Teatro Genova Teatro della Corte Mercoledì 14 maggio 2014

Detto Gospodin di Mario Jorio convince tutti

Marco Falcomatà e Alice Giroldini in Detto Gospodin

Genova - Bello: parola inadeguata eppure calzante. Teatralmente ricco. Una drammaturgia attuale, frammentaria e statica, perché refrattaria al dialogo. Affascinante come la migliore delle storie raccontate ad alta voce, ma molto più di una narrazione orale: teatro. Due attori e un'attrice, giovani e promettenti, magistralmente guidati da un regista che conferma una volta di più tutta la sua capacità. Detto Gospodin (Genannt Gospodin), del drammaturgo tedesco Philipp Löhle, nella versione italiana di Umberto Gandini, è un'apertura più che felice per la XIX edizione della rassegna di Drammaturgia Contemporanea, alla Piccola Corte (in Corte Lambruschini), in scena fino a sabato 17 maggio (ore 20.30, ingresso libero).

Un testo esistenziale: un personaggio scandagliato da fuori e da dentro. Detto Gospodin si articola in lunghi frammenti narrativi, trasformati in piani sequenza cinematografici per sole parole e attore/attrice. Si appoggia precariamente su brevissimi dialoghi, quasi come in un romanzo, senza lasciare mai che questi prendano il sopravvento. Più racconto che teatro. Cosa succede? Poco. Eppure si superano i 20 cambi scena. Sparse scene agite, quasi flash di memoria, offrono ritratti potenzialmente insignificanti o meglio che ci restituiscono Gospodin - giovane alla ricerca di un'alternativa all'odiato modello capitalista - in relazione a una pluralità di figure: la moglie, gli amici, alcuni potenziali datori di lavoro, la madre; portandolo a ripetere sempre le stesse battute: Siete tutti dei leccaculo... il mio lama, maledetti quelli di Greenpeace... fuori dal mondo capitalistico... prendere capitalismo per le palle.

Fino alla definizione di un dogma personale da scrivere su una parete: Punto 1) andarsene è escluso; Punto 2) il denaro non deve essere necessario; Punto 3) rifiuto di ogni proprietà; Punto 4) libertà è non dover prendere delle decisioni. Ma è proprio questo il punto. Non è veramente Gospodin il protagonista. O meglio, è lui sulla carta, ma in verità sono tutti gli altri in re-azione a lui a catalizzare l'attenzione e a raccontare più che un essere umano, il ventunesimo secolo come giostra di esistenze vuote.

Con soli tre attori Giulio Della Monica, Marco Falcomatà (Gospodin) e Alice Giroldini (allievi Master della Scuola di Recitazione Mariangela Melato dello Stabile), il regista Mario Jorio crea un piccolo miracolo e ci tira o ci spinge in una corsa - ben ritmata, agile e ipnotica - sulle montagne russe dell'esistenza insignificante, incomprensibile, persino monotona di un'estremista senza estremi, di un'identità isolata che si definisce solo per negazione.

Gospodin è un perno, un pretesto, un capro espiatorio. Il suo esistenzialismo immobile, la sua resistenza al sistema inadeguata, il suo denigrare inefficace. Gospodin altro non è se non una cartina al tornasole che immersa o posta a contatto con il campione di cui si desidera conoscere l'acidità o l'alcalinità misura accidia, perversità, fobie, sogni infranti, ambizioni inutili, desideri frustrati di una affollata società moderna che sa esprimere scarsa diversità mantenendosi apparentemente plurale.

Il plurale di dodici personaggi per soli tre interpreti va in scena con una manciata di costumi, appoggiati su pali che rappresentano una moltitudine - in stoffe, fantasie, lunghezze e tessiture varie. Il plurale va in scena soprattutto con le tante voci tirate fuori dalla creatività di Giulio Della Monica Alice Giroldini, chiamati a realizzare tanti personaggi nonché due narratori - da cui entrano ed escono con vivace rapidità mentre indossano solo in parte i costumi. Il plurale che genera un'indecifrabile umanità è nelle tante musiche che accompagnano e punteggiano espressivamente la narrazione da Arvo Part ad un jazz duro e meccanico fino al cabaret musicale di Money, che diventa un'ottima occasione perfettamente calzante e simbolica intorno alla brama di denaro che sembra colpire tutti - senza contare quanto questo sketch di cabaret sia godibile sia per la vivacità degli interpreti che per la rottura del ritmo narrativo dominante.

In una parola è la regia a calcare su un comun denominatore plurale, lavorando con abilità su registri, toni, generi anche molto diversi - come spesso nel teatro di Jorio - che sanno però convergere verso il centro della drammaturgia, accordandosi in una perfetta esecuzione d'orchestra: ogni elemento suona in sintonia eppure resta anche autonomo. Luci puntuali che definiscono, circoscrivono o includono; costumi che sono scene e simboli - i tredici personaggi della storia appesi in alto e pronti a entrare in scena; una drammaturgia scenica che rompe la staticità del testo e lo proietta nella sfera del sonoro e dell'agito, con un evidente lavoro di interpretazione e di ricerca di musiche che sappiano essere espressive e non decorative. Precisamente delineate, le soluzioni sceniche restituiscono un impianto coerente e ricco di immaginazione: quel famoso poco da cui, appunto, si riesce a fare miracoli - impagabile una lista della spesa recitata (da Della Monica) come una cronaca sportiva, con la stessa eccitazione, pathos e crescendo di tifoseria che ne ribadisce la vacuità come in un contemporaneo much ado about nothing molto ironico.

Dicevamo, in scena va una società dove la fine delle ideologie è spiegata da un punto di vista prettamente umano, epico e affatto ideologico. Sì insomma un testo politico ma apolitico, in cui non si fa propaganda della fine delle idee, semplicemente si descrive un troppo pieno in cui anche chi si ribella, per così dire, non ha un granché da dire/offrire. Figlio di un tempo dove tutto è tramontato, Gospodin si accoccola nel paradosso.  Condurre un'esistenza paradossale che pretende di fare a meno dei soldi e di star fuori dal sistema impatta con l'idea più semplice: percorrere un marciapiede. Il marciapiede rappresenta un isolazionismo classificatorio difficile da sfidare se non a rischio della vita, impedisce a Gospodin di vivere la sua libertà, ma lontano da esso mette a rischio la sua vita per cui non gli resta che farsi rispedisce dentro il sistema da cui vorrebbe emanciparsi.

Se ogni falsità si può negare, se ogni evidenza è rivedibile, censurabile, ritrattabile allora è vero che l'unico strumento che resta per svelare ciò che nessuno riesce più a vedere è proporre un paradosso: il carcere come luogo di libertà, dove finalmente non si lavora per i soldi, ma per esprimersi; dove i soldi possono essere devoluti in beneficienza perché ai bisogni primari - cibo, tetto e cure - pensa l'istituto di pena; dove non è più necessario scegliere, ma se si vuole si può leggere un libro, uscire a prendere aria, non accettare visite. Mi chiedo se non sia più forte ancora, più rivoluzionario ancora di tanti altri, questo messaggio, oggi. Gospodin incarna il paradosso e ce lo rende leggibile, ma il suo affermare opinioni contro il credo comune non sorprende. E qui la riflessione si apre su un'epoca che avendo spettacolarizzato tutto si è svuotata di eccezionalità, di eroi, di stra-ordinario e dopo la grande abbuffata mostra ora il vuoto nella sua forma più brutale e sgomenta: un baratro su cui si affaccia correndo una massa incredula.

Il pubblico approva rapito. Prima osservando un acuto silenzio. Poi applaudendo ad ogni cambio scena. Il consenso è un anime. Non ci resta che augurarci presto altre regie di Mario Jorio.

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