Teatro Genova Sabato 22 marzo 2014

La Compagnia Beato Ragno: l'importanza dell'intimità

La Compagnia teatrale Beato ragno
© Nicola Battuello

Genova - Stasera qualcosa sta cambiando. Credo sia la mia idea di condivisione. Il confronto continuo ne cambia la prospettiva. Ma in questo momento sto scivolando in una dimensione profonda e inebriante, ancora sconosciuta. Mi trovo nella palestra del Centro disturbi del comportamento alimentare di Genova Quarto, nell'area dell'ex Ospedale psichiatrico. Questa stanza è la casa della Compagnia teatrale amatoriale Beato Ragno.

Sedute in terra davanti a me ci sono alcune delle attuali componenti del gruppo: Daniela Morando, Sara Peirano, Martina Cossu, Arianna Torrassa (la presidente) e una giovane donna che sta muovendo i primi passi insieme a loro. Mi spiace siano assenti Silvia Noli, autrice di Adelante, suo primo romanzo, recensito da mentelocale.it, e Viviana Pastorino, special guest, entrata da poco ma già molto partecipe.

È Sara a cominciare il racconto: «Il gruppo, tutto al femminile, lavora insieme dal 2006. Il numero delle partecipanti, com'è naturale, varia con il passare degli anni. Il nostro lavoro inizia con un laboratorio di scrittura e teatroterapia. Insieme a Cristina Garrone (attrice, regista, danzamovimentoterapeuta), impariamo a seguire le emozioni attraverso il movimento del corpo».

Le ragazze mi spiegano come vivano fino in fondo rabbia e felicità, lacrime e gioia. Questa esplorazione interiore porta alla prima rappresentazione su un palco. Lo spettacolo si chiama Mondo nostro cercasi e debutta il 6 luglio del 2007 presso il Cinema Teatro Paradiso di Bogliasco. Ogni attrice sceglie un personaggio del mondo dell'arte, della letteratura, del cinema e della mitologia e lo lascia emergere con la propria voce e stato d'animo. Sul palcoscenico, quindi, entrano in scena Gioconda, Maga Circe, Jo di Piccole donne, Trilly, Arianna di Creta, Don Chisciotte, Amélie, la Mente e i suoi pensieri, Mary Poppins e Alice nel Paese delle Meraviglie. Lo spettacolo è poi portato in scena a Genova, Mignanego, Lecce e Pordenone.

Il 9 settembre  2009 il gruppo si costituisce in associazione culturale e nasce ufficialmente la Compagnia teatrale amatoriale Beato Ragno. L'esigenza è quella di andare oltre le etichette, superare immagini e luoghi comuni legati alle sofferenze.

A questo punto mi sento completamente a mio agio. È come se mi avvolgessi sotto una coperta insieme a loro. Sto per scoprire il motivo del nome e la simbologia del ragno. Me ne parla Daniela. Da quello che comprendo lei, che non fa parte delle attrici attive, è sempre presente, in qualsiasi momento e in ogni attività. Vorrei saper tradurre in scrittura la calma, l'equilibrio, la profondità leggera del tono con cui mi accoglie. La sua è una voce che vorrei ascoltare per ore, potrebbe accompagnarmi ovunque, in modo naturale e senza pressione.

«Abbiamo osservato i movimenti del ragno e compreso quanto possano stimolarci. Se lo guardiamo lanciarsi nel vuoto, capiamo come il suo sia un gesto di fiducia. E la nostra ricerca interiore necessita della stessa capacità di affidamento. Il ragno fa una danza nell'aria per formare la sua tela. E secerne una sostanza che è molto robusta. Possiamo quindi affermare che costruisca la dimora tirando fuori la secrezione, cioè il proprio segreto. La ragnatela, però, risulta fragile ai soffi della vita. Ma la piccola creatura, con pazienza, la ricostruisce ogni volta. Ricomincia sempre, instancabile. Vivere la sofferenza e oltrepassarla con un nuovo inizio, è il fulcro del nostro gruppo. Più in generale, il ragno ha stimolato molto l'immaginario umano. Per gli aborigeni autraliani, per esempio, la bellezza libera dall'avidità. E il ragno ne è il simbolo. Con la sua tela dimostra come gli oggetti necessari possano anche essere belli, artistici».

Questa spiegazione dà un'idea ben precisa della laboriosa beatitudine del ragno. Ma c'è anche un episodio divertente legato al nome dell'associazione: «Un giorno eravamo in giardino – continua Daniela – ed era un periodo in cui in casa mia c'erano gli operai per lavori di ristrutturazione. Ovviamente i normali ritmi della quotidianità erano sfalsati. Guardando un ragno mentre si calava, mi è venuto spontaneo esclamare: Ma beato ragno!».

Non sono l'unica a sentirmi estasiata dalle parole di Daniela: «Ogni volta che ascolto questa spiegazione mi vengono i brividi», confida Martina, alzando il braccio per rafforzare il concetto. E subito aggiunge: «Si è creato un fortissimo senso di intimità fra noi. E se c'è intimità non fuggi, non pretendi». Un pensiero bussa debolmente a una delle tante porte che ho in testa. Ma non ho tempo di aprire, perchè Arianna continua: «Se penso alla sensazione di casa, è a questa palestra, questa stanza, a cui mi riferisco. Questa è davvero la nostra casa». Non hanno scadenze fisse per vedersi, decidono spontaneamente quando desiderano incontrarsi. E lo desiderano spesso.

Mentre si insinua anche in me piano piano il senso di beatitudine, parliamo dello spettacolo che andrà in scena al Teatro dell'Ortica sabato 29 marzo, ore 21. Si tratta di Corpo nostro cercasi. «Non siamo andate troppo oltre con la fantasia», ridono. Ma questa rappresentazione è la conseguenza dell'altra. Mentre Mondo nostro cercasi è un lavoro di sensazioni autobiografiche, quest'ultimo ha un carattere sociale. Conosceremo la visione del corpo attraverso i condizionamenti, i modelli omologati e le diete da seguire. Sarà una metafora dell'andare e lasciare andare.

Per saperne di più occorre andare a vederlo. Anche perché una delle caratteristiche della Compagnia è l'improvvisazione. Questo fa sì che nessuno spettacolo sia uguale a un altro. Emergono gli stati d'animo che in quel momento risultano particolarmente importanti per le attrici. Non lo comunicano preventivamente alle altre che, però, ne seguono perfettamente l'andamento. Ma anche il pubblico è parte integrante. Ci si sente reciprocamente, quasi ci si sfiora. «Perché la mia sofferenza è la tua. Hanno le stesse radici», mi spiega  Martina, abbassando la voce e disegnando con le mani un filo sottile, che è vibrazione, specchio dei nostri rispettivi dolori.

Ogni tanto organizzano anche spettacoli individuali, idea nata dagli Oracoli di Enrique Vargas. Nel caso del Beato ragno si chiamano Oracoli nostrani. Si tratta di un'esperienza in cui lo spettatore/viaggiatore cammina attraverso le stanze del Cda in un percorso simbolico al buio. Mi invitano al prossimo che organizzeranno. Accetto con gioia, ma questo mi costa un pegno: non posso conoscerne altri dettagli. Mi pare giusto: partecipare per scoprire. Non esiste altra strada.

Brividi e risate, insieme a loro, si mescolano continuamente. Le guardo e ognuna mi trasmette davvero molto. Di Daniela ho scritto prima. Con poche parole mi conduce in un viaggio lieve, mentre resto ad occhi chiusi a guardare l'invisibile. Con Sara afferro una sensazione lontanissima che, per un attimo, rivivo come attuale. Annullo le distanze temporali e mi ritrovo agli anni delle elementari. Mi rivedo convivere a stento con la mia timidezza abissale. Litigo con lei. Soccombo sempre. Tutti pensano sia irrecuperabile. Resto in disparte, timorosa. Però, a volte, all'improvviso, mi si avvicina qualche coetanea/o che mi chiede di giocare, magari a pallone. Mi piace tanto il calcio. E l'attenzione che ricevo mi sembra grande quanto il mondo. Sara è il sapore di questo sollievo insperato. Il suo sorriso e gli occhi sanno di confidenza che mi disseta, e un po' mi salva. Placa il tumulto del mio cuore spaventato.

Torno al presente. Sento Martina come un meraviglioso caleidoscopio di sentimenti e colori pulsanti che le dipingono il viso e i gesti. Le sue espressioni sono calde e luminose come la luce di un lampione sospeso sul mare. Arianna, the president, mi trasmette un'ironia dolce e profonda che, istintivamente, paragono ai fumetti che inventavo anni fa per toccare le paure e poi ridere di me. E, per un attimo, provo un ingenuo desiderio di crearne uno nuovo con lei. Sento vicina anche la ragazza che sta cercando qui, in questa casa, il proprio cammino. «Noi attendiamo i tempi l'una dell'altra», mi dicono. In tutte trovo una parte di me. E mi fanno sentire l'incanto dello stare insieme.

Stasera qualcosa è già cambiato. Il significato di condivisione, che cerco di continuo, ha assunto un valore ancora più vero e indelebile. So che rifletterò molto su quel pensiero che prima ha bussato alla mia porta mentale: l'importanza dell'intimità. Quando me ne sento circondata, capisco che sto crescendo. Le ragazze mi parlano di tante persone che le supportano in tutte le attività. Le definiscono donatrici di tempo. Chissà se un giorno saprò dire loro quanto il mio segreto interiore si senta scosso grazie al tempo e all'intimità che mi stanno offrendo.

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