Teatro Genova Teatro Duse Mercoledì 7 maggio 2014

Al Duse La mamma più forte del mondo

Un momento dello spettacolo La mamma più forte del mondo
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Genova - In La mamma più forte del mondo va in scena la famigghia - scusate il dialettismo, ma lo trovo più pertinente nell'accezione di condizione sociale che determina, lega, e ingabbia in varie direzioni mai univoche e sempre complesse. Come si legge nella versione in siciliano (n sicilianu) di Wikipedia: La famigghia è nu nzemi di pirsuni uniti d'un rapportu di xolito di parintela o anche di affinitati, speci lu nùcliu furmatu di lu patri, dâ matri e di li figghi, ca custituisci la stituzzioni suciali di basi dî sucità umani.

Tema da sempre portato sui palcoscenici da varie drammaturgie nazionali e no, di certo in Italia la famigghia è spesso percepita come un tutt'uno con l'identità nazionale, o almeno da chi ci guarda dall'ester(n)o, nel bene e nel male, e spesso associata direttamente alla figura materna, perciò nessuna sorpresa che continui ad essere oggetto di studio interpretativo - di recente a Savona è passato l'ottimo lavoro della compagnia Fibre Parallele, Furie de sanghe, in dialetto barese arcaico.

Portare al centro della drammaturgia la madre come unico genitore incontestato conduce questa immagine della famiglia matriarcale italiana a un punto ancora più interessante e affatto estremo. In scena al Duse fino all'11 maggio 2014, e diretto da Matteo Alfonso e Tommaso Benvenuti, La mamma più forte del mondo, kitchen drama scritto da Barbara Moselli (anche interprete accanto a Vito Saccinto e Orietta Notari), punta con decisione sui toni della commedia leggera e su un testo estremamente scarno, ma senza cancellare l'opportunità di guardare una volta di più a questo concetto di madre italiana divenuto stereotipo e che ha fatto il giro del mondo: figura onnipresente nella vita della prole, indipendentemente dall'età dei figli; figura onnipotente rispetto all'identità anche adulta di molti, capace di manipolare la progenie anche dopo l'uscita di questa dal nucleo familiare d'origine; figura legata al cibo e a un accudimento ossessivo che vizia e rende schiavi, perché rende i figli  (specie i maschi, ahimè) incapaci di gestirsi e di gestire anche le più piccole faccende della quotidianità domestica.

Si ride dunque, ci si immedesima in questa micro-storia appesa in un tempo e in uno spazio contemporaneo estremamente vaghi, dove l'unico punto di riferimento certo è Londra: l'eldorado della generazione attuale, ma forse di molte altre generazioni precedenti; luogo dove far carriera, realizzare i propri sogni, ma anche dove trovare se stessi, facendo i conti, più serenamente, con la propria diversità, anche sessuale. Su una scenografia fumettistica, estremamente coerente e funzionale (di Roberto Bivona e Stefania Cempini), dove anche gli oggetti a tre dimensioni sono restituiti al mondo bidimensionale - tracciandone con una calcatura i contorni in nero - i personaggi sono tipi più che figure a tutto tondo, ma come capita con alcuni personaggi del mondo dei fumetti, questo non toglie che possano essere espressivamente resi quel tanto che basta perché non siano macchiette, ma sappiano raccontare una e tante storie. Sorella e Fratello di fronte a Mamma non sono neanche identità con un nome proprio, perché in questo spaccato sarcasticamente divertito del nucleo intimo a cui appartengono (per origine e legame inestricabile), sono solo l'uno in funzione dell'altra vicendevolmente. Uscire è doloroso per Mamma, ma anche per Fratello e per la stessa Sorella. Uscire è spavento, solitudine, assenza di quel conflitto perenne casalingo che forse sa anche fare caldo. Uscire di casa sembra gesto liberatorio ma genera anche sensi di colpa verso Mamma e verso Fratello; fa sentire esclusi, da quanto Mamma e Fratello hanno deciso in autonomia o in absentia.

Barbara Moselli, che è autrice e interprete, si fa carico di questo testo anche in scena con la sua solita riconoscibile energia, ma anche una vena estremamente convincente di immediatezza, che le permette di fare uno scarto netto tra la prima e l'ultima parte di questo lavoro in quattro atti, lasciandoci godere anche la sua trasformazione in un soggetto debole e meno sfidante. D'altra parte Fratello di Vito Saccinto fa da cardine, anche se ripete sempre non tiratemi in mezzo - sia a livello drammaturgico che sul palco anche se la sua identità aiuterà ancora meglio a scoprire fino in fondo Mamma. In un gioco autoironico tra svenimenti e musi lunghi Orietta Notari presenta una mamma favolistica sia negli estremi negativi che in quelli positivi, ché le mamme che cominciano con quelle patologie sintomatiche, raramente rinsaviscono come in questa storia. Ma certo la trasformazione è di nuovo godibile.

Un'occasione per sorridere di un modello familiare ricorrente - una madre sola con i figli - che anche se statisticamente non assolutamente realistico, idealmente molto verisimile. Il pubblico ride in modo liberatorio e applaude.

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