Libri Genova Venerdì 24 gennaio 2014

Lorenzo Beccati, da Striscia la notizia alla Genova del '600

Il cielo di Genova da piazza Santa Brigida
© dearmissfletcher.wordpress.com

Genova - È forse uno dei più importanti autori della televisione italiana, quella attuale, ma preferirebbe vivere nel 1500. «Perché sento quel periodo storico come molto più congeniale a me: nel presente ci sono immerso fino al collo tutti i giorni – soprattutto per lavoro – ed il futuro non è che mi attiri poi più di tanto», così ci dice al telefono Lorenzo Beccati, autore di Striscia La Notizia e voce ufficiale del Gabibbo, uscito in libreria con l’ultimo di una lunga serie di romanzi, Pietra è il mio nome (Ed. Nord, 312 pp., 14,90 Eur).

È una storia spezzata: Pietra è un’orfana che assiste ad uno scempio di una sua coetanea in diretta (per usare un linguaggio a cui Beccati è abituato).
Da quel fatto accaduto nell’infanzia prende inizio un giallo oppresso da un maniaco che uccide le donne firmando i propri delitti con un rametto di legno lasciato sempre sul luogo del misfatto, una bacchetta da rabdomante per la precisione.

Ed è da quel pezzo di legno che Lorenzo Beccati è stato avvolto dal desiderio di scrivere una storia che l’aveva colpito: «Mi sono ritrovato nel basso Piemonte a conoscere un rabdomante, quasi per caso. L’uomo mi ha interessato parecchio, tanto che ho acquistato un libro intitolato Storia della Rabdomanzia del 1933. In quelle pagine dove mi sono tuffato ed immerso mani e piedi ho letto una frase molto semplice da cui non mi sono più liberato: La bacchetta del rabdomante deve essere dominata soltanto da un uomo. Se ad impugnarla è una donna, essa indicherà una direzione sempre contraria a quella corretta. Il fatto per cui una donna non avrebbe potuto godere degli stessi diritti su di un pezzo di legno al pari di un uomo, mi ha sfidato a creare un personaggio che potesse fare come gli uomini in quell’arte in cui soltanto loro avrebbero dovuto agire».

Infatti Pietra, o la Tunisina, è una ragazza dotata, ma non dell’arte sottile ed ineffabile che si chiama rabdomanzia, bensì soltanto di una intuitiva intelligenza.
In questo Beccati rivela tutto il suo talento di storico ufficioso: «Ancora una volta ha constatato che è più facile tollerare il potere di un’asticella d’osso che l’intelligenza di una donna».

Pietra è una donna tollerata, anche temuta, soltanto perché si crede che la sua anima divida i sensi con uno strumento materiale, un utensile.
La sua vita è in qualche modo anche tragica, come tutti i personaggi di Beccati (Vedi Pimain, il Guaritore di maiali), che sono sempre voci in qualche modo dolenti, personaggi caratterizzati con il carboncino, figure anche straziate dal passato ma che non si arrendono mai se non sparando colpi ad altezza d’uomo.

Se gli chiedi il motivo di scelte così radicali, ti risponde che preferisce i personaggi così, calibrati per sparare, e non quelli che non attirano le simpatie di nessuno.
La sua non è una terra di confine, ma un inferno dove si lotta per stare vivi. Perché a Genova?
«Perché la Superba nel 1600 era forse la Repubblica più potente dell’epoca sul mare e perché nei suoi carruggi di oggi puoi ancora essere sfiorato da quel tempo. Le vestigia, le tracce di quel passato antico Genova se le porta ancora tutte scritte in faccia». Come le rughe incise sul viso di una bella ragazza.

È difficile pensare a come Beccati riesca a scrivere romanzi così avvincenti, col poco tempo che gli resta a disposizione. I minuti per lui sono sempre contati.

Vive a Milano in un residence dove sta quasi chiuso come in convento e fa vita-bottega con la redazione di Striscia la Notizia in cui l’urgenza quotidiana è quella di sintetizzare una realtà in perenne evoluzione negativa.
«Diciamo che durante l’anno studio, mi documento, faccio ricerche: sbrigo la parte compilativa del mio libro. Butto giù anche una scaletta rigorosa che mi servirà dopo. In questo modo – di solito – sono già arrivato all’estate quando, complice la chiusura di Striscia, mi ritiro nella mia Alassio e posso scrivere per circa due mesi senza soluzioni di continuità. A quel punto non mi sfugge niente e mi è di grande aiuto la possibilità di scrivere senza tutti quei “salti” che durante l’inverno sono tenuto a fare nel mio lavoro».

È vero che in qualche modo (che banalità di domanda) il lavoro redazionale di Striscia l’ha affinata facendo del suo stile una specie di osso di seppia (tutto midollo delle cose, zero intingoli). «Ma credo proprio di sì. Il lavoro a Striscia consiste più che altro in un togliere continuo, nel cercare di tornire una frase ad effetto, che spari e bruci la pelle al primo colpo. Non ci possiamo permettere fendenti a vuoto».

Pensate che il primo libro di Beccati si intitolava La notte dei commercialisti viventi, dove si respira già tutto un futuro da scrittore ampio come il golfo del Messico ed un senso della frase a scatto. Come si rilassa?
«Guardo molto il calcio: sono capitano da anni della Nazionale Calcio TV. Con la squadra giro l’Italia. Ad oggi avremo disputato circa 260 partite. Non mi reputo un tifoso, ma un amateur. E poi leggo, mi piace leggere da morire. Non posso farne a meno».

Perché ha ringraziato Luca Crovi alla fine del suo romanzo ?
«Perché mi ha aiutato da matti. Luca è un intellettuale nel senso puro dell’espressione ma gira con in tasca la bacchetta dell’umiltà. Siamo diventati amici per caso ed ancora oggi i suoi consigli me li tengo stretti come pezzi d’ambra del Baltico».

Ha mai pensato di scrivere un libro sulle streghe di Triora?
«No, ma adesso che me l’ha detto, vado in libreria a vedere se trovo qualcosa che faccia al caso mio. Una bella strega, mi manca».
Pare anche a noi.

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