Teatro Genova Teatro Garage Mercoledì 19 febbraio 2014

Al Garage la Nora di Federica Barcellona in N nella casa di bambola

Federica Barcellona in N nella casa di bambola

Genova - N nella casa di bambola è uno spettacolo che coniuga il percorso artistico performativo con quello attoriale di Federica Barcellona. In scena al Teatro Garage il 22 e 23 febbraio, lo spettacolo poggia a monte sul progetto Human dolls: «Un lavoro con alcune attrici sulla condizione di essere chiusi in un’immagine che limita sia il movimento che l’essere, iniziato circa due anni fa, nel 2012. L'ho poi sviluppato - spiega Barcellona - come ricerca ad ampio spettro, utilizzando fotografia e video. Hanno lavorato con me Emanuela Rolla, Virginia Meirano, Barbara Vitagliano, Elisabetta Quadrelli, Eva, Damiana Baratelli, Daniela Cavero. Ho proposto loro un percorso un po' jodorowskiano, con un personal object. Nel frattempo io ho continuato il mio lavoro di ricerca e studio con Michael Margotta e il suo Actors Center Roma. È stato lui a chiedermi di scegliere un personaggio da un testo teatrale di prosa che fosse il più possibile lontano da me. Ho scelto Nora di Ibsen».

Come spesso accade percorsi apparentemente autonomi e slacciati finiscono per convergere e così «ho unito i due progetti riscrivendo completamente il testo di Ibsen e modernizzando il meccanismo tra Torvald e Nora a partire dal concetto di sentirsi inadeguati, che ritenevo fosse elemento comune ai due personaggi. Nora in scena è quindi sdoppiata in due figure per due attrici: una è una vera e propria bambola umana, l'alter ego di Nora, che è poi anche il punto di contatto tra lei e Torvald. A me interessa creare una riflessione attiva rispetto alla tipologia di relazione che si crea tra due persone; non c'è una vittima né un vincitore in questa storia, ma la condizione umana che porta due persone a chiudersi in due corazze generate da un loro disagio e da loro bisogni inespressi, che rendono impossibile la relazione. Resta il meccanismo ibseniano della presa di coscienza di Nora, che coincide anche con quella di Torvald in un percorso di redenzione iniziato da Nora ma che consente a entrambi di prendere coscienza dei loro sé».

Alla richiesta di Margotta hai risposto Nora. Perché sentivi questo personaggio tanto lontano da te? «Perché, come ho scoperto lavorando con Margotta, io stavo giudicando Nora, e guardavo in lei solo l'insieme di abitudini che la caratterizzano. Nora è ingenua ma non stupida e, non diversamente da ognuno di noi, è quello che ha imparato, rispecchia il contesto in cui è cresciuta: una bambolina capace di armonizzare, ma non di evolvere, in una battuta infatti dice: Sono passata dalla casa di mio padre alla tua.

Nora  ha sperimentato certe cose e non altre, ma nel momento in cui prende coscienza è coraggiosa e sembra prendere una decisione repentina, che è invece frutto di un lungo percorso di riflessione, in cui lei è molto autentica. Personalmente ho un profilo artistico molto eclettico alle spalle, ho iniziato come attrice a 18 anni, ho studiato a Pontedera con Grotowsky e poi con proseguito con un lavoro sul corpo dell'attore della scuola di Peter Brook, e sempre le mie produzioni hanno alla base una partitura fisica. Poi ho fatto varie esperienze, tra stage, seminari e incontri, e mi sono anche appassionata di fotografia e della videocamera. Ma riparto sempre dal corpo. Il lavoro su Nora ha seguito l'analisi del personaggio di Strasberg attraverso le memorie sensoriali da stati reali del personaggio, il che mi ha portato a un tipo di recitazione evocativa».

Cosa resta del testo di Ibsen Casa di bambola? «Ho tenuto solo alcune pillole, per esempio: se vogliamo cambiare qualcosa dobbiamo restare soli. Ma ho anche cercato di non snaturare il testo originario, con un tentativo di denuncia che si allontana da un lavoro solo di genere eppure resta una forte componente femminile, perché io sono donna e perché credo effettivamente che uomni e donne siano diversi e quindi la mia ricerca nel corpo dell'attrice va verso esigenze che sono profondamente diverse e sono legate ad un sentire femminile. Una versione personale e contemporanea dell'opera al cui centro resta anche Torvald e non potrebbe essere altrimenti, perché lui non è solo un personaggio strumentale alla crescita di Nora, ma racconta di come la relazione a due dipende essenzialmente da come si pongono entrambi i componenti di fronte alla relazione stessa, per cui poi l'esito più o meno felice dipende da entrambi. Torvald non è uno stronzo. Nora non è una vittima. Sono entrambi malati: lei vive la sindrome dell'abbandono e lui quella di ossessivo controllo, per cui finiscono per trasformare la loro relazione in un cancro. Ma il percorso di redenzione e presa di coscienza restituisce a entrambi umanità».

Lo spettacolo è costruito sul dialogo tra interpretazione, video-proiezioni, luci che partecipano alla composizione della frase emotiva e una serie di elementi portati all'eccesso che fungono da strumenti per un racconto complesso e frantumato dell'identità di Nora e Torvald. «Si raccontano le ultime ore, dal pomeriggio alla sera, cercando di rendere le sfumature emotive che possano far comprendere il prima e il dopo attraverso la maschera totale che è il climax. I video coincidono con alcuni momenti privati di Nora, con la bambola umana e con la sua incapacità di vivere alcuni conflitti che la portano a trasformarsi e mascherarsi. Nora diventa una drag queen, inizialmente solo con un travestimento, poi però si genera una vera e propria maschera totale in cui lei si cala completamente. Fino alla fase finale che coincide con un evocazione della rottura di Nora nella sua forma di bambola umana».

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