreno umano fragile e superficiale che appartiene a tutte le culture, non solo a quella inglese, ma forse il mondo anglosassone e, forse, anche quello francofono e tedesco, ci hanno lavorato su da più tempo e in drammaturgia, come in letteratura, hanno già sperimentato tanto, con esiti molto interessanti, che noi dobbiamo forse ancora elaborare o accettare per poi mettere in pratica.

La miseria umana infatti è sempre più incalzante e di natura intellettuale - pochi sogni, valori, idee, ambizioni - piuttosto che prettamente economica. Chiaro che l'aspetto economico può renderla ancora più severa o dilagante. Il bisogno di rappresentarla a vari livelli e toccando varie generazioni è di sicuro un'urgenza di cui il teatro dovrebbe farsi carico e, come sempre, senza riproporci esclusivamente delle macchiette.

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