Valerio Binasco si perde ne 'La tempesta' - Genova

Teatro Genova Teatro Politeama Genovese Sabato 22 marzo 2014

Valerio Binasco si perde ne 'La tempesta'

Valerio Binasco e Fabrizio Contri

Genova - «La tempesta è uno dei testi più misteriosi e affascinanti del teatro mondiale. Gran parte del suo fascino dipende proprio dal suo mistero... cercare il bandolo della matassa è inutile; è molto meglio puntare dritti al cuore della matassa e perdersi». Ed effettivamente, proprio come in queste sue note di regia, Valerio Binasco -  anche interprete in questa versione dell'ultima drammaturgia shakespeariana - si perde.

In scena al Politeama Genovese ancora stasera, sabato 22 marzo 2014 - ore 21 - La tempesta è interpretata dalla Popular Shakespeare Kompany, ovvero Alberto Astorri, Valerio Binasco, Fabrizio Contri, Andrea Di Casa, Simone Luglio, Gianmaria Martini, Deniz Ozdogan, Fulvio Pepe, Giampiero Rappa, Sergio Romano, Roberto Turchetta, Ivan Zerbinati.

Per Binasco la Popular Shakespeare Kompany (nata nel 2011) e i lavori shakespeariani rappresentano una combinazione fortunata e una nuova avventura. «Shakespeare è il miglior amico dell'umanità. Nessuno l'ha compresa e raccontata meglio di lui. Quando si legge, o ancor meglio, quando si recita Shakespeare, la tragica inutilità dell'esperienza di vivere sembra invece un dono, un'occasione straordinaria. Io debbo a lui più di una nascita, più di una salvezza. L'ultima è forse la più significativa: nel suo nome abbiamo fondato la Popular Shakespeare Kompany, con attori che nel giro di pochissimi anni hanno portato in giro per l'Italia ben tre grandi classici del suo repertorio» ovvero Romeo e Giulietta, Il Mercante di Venezia e La Tempesta, appunto. 

Il concetto di perdersi in una materia testuale misteriosamente complessa, articolata e, come sempre in Shakespeare, fitta di ambiguità, finisce in questo caso per trasformarsi in un boomerang che genera una perdita sì, ma di quella poeticità di cui questo testo - forse più degli altri - è carico. Una certa voluta irriverenza verso i personaggi ha reso il Romeo e Giulietta di Binasco uno spettacolo vitale, terribilmente attuale nella sua dimensione post-moderna capace di creare un ponte non lineare tra passato e presente. Qui invece la formula stenta a generare ritmo e lascia le scene essere isole a se stanti, trascinate da una corrente che non è mai deriva, perché segue pedissequamente la struttura dell'originale, ma che soffre diluendo la tensione perché si ripiega sulla fissità di entrate e uscite contraddicendo l'essenza della rilettura stessa che Binasco opera: la sua impertinenza, indiscrezione, giocosa e inventiva imprudenza. Per altro a tratti rintracciabile in alcuni momenti, per esempio nella seconda scena quando Prospero finalmente racconta alla giovane Miranda (Deniz Ozdogan) tutta la sofferta storia fatta di nomi e circostanze precise che hanno determinato il loro esilio sull'isola sperduta in cui è cresciuta. Questo racconto, in parte dialogo a due (tra Binasco e Ozdogan) - piuttosto forzato e maldestro - coincide con uno smarrito vagare dei naufraghi al seguito del re di Napoli che sono anche i personaggi appena nominati da Prospero: il fratello Antonio, il re Alonso e suo fratello Sebastiano, il principe Ferdinando e il loro seguito. Riproposti ignavi in una sfilata puntuale, calibrata sul racconto, questi personaggi passano alle spalle di Miranda e Prospero come evocati dalla potente magia di Prospero o come fantasmi che emergono dal suo stesso turbamento e dalla sua ira in quanto responsabili impietosi dell'esilio e dell'usurpazione del Ducato di Milano.

Sull'isola che fu della terribile strega Sycorax, Prospero è infatti diventato potente mago e unico signore senza un popolo, ma nella versione di Binasco questa maestosa, irosa e quasi illegibile figura, piena di crucci, conflitti interiori e contraddizioni, è resa con scarso tormento, quasi assente turbamento, e finisce per risultare meccanica nella sua trasformazione che non lo vede più votato alla vendetta ma piuttosto all'armonia e al perdono.

L'intervento di interpretazione di questo testo punta tutto quindi sulla dimensione attoriale dimenticandosi, forse eccessivamente di lavorare ad un'altrettanto attenta revisione della struttura. Alcuni personaggi emergono così con sfaccettata e arguta prepotenza scenica come per esempio la versione ironicamente giovanil-agée di Ariel di Fabrizio Contri: nella sua rigida postura e camminata a cui fanno da controcanto gesti delicati e leggiadri, e una maglietta con il simbolo di Superman sotto il paltò a definizione di una creatura ultraterrena; oppure il mostruoso Calibano di Gianmaria Martini, che vive con convincente tensione del corpo, della voce e dei movimenti la sua alterità; o anche il loquace Gonzalo di Simone Luglio che punta sull'aspetto ironico calcando una parlata siciliana sino a renderla pedante; e infine l'Adriano/Francesco di Gianpiero Rappa che seppur con pochissime battute regge con decisa presenza scenica una parte spesso chiave nelle scene giocose d'insieme. 

Sfida non completamente vinta dunque questa per Binasco, nonostante resti riconoscibile il suo stile e quella vitalità che tanto riconosce ai testi shakespeariani e che vuole fare sua: «Shakespeare, per noi, è il teatro. Un teatro così grande che sconfina nella nostra vita, che ci rivela continuamente qualcosa. ... I nostri spettacoli scommettono tutto sul magico riaccendersi della Vitalità, e ogni volta che si cominciano le prove ... veniamo presi e trascinati in una corrente di sentimenti e di rivelazioni, di cui poi ci sforziamo di essere i testimoni 'viventi' sulla scena».

Possibile che a tradire Binasco sia di nuovo il concetto di perdita, o meglio una lettura da perdente del personaggio centrale, quel Prospero a cui restituisce scarsa complessità umana e interpreta come arreso, vinto. «Qual è il cuore de La Tempesta?» - scrive ancora Binasco nelle note di regia. «È un dramma (malinconicamente) giocoso sulla fine della civiltà, sulla fine della vita e sulla fine delle cose in generale. Qual è la lezione per noi oggi? C'è solo da comprendere. E comprendere non è perdonare. È arrendersi. Alla fine, resterà solo l'eroismo degli arresi. E Prospero, con fatica, si arrende. Anche se, dicono, ha vinto».

Binasco forse manca di vedere in Prospero quella capacità di superare il proprio vissuto in estremis, che talvolta eleva gli esseri umani e li conduce oltre, rendendoli capaci di gesti inattesi o scelte nuove anche quando sembra ormai troppo tardi. Cosa che il Prospero di Shakespeare non stenta a fare dichiarando tutta la sua speranza nell'epilogo: "Gentle breath of yours my sails / must fill, or else my project fails / Which was to please. ... Let your indulgence set me free". Il progetto di Prospero è carico di aspettative e il suo sguardo è rivolto in avanti; certo le sue sono parole pronunciate da un uomo ferito e profondamente mortificato che con grande coraggio e slancio interiore però sa ritrovare la perduta vitalità. Appunto.

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