Alla Tosse Adagio: l'idea della morte con ironia - Genova

Teatro Genova Teatro della Tosse Giovedì 27 marzo 2014

Alla Tosse Adagio: l'idea della morte con ironia

Lamantia,Cianfriglia, Pesca e dietro Ottobrino

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Genova - Con Adagio la morte diventa argomento quotidiano, o meglio torna ad esserlo. I nove drammetti inediti creati dalla drammaturga svizzero-italiana Emanuelle Delle Piane restituiscono spazio ad uno dei temi tabù della cultura occidentale, con cui però le persone comuni si trovano a confrontarsi di continuo: la morte.

Intorno a questi interventi drammaturgici brevi sul come gestire o immaginare la propria o altrui fine, il Teatro della Tosse ha creato la sua nuova produzione per il ciclo Dell'amore e della morte che, in una formula sperimentale, ha affidato a tre diversi giovani registi Elisa D'Andrea (prima parte: Le presentazioni, Breve funebre I e II e La camicetta), Yuri D'Agostino  (seconda parte: Loculi, Sui(s)cidarsi e L'altra sponda) e Elisabetta Granara (terza parte: Organizzazione, Sogno Americano e Promessa mantenuta) - in scena fino al 6 aprile 2014. Su un'unica scenografia surreale e malleabile creata a monte delle regie - da Paola Ratto - i tre registi hanno guidato quattro interpreti: Sara Cianfriglia, Mauro Lamantia, Aldo Ottobrino e Sara Pesca.

Condividendo un registro ironico e paradossale, le tre regie hanno fatto lavorare gli interpreti su quadri autonomi ma dialoganti. Spesso ad avere a che fare con chi è già morto o con chi sta morendo si confronta una coppia, anche giovanissima, e il tema sottolinea il rapporto acerbo, l'inesperienza, ma anche mette in evidenza in modo sottile gli aspetti stizzosi di caratteri che sono già perfettamente delineati e solo il tempo deciderà se capaci di farsi compatibili.

Come storie brevi intessute con uno stesso materiale tematico-linguistico, su un'asciutezza spesso tendente a una testualità scarna e apertamente ambigua, il lavoro di regia e di interpretazione ha proposto una lettura intelligente e brillante, animando i dialoghi, talvolta eccessivamente sospesi o vaghi, altre potenzialmente tragici o drammatici, con quell'intrinseca comicità di cui spesso noi umani diamo prova a nostra insaputa. Senza scadere in una sfilata di macchiette, ogni interprete ha elaborato un adattamento delle diverse figure pescando in una propria riconoscibile tavolozza di profili umani che hanno ulteriormente risaldato lo spettacolo nonostante la sua frammentarietà e fugato il pericolo di trasformarlo in tanti sketch.

In sotto traccia molte altre le tematiche che i nove drammetti sono riusciti a toccare tra cui quello della complessa realtà della famiglia; la relazione a due; gli stereotipi del maschile e femminile; la donna come appendice dell'uomo; il maschio come valore nella progenie rispetto alla femmina, vissuta come fallimento della maternità; il suicidio come dimensione estetica del vivere; la diffidenza verso gli altri; la bara, il loculo, la cremazione e tutto ciò che sta intorno a livello ideologico, religioso e commerciale al business delle pompe funebri. Alcune esagerazioni drammaturgiche per esempio hanno puntato decisamente ad una critica divertita di una società iperconsumistica e incapace di lasciare qualsivoglia aspetto fuori da una cronica spettacolarizzazione: così nell'appassionante monologo dell'organizzatore di eventi funebri; così nella madame che si reca alla boutique in tempi non sospetti per farsi consigliare sulla mise più adatta per la bara; e così, ancora, il quadretto familiare che sfoglia sotto l'ombrellone il catalogo delle bare mentre si valutano colori e tessuti quasi si parlasse di un nuovo arredamento.

L'intuizione felice dell'intera produzione, sollecitata certo dai testi, è proprio quella che ha voluto investigare quei momenti imprevisti in cui il caso porta la morte nel bel mezzo della vita frenetica delle persone, con conseguenti situazioni ironiche, assurde, paradossali. Così volgarizzato, cioè gettato nella mischia delle routine quotidiane, uno tra i momenti più delicati della vita, che si ritiene o si è ritenuto in qualche modo sacro, è visto sotto la spietata lente dell'oggi, privato di ogni possibile sacralità, e svuotato nella sua essenza senza che si siano trovati nuovi riti in cui incastonarlo. 

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