Antonio e Cleopatra: una scultura teatrale alla Corte - Genova

Teatro Genova Teatro della Corte Mercoledì 19 marzo 2014

Antonio e Cleopatra: una scultura teatrale alla Corte

Gaia Aprea e Luca Lazzareschi in Antonio e Cleopatra

Genova - Dopo l'Antigone, il regista Luca De Fusco - anche direttore artistico del Napoli Teatro Festival Italia - ripropone il suo taglio antinaturalistico e multimediale creando una scultura teatrale dal testo shakespeariano Antonio e Cleopatra - in scena al Teatro della Corte fino a domenica 23 marzo (festivo ore 16; feriali ore 20.30).

Sono sculture i corpi degli interpreti, chiamati a muoversi il minimo indispensabile. Sono scultoree le immagini a video che portano in primissimo piano un volto con un'inquadratura sempre espressionista: con taglio dal basso, di fianco o dall'alto in funzione simbolicamente significante. Sono sculture i volti degli interpreti che il trucco trasforma in maschere fissandone l'espressione e trattenendone la naturale morbidezza - anche con i costumi - così che neppure un capello sfugga a questo lavoro di incisione. Persino i dialoghi sono sculture. Trasformate in diciture, seppur in una serie ampia di possibilità tonali permesse, le battute si proiettano insieme agli sguardi in un ipotetico avanti che non coincide quasi mai con l'interlocutore o l'interlocutrice, frantumando l'idea stessa di dialogo come incontro, scambio, riconoscimento reciproco. Anche la musica (di Ran Bagno) collabora senza assecondare e si allinea alla scelta estetica con accostamenti elettronici e interventi di percussioni tesi a definire appunto e mai ad accompagnare.

Come conferma il traduttore, Gianni Garrera, il compito interpretativo su questo come su molti altri testi shakespeariani è impervio: «sono evidenti le ambivalenze e il conflitto di linguaggi: sentenziosità e colloquialità; asserzioni chiare e distinte che seguono pronunciamenti ellittici; la naturalezza del parlare e la loquela più involuta; laconicità contro logica argomentativa, e il discorrere prosaico accanto a prolissità e affettazioni che fanno prendere anche la sincerità per retorica».

Da scultura a monumento, questo Antonio e Cleopatra nonostante voglia essere restituito come fosse incastonato nella pietra, incalza sulla parola eclettica e ambigua del Bardo che è macigno o iscrizione runica, tesa a parlare cioè un'unica universale lingua per affrontare i grandi temi dell'umanità e non sono solo quello dell'amore e della guerra. Il conflitto nelle sue varie accezioni va in scena e, quindi, certo la tensione tra Oriente e Occidente in tutta la sua portata simbolica che risuona con certa verità nell'oggi. Va in scena il tema della conquista e il concetto stesso di impero e sovranità su altre terre e altri popoli con tutte le sue contraddizioni. Dalla politica e dal macro si passa all'umano e al micro, per cui la decadenza politica è strettamente intrecciata con quella umana. Così, dentro il grande contenitore che è il tema dell'amore, ritroviamo quel senso di appartenenza che lega uomo a uomo, soldato a condottiero; accanto a quello che unisce uomo a donna e viceversa. Entrambi associati ineffabilmente all'idea di tradimento tanto in politica quanto nella coppia. E qui si percepiscono richiami forti, iconici e linguistici, all'Otello e al Macbeth. Interferenze, per così dire, che al di là dell'idea di citazione sono funzionali a marcare alcuni concetti: quello dell'umana fragilità, dell'incapacità di scegliere, del rapimento sentimentale o forse meglio dei sensi che obnubila la ragione o se ne prende gioco, ma a tratti si traduce anche in forza. Altri temi però emergono con altrettanta attualità in questa rilettura del classico: il rapporto tra maschile e femminile, le due potenziali visioni del mondo, il rapporto teso tra generazioni, la crisi di chi si vede invecchiare di fronte a chi sprizza giovinezza, Antonio verso il giovanotto Cesare e Cleopatra che idealmente si pone di fronte alla giovane Ottavia. Il mare. Un mediterraneo che è anche intervallo o messaggero, tracciato lungo una stessa traiettoria che finisce per somigliare a una superficie senza profondità quasi un foglio su cui corre la storia, come in un'epistola un tratto di penna.

La dislocazione spaziale degli interpreti/personaggi sul palcoscenico nero - pitch black - gioca con le immagini proposte a video, che non sono mai una duplicazione precisa, ma piuttosto frammentano e parcellizzano i corpi, li dislocano o agiscono da lente di ingrandimento o da mezzo che unisce ciò che noi vediamo diviso e lontano. In tutto questo l'intervento delle luci è ovviamente cruciale: come puntali e scalpelli definiscono più precisamente ora questa ora quella forma, del viso o del corpo, giocando su un rigoroso bianco-nero-grigio. Oppure anneriscono caricando i volti di quella cupezza interiore che attanaglia i relativi personaggi.

In questa precisa e coerente articolazione di elementi solo uno sfugge all'idea di fondo: i corpi danzanti (per altro in un'ottima esecuzione del corpo di ballo del Teatro San Carlo). Seppure solo proiezioni a video e seppure con interventi molto contenuti, stilizzati che alludono e narrativizzano attraverso il linguaggio del corpo in movimento le battaglie, le parti di danza rompono la delicata architettura monumentale di questa scultura teatrale. La loro inevitabile fluidità contraddice di botto e in modo quasi ammiccante interrompe la rigida partitura che aveva trovato altrove la chiave della sua dinamicità e con felicità.

Uno spettacolo che visivamente, oltre che dal punto di vista del contenuto, spinge avanti una pluralità di piani di lettura, li forza se vogliamo e li stimola, costruendo su questa complessità e parcelizzazione un ritmo dal potere ipnotico. Costretto a leggere continuamente lo scarto che va in scena, il pubblico non fiata, non tossisce, non si muove, resta anch'esso (s)colpito come nel più riuscito dei colossal.

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