Teatro Genova Teatro Duse Mercoledì 18 dicembre 2013

Pantani: un docu‑drama storico @ Teatro Duse

Un momento dello spettacolo Pantani

Genova - Con Pantani, il Teatro delle Albe racconta la storia d'Italia, raccogliendo il testimone di tanta letteratura che ha visto nel ciclismo una delle identità forti del nostro paese. Per questo, prima di tutto, è da non perdere, che amiate o meno lo sport: sono le vicende di un popolo ad andare in scena risalendo a origini anche molto antiche, a chi correva in giacca e cappello, come Coppi e Bartali. Con la sottigliezza, cura e intelligenza a cui ci ha abituato, il regista Marco Martinelli scarta per offrirci un'altra preziosa produzione. Lo spettacolo, in scena al Teatro Duse di Genova fino al 20 dicembre, ha vinto il Premio Ubu 2013 come migliore novità italiana (o ricerca drammaturgica)

In uno spettacolo dettagliatissimo e altrettanto vario - tra voci dei familiari, un coro, alcuni canti in dialetto romagnolo (mai decorativi), testimonianze in video, altre ricostruite e messe in scena, ma anche stralci di documenti reali, privati e di tribubale - si viene a comporre la fitta tramatura di una narrazione polifonica. Il baricentro è su un uomo ma, come a comporne la naturale complessità, si dipinge con lui un intero paese, la sua cultura, il suo recente passato. Il marcio di un sitema paese che si infiltra come acqua di scarico dentro ogni livello della vita sociale e quindi anche sportiva.

In qualche modo si paga anche un tributo a Pier Paolo Pasolini, rompendo quella cortina di omertà naturalmente sospetta e diffusa, in nome di quell'avidità tutta pasoliniana per la verità. Lo spettacolo non racconta solo di un campione del ciclismo, racconta anche del fenomeno del doping, degli interessi economici alle spalle dello sport, della connivvenza tra poteri industriali forti e poteri politici e delle forze dell'ordine. Si parla anche dei media e del loro trasformarsi in moderna gogna pubblica capace di distruggere uno per salvare il sistema marcio che coinvolge mille e più.

Con un ritmo serrato e un frequente passaggio di testimone, lo spettacolo tiene altissima l'attenzione del pubblico. Lavorando contro la miopia cronica di un guardare alle cose superficiale tutto italiano, tra discorsi da bar e frasi fatte, cercando di infrangere l'altrettanto incurabile incapacità a conservare traccia del passato, Marco Martinelli e Ermanna Montanari scrivono un testo classico nella struttura e nella stratificazione di percorsi, personaggi e pensieri.

Un docu-drama a cavallo tra i drammi storici shakespeariani e la tragedia greca, che in parte cita e rilegge la lezione brechtiana del dramma epico (lasciando a lungo la luce sul pubblico, a più riprese coinvolto come fosse in un programma-inchiesta in TV), che non può che raccogliere anche una lezione più recente, quella dei migliori esempi di teatro di narrazione contemporaneo, dal Vajont a Ustica di Marco Paolini, da Olivetti a Mattei di Laura Curino, fino alla preziosa drammaturgia di Saverio La Ruina dove donne e uomini ignoti della nostra Italia vanno in scena nelle loro lingue e storie, tutt'altro che eroiche (Dissonorata, La Borto, Italianesi).

«Andate via! Andate via!», dice con voce alta, ferma e aggressiva Ermanna Montanari, prestandosi all'immersione nel personaggio di Tonina (Belletti), la madre di Pantani. Sarà lei, principalmente, a condurci nell'album di famiglia che ruota intorno al figlio Marco. Con una forte metamorfosi, rispetto agli stilemi interpretativi a cui ci ha abituato, Ermanna Montanari cede alla necessità di entrare in un personaggio estremamente concreto, che non si presta a sonorità metaforiche e che le chiede di allontarsi da certe astrazioni vocali per sposare una parlata dialettale o dal forte accento. E ci riesce.

La narrazione in prima e in terza persona è offerta e percepita come testimonianza diretta rivolta a un pubblico che Tonina rifiuta ma che decide di accettare per poter rendere nota la verità. Accanto a lei il marito Ferdinando, detto Paolo (Luigi Dadina): si tormenta le mani, cerca di attenuare i toni aspri del racconto della moglie; le ricorda da dov'era partita quando perde il filo; interviene per aggiungere episodi, dettagli, racconti di cui solo lui è depositario come quello sui tagli alla bicicletta che il figlio gli chiese per adattarla alla sue esigenze. Come in simbiosi, Dadina trasuda disagio, dolore o tenerezza seguendo come un termometro i punti salienti della vita del figlio fino al suo suicidio.

Accanto a loro L'inquieto (Francesco Mormino), giornalista francese, diventato amico di Pantani, che collabora al racconto con uno sguardo indagatore e con occhio da straniero che non teme di dire noi e associarsi all'Italia, ma guarda incredulo alla pila di contraddizioni, contraffazioni, controordini che caratterizzano questa vicenda, facendola somigliare spaventosamente a tanti altri casi oscuri della storia del nostro paese, dietro cui si muove un potere feroce.

La sfida per il regista Marco Martinelli è stata «di portare a teatro persone che in teatro non sono mai entrate, che sono qui per Pantani; d'altra parte accogliere a teatro chi di Pantani non sa niente e viene a vedere uno spettacolo. Mettere insieme queste due tipologie di pubblico, rispondere alle loro necessità, tanto diverse, questa è stata la sfida». 

E il pubblico della prima, seppur raccolto, non delude. Ride. Accenna un applauso ma poi rispetta il ritmo della narrazione e riserva per il finale il forte consenso. Certo tanti sono venuti a vedere il lavoro del regista teatrale Marco Martinelli che da anni con il Teatro delle Albe, insieme alla compagna di vita e attrice Ermanna Montanari, realizza produzioni raffinate e curattissime, dotate di un'anima e di un acuto punto di vista. Non manca chi è venuto a sentirsi raccontare la storia di un campione che è diventato la vittima sacrificale di un'Italia bugiarda e meschina che tenta sempre di farla franca sulle spalle di qualcun altro, mentre nulla cambia e chi addita a colpevole è di solito più criminale di chi è accusato. L'Italia degli anni '90, quella che ha avuto al centro della politica Silvio Berlusconi, ma come vero filosofo e ideologo l'Umberto Smaila di Colpo Grosso (1987-1991), una produzione di ASA Television per conto di Fininvest. È Smaila l'uomo dei sogni rosa, quelli serviti belli e pronti in TV. In un proliferare di donne sempre meno vestite e denudate da inquadrature volutamente oscene.

Pantani non esce eroe, né solo vittima, né forte, né debole. Ci viene restituito nella sua complessità, ma soprattutto va ad allungare l'elenco di persone tritate da un sistema a cui nessuno ha restituito giustizia. Semplicemente seppellito e se necessario strumentalizzato negativamente. 

Martinelli e Montanari sembrano prendere alla lettera uno degli Scritti Corsari di Pasolini, uno dei più noti, ma non per questo meno profondo, per riordinare i tanti frammenti di un tempo recente eppure già dimenticato (1990-2000), per negare l'arbitrarietà con cui si è sorvolato su una lettura più attenta di quanto accaduto; per segnalare e denunciare la tanta approssimazione di un caso trattato con voluta leggerezza e ricordare l'eccessiva fretta nell'archiviare qualcuno come colpevole senza cercare i veri responsabili:

Io so. Io so i nomi dei responsabili ... Io so.  Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i fatti disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero…

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