Concerti Genova Teatro Politeama Genovese Mercoledì 2 aprile 2014

Enrico Ruggeri: «Mi metto nelle mani dei fan»

Enrico Ruggeri

Genova - Enrico Ruggeri è il cantautore che a fine anni ‘70 ha fatto conoscere il punk al pubblico italiano con i Decibel, prima di diventare un artista consolidato della scena mainstream dello stivale. È un autore raffinato di canzoni che hanno lasciato il segno nell'immaginario collettivo della musica italiana, come Mistero, Peter Pan, Il mare di Inverno e Polvere. Ma il rouge si è sempre dimostrato un artista refrattario a seguire gli schemi prestabiliti del panorama musicale di cui fa parte.

Nel maggio 2013 Ruggeri pubblica il concept album Frankenstein, ispirato al capolavoro assoluto di Mary Shelley, che a sorpresa ripropone nel 2014 nella sua versione 2.0 risuonando tutti i brani in chiave più elettronica. Nell’ultima versione dell’opera ha aggiunto quattro inediti, tra cui L'Onda, un pezzo che ha fatto discutere a causa del suo spiccato tema antibuonista e anticonformista.

Per presentare questa sua doppia opera, il cantautore milanese ritorna a calcare i palchi dei teatri italiani dopo quattro anni di assenza. Il tour Frankenstein 2.0 tocca anche Genova: giovedì 3 aprile, ore 21, Ruggeri suonerà al teatro Politeama Genovese (via Nicolò Bacigalupo 2).

Abbiamo raggiunto Enrico telefonicamente, per chiedergli più informazioni sullo spettacolo, che si preannuncia molto coinvolgente, e per fare quattro chiacchiere sulla sua trentennale carriera. Ecco che cosa ci ha detto.

Arrivi a Genova con il tuo Frankenstein 2.0 cosa si deve aspettare il pubblico genovese da questo show?
«Il concerto sarà diviso in due parti: nella prima proporrò prevalentemente il mio ultimo album, con l'aggiunta di qualche sorpresa, mentre nella seconda il pubblico potrà scegliere tramite Twitter le canzoni che dovrò suonare e inoltre avrà anche l'opportunità di farmi qualche domanda, alla quale risponderò volentieri. Sarà un concerto-happening, una roba un po' diversa dal solito, insomma».

Come ti è venuta l'idea di far interagire il pubblico?
«Avevo già fatto qualcosa di simile in passato, quando sul palco avevo fatto installare una ruota che, girando, selezionava i pezzi da eseguire. Adesso, grazie alle nuove tecnologie, mi metto direttamente nelle mani dei fan e faccio scegliere a loro. Di conseguenza do vita ogni sera a uno spettacolo diverso e trovo la cosa molto entusiasmante. Anche perché, dopo 31 album, ho un repertorio così vasto che, in concerto, non riuscirei nemmeno a suonare il singolo estratto da ogni disco che ho fatto. Mi piace l’idea di poter far scegliere ai miei ammiratori le canzoni che vogliono ascoltare».

Un concept album come Frankenstein nel 2014 è un’opera deliziosamente controcorrente, come è nata l'idea?
«Dopo 12 anni ho riletto il romanzo di Mary Shelly, che ho trovato sorprendentemente attuale per le tematiche che affronta. Vengono trattati temi come l'ambizione, che spesso porta le persone a commettere atti avventati, e poi la diversità: il mostro non viene accettato dalla società perché diverso. E ancora, si parla d'amore: la tragedia comincia quando il dottor Frankenstein nega alla sua creatura una compagna. E infine, in tutto il romanzo, si sottolinea come la scienza e la tecnologia si insinuino sempre di più all'interno della società e della natura, proprio come avviene, in maniera molto più marcata, ai giorni nostri».

Oggi hai rivisitato il tuo Frankenstein, dando vita alla sua versione 2.0. Cosa ti ha spinto a rifare un disco da capo?
«È una cosa che non ha mai fatto nessuno, ma che tutti vorrebbero fare. Quando finisci un disco cominci a proporlo dal vivo e, mano a mano che lo suoni, capisci che in un pezzo potevi inserirci un assolo, oppure utilizzare una base elettronica differente, oppure fare una canzone con tutt’altri arrangiamenti. Essendo questo il trentunesimo album della mia carriera ho pensato di rifarlo, da cima a fondo, spendendo lo stesso tempo, lo stesso denaro e aggiungendo quattro inediti. Ci tengo a sottolineare che Frankenstein 2.0 non è il remix del precedente album: sono le stesse canzoni, ma risuonate e riarrangiate».

Il primo singolo estratto da questo tuo remake è L'Onda, un brano che attacca il conformismo di una certa sinistra italiana. Puoi spiegarmi perché lo hai scritto?
«Non è una canzone di parte, ma un attacco al conformismo e alla tendenza a uniformarsi. Quello che oggi caratterizza la società è l’adeguarsi alle posizioni dominanti. Quando si parla di tematiche di attualità o di argomenti spinosi, si cerca subito il gradimento degli altri, prendendo una posizione che cerca di non scontentare nessuno. Questo riduce il dibattito, uniforma il pensiero ed è dannoso. Lo fanno i politici, ma è una cosa normale per loro, visto che lo hanno sempre fatto. Il problema è che oggi anche i musicisti, gli artisti, e soprattutto   le persone comuni tendono a uniformarsi. A  sinistra se la sono presa parecchio per questa canzone, ma il mio non era un attacco mirato: L'onda non è una canzone politicizzata».

Nel brano Frankenstein parli della paura di invecchiare, che caratterizza l'attuale società. Tu come vivi il rapporto con il tempo che passa?
«Più vado avanti, più penso che avrò meno tempo per poter portare a termine tutti i miei progetti. È una cosa fisiologica che sinceramente mi spaventa un po’. Mi concedo così meno pause dal mio lavoro, faccio meno vacanze e mi prendo meno tempi morti. Ma credo nella longevità dell'intelletto, non in quella del fisico. Non mi impressiona quello che vedo nello specchio. Oggi invece viviamo in una società caratterizzata dai lifting, dai parrucchini, dai chirurghi estetici e questo non fa altro che evidenziare come al giorno d'oggi non solo si ha paura della morte, ma anche e soprattutto di invecchiare, di cambiare. Questo la dice lunga sulle contraddizioni dei nostri tempi».

Parliamo un po'del tuo passato. Con i Decibel hai portato il punk in Italia. Era facile fare il punkettone ai tuoi tempi?
«Non era facile, ma era molto bello. Allora non c'era internet, quindi si viveva molto più a compartimenti stagni rispetto ad oggi, ed era difficile capire cosa avveniva al di fuori dall'Italia. In quegli anni mi è capitato di andare a Londra ed essere investito da quello che era il movimento punk originale, quello vero, che all’epoca era totalmente sconosciuto da noi. Sono così tornato a casa con un bagaglio culturale molto innovativo. Con i Decibel abbiamo riproposto quell'attitudine appresa all’estero, fatta di capelli corti e colorati, di giacche di pelle nera e di musica fatta con semplicità. È stato uno schiaffo per la società italiana dell'epoca. Il punk è stato l'ultimo vero movimento musicale di base, perché ha permesso ai ragazzi che non avevano una tecnica musicale sopraffina, come quella dei gruppi progressive che andavano di moda allora, di dire qualcosa e di esprimersi comunque attraverso la musica».

Recentemente hai collaborato con i Fluon di Andy dei Bluvertigo, riarrangiando Polvere. Li vedi come i tuoi eredi?
«Assolutamente sì. I Fluon raccolgono l'eredità della new wave italiana di gruppi come i Garbo, i Decibel, e di tutto quel movimento che abbiamo portato in Italia a fine anni '70. Hanno un bel progetto ed è stato bello lavorare con loro. Il mio augurio è quello di andare avanti e di ottenere il successo che meritano».

Nel 2013 è morto Lou Reed, un musicista che ti ha influenzato molto nella tua fase giovanile. Cosa ti ha lasciato a livello artistico? E come è stato intervistarlo?
«È stato un personaggio dal vissuto durissimo. Le sue esperienze con le droghe, con l'elettroshock, a cui è stato sottoposto da bambino, sono state fondamentali per la sua personalità, nonché per il suo personaggio. Quando l'ho intervistato, nel 2011, l'ho trovato freddo, duro. Pensavo di non essergli piaciuto, invece a fine intervista mi ha stretto la mano e i suoi collaboratori mi hanno detto che era stato contento del nostro incontro. Quello che più mi ha lasciato a livello artistico, oltre alla sua musica e alla sua poesia, è stato quel pizzico di arroganza che ogni artista dovrebbe avere. Lou Reed non suonava per piacere agli altri o per avere successo. Lui suonava per dire quello che sentiva, per creare qualcosa di nuovo, se poi il suo disco non aveva successo commerciale pazienza. Oggi al contrario i musicisti sono tutti proni, pronti a vendersi per il successo facile. Il vero artista va controcorrente, non segue l'onda».

Ti piace Genova?
«Genova mi piace molto, ci ho fatto tanti bei concerti ed è una città interessante. I genovesi hanno un umorismo intelligente, un po' inglese se vogliamo. Hanno il Dna pieno di viaggi e di storie. Sono un popolo che ha nel sangue la durezza del mare e mi trovo molto bene quando vengo a suonare qui. Ovviamente sembra un po’ da ruffiano fare una dichiarazione del genere subito prima di un concerto, ma ti assicuro che dico la verità».

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