Attualità Genova Giovedì 22 maggio 2014

Don Gallo: «Sogno il sacerdozio femminile»

Don Andrea Gallo e Laura Guglielmi al Cep nel luglio del 2011 per l'83esimo compleanno del Don
© Emilio Scappini

Il 22 maggio 2013 con la morte di Don Andrea Gallo Genova ha perso una delle sue lanterne. Don Gallo era una persona speciale e un prete unico, capace al contempo di ascoltare e di dare voce a chi non l'aveva, di camminare con gli ultimi e di rimbeccare i potenti, di predicare una Chiesa più evangelica e aperta a tutti, senza dimenticare la necessità di uno stato laico e democratico. 

A un anno della sua scomparsa, abbiamo deciso di ricordarlo pubblicando una sua intervista, rilasciata a Laura Guglielmi nel dicembre del 1995 per la rivista Marea, all'interno della rubrica Delfino. Già vent'anni fa Don Gallo si dimostrava apertissimo su temi che sono di attualità ancora oggi: dall'emancipazione della donna al sacerdozio femminile, dalla necessità di un superamento dei generi per un'unità della persona alle battaglie perché la Chiesa riuscisse a essere meno dogmatica, ma più inclusiva ed ecumenica.

Genova - Dicembre 1995

Mi riceve dopo tre ore, ma non mi annoio neanche un attimo nella sala d’aspetto della Comunità di San Benedetto. C’è gente che viene da fuori Genova per parlare con Don Gallo e il treno ha i suoi orari.  

Attilio, il segretario della comunità che smista le telefonate fa qualche battuta sulle femministe, «Marea, ma che giornale è? Di donne? Io le amo tutte le donne. Ne ho avute mai tante!!». Poi mi spiega come funziona la comunità, quanti ragazzi/e ospita fra Genova, Ponzone d’Acqui, Frascaro, Mignanego, Bergamasco, Visone. E, infine, all’hotel Las Galeras a 250 Km da Santo Domingo. «Tra di noi c’è un rapporto di estrema parità. Tutti danno del tu a tutti», conclude Attilio, mentre si alza per rispondere all’ennesima telefonata.

Un padre di Modena che ha accompagnato il figlio quarantenne tossicodipendente, mi racconta la sua storia: sono vent’anni che combatte con l’eroina e, per adesso, non si è ancora stancato, anche se gli anni passano e non ce la farà più.

Una signora anziana è contenta delle posizioni tolleranti prese dall’Arcivescovo Tettamanzi sugli extracomunitari. Una donna, una veterana della comunità, aspetta di parlare con Don Gallo, ogni tanto ritorna per fare quattro chiacchiere con lui.

Alle tre, finalmente, mi riceve. Mi sento un po’ imbarazzata a fargli delle domande teoriche, proprio a lui, che ogni giorno combatte con il disagio sociale, ma già al mio primo approccio sono a mio agio.
Non c’è discorso che non si possa fare a Don Gallo, ma questo già lo sapevo..

Tu che sei sempre stato vicino ai movimenti della sinistra, che punto di vista hai sul movimento delle donne, sulle battaglie militanti degli anni ’70 oppure sulla rivisitazione più teorica vicina al pensiero della differenza e alle altre diverse prese di posizione degli anni ’80 e ’90?

Mi sembra che, in questo ultimo periodo, nel movimento femminile, chiamiamolo così, ci sia anche se in modo sommerso – io sono un po’ un animale della strada e vado a intuizione, a sensazioni – un salto di qualità. In questa Torre di Babele, in questa confusione delle lingue è l’unico punto fermo della sinistra. Parlo con tante donne, leggo qualcosa, ascolto qualche trasmissione, ho seguito l’ultimo incontro di Pechino: a livello mondiale il movimento è in movimento. La situazione è complessa. La donna viene da un lontano stato d’inferiorità. Il movimento femminile -  e ti parlo come prete cattolico adesso – è uno dei punti fermi anche per il prossimo papa che dovrà affrontare il problema dell’ordinazione presbiterale, della libertà di scelta della donna per quel che riguarda una maternità responsabile. Le donne danno uno stimolo a tutte le istituzioni – quindi anche alla chiesa – in modo lento, sotterraneo, ma con continuità.

Nel rapporto con gli altri ti percepisci come uomo o come religioso o sono, queste, due percezioni collegate tra di loro?

Conosco il valore della preghiera, ma devo confessare che prego poco.
Tutte le mattine mi rivolgo a Dio padre e madre – questa espressione ormai è stata dimenticata, ma fu pronunciata da Giovanni Paolo I nel suo brevissimo pontificato  e ciò fece saltare su tutti i teologi – e dico: «Mio Dio fammi uomo, poi cristiano, dopo presbitero e infine coordinatore di questa piccola grande comunità di San Benedetto».

Puoi definirmi, quindi come uomo, il maschile e il femminile?

Mi fai una domanda che…Mi sento ancora talmente maschilista che è una domanda a cui è difficile rispondere. C’è ancora una forte mentalità maschilista. Ho contatti con le prostitute, con i transessuali e quindi vedo da vicino la violenza maschile nei confronti della donna. Ogni giorno tento di sradicare in me il maschilismo che mi hanno inculcato. Andrebbero superate le categorie di genere femminile e maschile, per andare verso l’unità della natura umana. Tendo verso questa unità, il soggetto di diritti, la persona.

Il ruolo della donna nella società occidentale è cambiato e ciò ha apportato uno sconvolgimento nel rapporto donna/uomo. Le donne soprattutto sono cambiate, facendo un lavoro su loro stesse. Questo ha indotto gli uomini a venire a patti con la nuova soggettività femminile, con queste nuove donne che si muovono nelle varie strutture, che cammino per le strade, che occupano posti di lavoro – alcune anche posti di potere e, magari, se non si auto analizzano, ripercorrono gli stessi passi degli uomini. Tu, che sei molto a contatto con le varie realtà sociali, come pensi che gli uomini stiano reagendo? Sono, si sentono adeguati a questo nuovo femminile?

Gli uomini resistono a questo movimento. A mano a mano che le donne raggiungeranno sempre nuove tappe, potranno servire da stimolo agli uomini per il cambiamento. Ma, tuttora, i maschi sopportano malamente. Fanno resistenza. Mentre il movimento femminile autentico cerca di andare verso questa unità della natura umana, nella riscoperta della propria identità – la parola parità è quasi riduttiva -, gli uomini resistono. La reazione è inadeguata.

Non vedi qualche spiraglio, qualche esempio positivo?

Ma…Anche i ragazzi delle nuove generazioni dicono: «Questa è la mia donna. Questa è la mia ragazza». L’uomo dice: «Io ti voglio bene», non dice: «Io voglio il tuo bene». Durante l’ultimo matrimonio – una chiesata piena di gente – ho detto: «Stefano io ti auguro che tu possa dire ad Isabella: io voglio il tuo bene. E anche tu, Isabella; ma ti conosco e so che tu questo sentimento già ce l’hai nel profondo».
Ho visto con piacere che lo sposo annuiva. Spesso c’è questa volontà di possesso quasi disumana. Solamente la resistenza e il cammino del movimento delle donne potrà riuscire, via via, a cambiare le cose. Alcuni maschi, a parole dicono di accettare tutto ciò, ma non sono leali, non sono sinceri. Non mettono poi in pratica quello che dicono. Pensiamo alla paternità responsabile. Viene delegata alla madre l’educazione dei figli. Quanti sono i papà che vanno a parlare agli insegnanti? Ogni tanto vado nelle scuole a parlare della tossicodipendenza: su trenta presenti, solo due sono uomini.
Gli uomini delegano: questo non è rispetto, non è amore, non è riconoscimento. L’amore è un dono intercambiabile nella coppia. L’unione omosessuale sta portando avanti dei punti di vista importanti: tra di loro, con tutte le difficoltà e i loro limiti, emerge un vero scambio di dono. Nella coppia o c’è uno scambio di dono o non c’è innamoramento. L’uomo, con il contratto matrimoniale, pensa di avere dei diritti di cui, spesso, abusa.

Non pensi che i nuclei familiari nord europei abbiamo raggiunto di più questo livello di parità e non pensi che possa dipendere da una diversa impostazione religiosa?

Non c’è impostazione religiosa a dimensione umana. Invece di agevolare, la religione ha sempre danneggiato. Gioca sui sensi di colpa. È dura. È lunga la strada verso una vera emancipazione. Devo ripeterlo: gli uomini frenano, resistono. La formazione religiosa nel campo dei comportamenti sessuali, non ha mai aiutato. Neanche la religione protestante. Ho delle amiche luterane, alcune giovani donne finlandesi, che sono frenate nella loro crescita femminile. La religione non ha mai affrontato il problema in maniera adeguata, non ha mai portato messaggi di liberazione e, tanto meno, di liberazione sessuale. C’è rigidità. La chiesa cattolica, tra l’altro, continua a escludere gli omosessuali. La religione ha bisogno di lasciarsi convertire. Questo stimolo deve venire dal basso. La religione cristiana o è liberazione o non è religione: diventa ideologica, schiavitù, dipendenza. Non aiuta ad aprirsi. Anche a Pechino, l’intervento dei religiosi non ha portato a delle aperture: sono sempre lì che cercano di frenare. Mi auguro che si cambi. Ci sono dei segni di speranza. La teologia della liberazione ha centrato che il messaggio di Cristo è liberazione strutturale e personale.

Come la vivi questa disparità di ruolo tra uomini e donne all’interno della chiesa cattolica? Io sento una profonda sensazione di estraneità rispetto alle strutture gestite solo dagli uomini e in particolare nei confronti della gerarchia ecclesiastica.

La storia della chiesa, assistita dallo Spirito Santo, procede. Però, alla domanda, coma la vivo come innamorato, catturato dal Vangelo da tanti anni, devo dire che la vivo con molta amarezza, sofferenza, inquietudine. Tutte le volte che c’è un messaggio positivo, ecco che sono inondato dalla gioia. Le stesse religiose fanno delle richieste valide. Però io sono sempre in attesa di questa liberazione. Siccome amo la mia chiesa, cerco di dare un piccolo contributo in questa direzione. O si dà un messaggio di liberazione o finisce male. Pensa alla crisi delle vocazioni. La chiusura incide a danno della stessa chiesa.

La chiesa non riesce ad essere in sintonia con la contemporaneità, ad evolversi. Secondo te è possibile un incontro, un’amicizia tra uomo e donna che vada al di là dei ruoli sessuali?

Questa è la sfida. Ed è questo l’obiettivo da raggiungere. È certamente possibile. Non per questo bisogna ricorrere ad una castità selvaggia, ad una resistenza eroica. È una nuova concezione della sessualità. È importante non identificare il rapporto sessuale con l’amore. Si dovrebbe cominciare con l’amicizia, l’empatia, entrando nella pelle dell’altro con molta lealtà. È terrificante identificare la sessualità con l’amore. Bisogna far cadere questo muro. C’è la falsa illusione, e ciò è dovuto ai maschi, che il piacere sessuale sia il piacere dell’uomo. Questo impedisce la divisione tra la sessualità e l’amore che, invece, dovrebbe partire dall’amicizia. La concezione falsa del peccato, inculcata dalla religione,  - la maggior parte delle religioni considera la masturbazione peccato mortale – impedisce di arrivare alla chiarezza. Bisogna mettere la sessualità nella sua grande luce, una sessualità liberata, che parte dalle carezze, dall’affetto. Invece è tutto concepito come se fosse peccato. Bisogna convincersi che è uno dei bisogni legittimi della natura umana. Ecco perché l’accampamento metropolitano cerca di conseguire la normalità anche nei comportamenti sessuali. La sessualità deve partire dal consenso profondo della coppia, parlo anche di coppie di omosessuali, della grande profondità del transessuale. Anche l’ultimo catechismo dice che bisogna trattare con rispetto e con passione l’omosessuale. Bisogna uscire dall’ottica dello sfruttamento, del piacere egoistico e entrare in un rapporto d’amicizia e d’amore. Questa grande aspirazione alla liberazione è nel disegno di Dio: lo dico da credente. A volte mi dicono che sono dirompente e rivoluzionario. A me sembra di dire cose talmente semplici che sono semplicistiche.

La chiesa cattolica arriverà a riconoscere queste posizioni?

Molti vescovi cominciano a dire che è importante lavorare in mezzo alla gente, ascoltare e capire le esigenze. Basti pensare a certi missionari in contatto con altre culture. La morale – la parrocchia, la messa – viene dopo l’amore e deve passare attraverso la conoscenza, altrimenti diventa moralismo e addirittura terrorismo e, per centri comportamenti sessuali, tortura. Questa non è liberazione cristiana. C’è chi è disposto a dare la vita per difendere dei principi, ma attenti bene, bisogna saper comprendere la realtà oggettiva. Quando ho studiato teologia, più di quarant’anni fa, i fini principali del matrimonio erano la procreazione, poi il remedium concupiscientiae e, infine, l’amore. Ormai nessun teologo mette più in discussione che il fine è l’amore. La chiesa è in questo solco, in questa apertura. È in cammino, questo sì.

Per parlare del tuo lavoro, come sono i ruoli nella comunità? C’è uno scambio, un rapporto paritari oppure i ruoli tradizionali tendono a riformarsi nella vita collettiva?

Io dico sempre che, nelle nostre ormai dieci comunità, dove le donne – uso la parola tra virgolette – funzionano, la comunità va bene. Ho un grande rispetto per le donne. Siamo partiti vent’anni fa in un modo quasi incosciente. Moltissime comunità, tuttora, dividono i maschi della femmine. Noi non l’abbiamo mai fatto. Ci sembrava una delle peggiori costrizioni della volontà. Il nostro obiettivo è di raggiungere la parità. Ciascuno, ogni giorno, deve avere come obiettivo prioritario la propria crescita personale, che si ottiene camminando insieme. Così, uno si arricchisce e diventa capace di comunicare amore. I ragazzi arrivano in comunità dopo un periodo di autodistruzione. Ci si autodistrugge perché non ci si ama. Cerchiamo, anche con l’aiuto di esperti psicologi, di aiutare i ragazzi ad amare se stessi e, soprattutto – e le donne in questo caso fanno un salto di qualità migliore degli uomini -  a discernere se sono amati. Questo processo porta a essere persone responsabili e soggetti autonomi per conseguire la serenità e l’equilibrio interiore.

Nelle confidenze che raccogli dai ragazzi e dalla ragazze nei momenti più difficili, trovi che ci siano delle peculiarità di espressione femminile? I due sessi hanno un modo diverso di affrontare il disagio, di conviverci nel momento in cui cercano di uscire dal disamore verso se stessi/e?

Non ne trovo di differenze. I ragazzi delle nuove generazioni stanno lottando forte. Sono schiacciati. Non hanno valori. Devono ottenere subito tutto quello che gli passa per la mente, anche nel rapporto uomo/donna. Tutti i bisogni vanno subito soddisfatti. È grave, anche perché gli hanno inculcato che i bisogni sono infiniti.

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