Teatro Genova Teatro Duse Lunedì 17 febbraio 2014

Italia mia Italia, Maddalena Crippa al Duse

Maddalena Crippa - foto Gabriele Gelsi

Giovedì 20 febbraio (ore 17,30) nel foyer del Teatro della Corte, per il ciclo I pensieri delle parole, avrà luogo un incontro con Maddalena Crippa e il giornalista Marino Bartoletti. Conduce Mario Paternostro. L’ingresso è libero.

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Genova - Maddalena Crippa offre il suo Italia mia Italia (in scena dal 19 al 23 febbraio) come una carezza: «In un tempo in cui urlo, insulto e recriminazioni dominano uno scenario buio e drammatico, mi è sembrato di dover far qualcosa per il mio paese. Ho voluto creare uno spettacolo che fosse una carezza per spostare il fuoco: perché non è possibile che ci siano solo aspetti negativi. Ho voluto recuperare il senso di appartenenza, da dove veniamo, quali pregi e difetti abbiamo, per uscire con un senso di identità e speranza. E mi pare di esserci riuscita, il pubblico risponde che non solo si pensa, ma ci si commuove, e credo che succeda perché si toccano corde, molto profonde e il pubblico apprezza».

In che senso Italia mia Italia è un racconto istintivo del nostro paese? «La scaletta è costruita su una serie di confronti molto personali, non prevedibili, accostando parole e musiche nell'idea di restituire senso. Per questo forse si può parlare di istinto, perché non ho seguito una costruzione solo razionale o tematica, ma piuttosto ho associato Pasolini a Battisti, due italiani con due sguardi molto diversi, e ancora Fossati e De Gregori, Modugno e Conte».

Scorrendo la lista di nomi, poeti, intellettuali, cantanti, mi pare manchino le donne? «Sì è vero, non ci avevo fatto caso, ma ripeto è una scelta non costruita a priori ma seguendo un' urgenza. Comunque c'è Mariangela Gualtieri in dialogo con Giacomo Leopardi. E poi essendo io l'autrice e l'attrice, in questo spettacolo tutto passa attraverso la mia figura femminile».

Siamo sicuri che a questa nostra Italia disgraziata sia giusto fare una carezza o sarà come fare l'ennesimo gesto gentile a un/a bambino/a capriccioso/a, viziata/o. Non è rischioso? «No, perché credo che si debba ripartire dall'amore femminile e non solo quello cristiano, dall'amore per se stessi come persone e dalla cura di tutte le cose, la propria casa, i propri vicini, il nostro essere sociali. Il mio modo di pormi, interiore e riflessivo, penso sia l'unico per poter toccare le corde di proprio tutti, e ripeto tutti proprio tutti, per una riflessione vera. Per me gli italiani oggi hanno bisogno di quell'amore che fa crescere, sviluppare le persone ognuno nella propria vita e direzione. Credo siano saltate le connessioni tra di noi: quelle morali, civili, etiche. Per questo, secondo me, bisogna ripartire da un gesto che serva da scatto, che sia esempio perché tutti rimettano amore e cura in tutto quello che fanno anche le cose più banali: da fare la differenziata ad essere gentili per strada. E poi dobbiamo chiederci cosa stiamo lasciando ai nostri figli? Non ne ho di miei, ma ho tanti nipoti e credo che sia un dovere prenderci cura di noi stessi, degli altri, del nostro territorio per le generazioni a venire».

La rabbia è effettivamente palpabile un po' ovunque, in ogni contesto pubblico: dagli autobus, alle varie sale d'attesa e persino per le strade non è raro imbattersi in situazioni di conflitto tra persone... «Esatto. Ma questa rabbia in cui siamo immersi dove porta? Dove andiamo con la rabbia? Quali altri baratri vogliamo aprire? Qui c'è da ricostruire, per questo la gente è grata di questo gesto che restituisce speranza e il senso di possibilità, che poi c'è sempre, basta cercarla o offrirla».

Questo spettacolo scritto, recitato e cantato da Maddalena Crippa in che misura è anche di Peter Stein? «Lui veramente è solo un confezionatore in questo caso. Il suo è un grande gesto d'amore nei miei confronti. Non c'entra molto e poi non è neanche italiano, però mi ha aiutato con le luci, i movimenti. Un grande lavoro è stato quello fatto con il pianista Massimiliano Gagliardi che si è occupato di tutti gli arrangiamenti, con un lavoro di ricerca fantastico per accostare e mettere insieme realtà anche molto distanti».

Una rivisitazione del teatro-canzone non solo per il suo formato ma anche per la portata politico-sociale del messaggio. Mi viene in mente Giorgio Gaber. «Sì assolutamente, una forma che ho praticato più volte nella mia carriera e di recente con E pensare che c'era il pensiero oppure Sud dell'alma il mio manifesto sui poeti sudamericani. L'ho sempre detto che ho sbagliato mestiere e che se da piccola mi avessero avvicinato alla musica sarei stata un'ottima cantante. Perché quando una canzonetta - e insisto sul termine canzonetta - è riuscita, arriva di colpo alla gente, ha la capacità di evocare ed è un merito della musica e del canto. La differenza grande che porto oggi come attrice alla canzone è che il mio modo di cantare è molto teatrale e così la gente risente per la prima volta davvero certe parole di canzoni che conosce perfettamente, ma su cui non si era mai soffermata a riflettere. È come se io raccontassi loro una storia o gli mostrassi un film».

Come si fa a far cambiare davvero rotta a questo paese e far sì che investa in cultura, educazione, ricerca come i paesi più civilizzati nel mondo? «Siamo reduci da 20 anni terrificanti in cui si è andati giù con le mazze contro cultura e scuola. Se c'è una cosa che non capisco dell'Italia è che siamo seduti su un patrimonio di paesaggio, tradizioni, architetture, tesori artisti e culinari, abbiamo più monumenti di tutti gli altri al mondo e una strepitosa diversità regionale e nessuno difende questa ricchezza. A parte Farinetti che è un genio, ma ce ne vorrebbero altri come lui per difendere tutto il resto. È come se tagliassimo l'albero su cui siamo seduti».

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