Elena Dragonetti in scena con Dieci - Genova

Elena Dragonetti in scena con Dieci

Elena Dragonetti in Dieci

Genova - Non avrai altro Dio fuori di me
Non nominare il nome di Dio invano
Ricordati di santificare le feste
Onora il Padre e la Madre
Non uccidere
Non commettere atti impuri
Non rubare
Non dire falsa testimonianza
Non desiderare la donna d'altri
Non desiderare la roba d'altri

Un libro trovato per caso. Una raccolta di racconti in prima persona. Ognuno anticipato da un titolo che è uno dei dieci comandamenti appunto. Una lettura dalla forte anima teatrale. È così che Dieci (Adelphi, 2007) di Andrej Longo si trasforma da lettura in copione per Elena Dragonetti. E, grazie a un crowdfunding di successo, la metamorfosi vede un'ulteriore fase che porta quella semplice lettura a diventare uno spettacolo teatrale: la prima produzione Narramondo/Altrove.

«In questi racconti - spiega Elena Dragonetti - ho ritrovato dinamiche molto simili a quelle che ho conosciuto a Minpurno, comune del Lazio al confine con la Campania dove sono cresciuta. Anche se alcune delle storie sono molto estreme e si riferiscono alla realtà della Camorra per esempio, hanno tutte tratti decisamente riconoscibili e, al di là dei casi particolari, parlano della vita di ognuno di noi». Si parla della relazione dell'umano con il potere, di violenza e abusi di ogni genere, ma anche della «fatica di vivere e di come questi personaggi vivano semplicemente la loro parte nel copione della vita che, in una spinta alla sopravvivenza, li porta ad inserire nella normalità anche gli episodi più intollerabili. Si passa dal quotidiano al tragico, nel senso più alto del termine senza scadere mai nel dramma. Così per esempio troviamo un bambino di tredici anni costretto ad uccidere la madre, malata terminale, perché nessun adulto vuol farsi carico della situazione, prendersi alcuna responsabilità. Per questo lui ricorre ad una specie di eutanasia casalinga - perché qualcuno doveva farlo».

Attrice protagonista e regista Elena racconta dell'intervento sul testo e sulla messa in scena coadiuvata da Raffaella Tagliabue che firma con lei la regia. «Abbiamo tagliato molto e di alcune storie abbiamo tenuto solo il cuore. Il che ci ha permesso di mantenerne altre integrali e di non intervenire affatto sul linguaggio di Longo che è davvero molto bello e contiene molti aspetti ironici. Abbiamo cercato di raccontarle con modalità teatrali diverse anche perché qualcuna ha toni molto forti, da sceneggiata napoletana. Abbiamo quindi anche sfruttato il linguaggio del corpo - con la consulenza di Valeria Chiara Puppo (danzatrice) - anche se il teatro di narrazione resta dominante. Il passaggio dall'uno all'altro monologo è piuttosto fluido ma abbiamo mantenuto i titoli, che poi sono i dieci comandamenti appunto».

Che ruolo ha la religione nel testo e nello spettacolo? «Nel testo il riferimento è molto forte. Ogni titolo crea una sensazione stridente con la storia narrata, come se il comandamento fosse una regola che viene dall'alto e che una volta arrivata in basso, nel quotidiano della vita creasse una situazione paradossale, raccontando di un Dio che non conosce gli esseri umani e le loro faccende». Un ennesimo abuso di potere quindi? «In un certo senso, sì». E nella messa in scena in che modo avete letto questa dimensione religiosa? «Ci sono riferimenti qua e là ma non sempre visibili. Abbiamo però mantenuto i titoli che vengono proiettati, perché sono parte integrante di questo lavoro di Longo. Nel racconto dal titolo, o sotto il comandamento Non commettere atti impuri, va in scena la giornata di purificazione di una ragazzina di quattordici anni, Vanessa, violentata e incinta del padre. Compiendo un vero e proprio rito, Vanessa prepara un altare e si veste con tacchi a spillo e minigonna - quando si mette le calze nere e la gonna corta di pelle pare proprio ’na femmina. Non è così che si veste lei di solito, ma è così che il padre l'ha vista e l'ha trattata. Una preparazione questa che l'aiuterà a cacciare il padre dalla stanza e andare ad abortire».

Com'è andata l'esperienza del crowdfunding? «Benissimo. Hanno risposto in tanti, non solo amici ma anche persone che non conoscevamo. E qualche volta con versamenti cospicui. Un ottimo segnale che ci conferma come le persone non vogliano far morire una parte della cultura, che vogliano riappropriarsene e difenderla!»

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