Mostre Genova Museo di Villa Croce Venerdì 6 dicembre 2013

Cesare Viel torna a Villa Croce. Il sogno di una cena, una performance

Cesare Viel in India. Sullo sfondo il Taj Mahal

La serata Christmas Party di mercoledì 11 dicembre a Villa Croce è organizzata dagli AmiXi di Villa Croce nelle sale del piano nobile del museo.

Ecco il programma completo della serata:

ore 20 - Visita in anteprima della mostra Desertmed. Le isole deserte del Mediterraneo
ore 20.30 - Visita guidata della mostra Landscape, dell'artista cinese Zhang Enli
ore 21 - Il sogno di una cena. Performance di Cesare Viel. La performance è aperta ai partecipanti alla cena di sostegno del museo (50 Euro, 35 Euro per under 30, prenotazione necessaria). I biglietti saranno in vendita al Museo di Villa Croce e in alcuni esclusivi negozi genovesi. Per informazioni e prenotazioni: amixi@villacroce.com o +39 338 70880164.

Per tutta la serata ci sarà una vendita di multipli e di opere d'arte contemporanea a sostegno delle attività del museo 2014.

Genova - Sono passati cinque anni dalla sua personale a Villa Croce nel 2008, Cesare Viel. Mi gioco fino in fondo. Performance e installazioni. Da allora il suo lavoro di artista concettuale è stato visto a Trento (2009), a Bologna in due diverse occasioni, a Cuneo (2010), Monza Brianza (2011) e più recentemente a Roma, al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, Università La Sapienza. La nuova tappa è di nuovo la sua città di adozione, Genova, per Il sogno di una cena, performance, a cura di Ilaria Bonacossa - mercoledì 11 dicembre, ore 21 al Museo di Arte Contemporanea Villa Croce. Come Brahma, il dio hindu distaccato e dormiente, concentrato e sognante, l'artista apparirà ai presenti sdraiato e avvolto tra rosse lenzuola.

A che punto è il tuo lavoro rispetto al 2008? Quali nuove direzioni? E quali punti forti ritornano anche in questo nuovo lavoro?
«In questi anni - racconta Cesare Viel - ho approfondito ancor di più l'aspetto performativo del mio lavoro, insieme con quello sonoro. Nel complesso ora sono più consapevole di che cosa significhi per me la pratica dell'installazione, nel senso di un intervento con implicazioni legate alla specificità psichica e culturale, più che solamente fisica, di un contesto. La scrittura (intesa come pratica analitica ed espressività corporea, chirografica e non formalisticamente calligrafica) resta un mio chiodo fisso, ma come un punto in continuo movimento».

Anche per Mi gioco fino in fondo, una performance dava avvio alla personale che sarebbe andata avanti per tutta l'estate del 2008. All'epoca però tra le opere allestite all'interno degli spazi di Villa Croce c'era anche un tappeto e altre forme e linguaggi testimoniavano l'ampiezza della tua arte. Cosa rappresenta la performance nel tuo percorso artistico? Cosa ti porta a prediligere questo formato ad altri?
«È vero, probabilmente è la mia corrente interna che mi spinge lì. Verso il corpo presente, un corpo-mente che agisce e diventa nucleo attivo di relazione. Sento sempre di più la dimensione dell'arte come energia allo stato puro, proveniente da un pensiero emozionale in grado di produrre opere che attraversino e mettano in discussione il nostro modo di stare al mondo».

La performance è intitolata Il sogno di una cena: senza spiegare troppo e lasciandoci la suspence di scoprire e vivere questo momento espressivo in toto. Ci racconti qualcosa della genesi di questo lavoro e del titolo?
«Preferisco non svelarti i dettagli. Però posso dirti che questa mia nuova azione relazionale (preferisco chiamarla così piuttosto che performance) scaturisce proprio da questo nucleo di pura energia di cui ti accennavo. Si tratta di una visione, di una forma rituale, una sorta di cerimonia in cui i presenti, ognuno a suo modo, condivideranno con gli altri il significato profondo di quanto succederà. E questo effetto di condivisione andrà a toccare un livello esperienziale che potrà continuare a riverberarsi anche in futuro. Insomma, delle tracce che potranno andare oltre la stessa azione al museo di Villa Croce. Il titolo e la struttura della performance mi si sono palesate quasi all'improvviso, durante una notte un po' agitata in una stanza d'albergo in India, mentre cercavo di prendere sonno, senza riuscirci».

Al centro della performance la figura di Brahma, il dio hindu e, per associazione, quella dell'artista-statua vivente. Che rapporto hai con la religione o le religioni? E la sfera mistica? In quale altro lavoro hai indagato questa dimensione?
«Credo che in questo progetto emerga un rapporto più profondo e diverso col tempo (il presente, il futuro), ma anche con la realtà. Una relazione più libera e distaccata. La componente del sogno e, soprattutto, l'idea di essere sognati da qualcun altro, mi ha aperto nuovi spazi. Per rispondere alla tua domanda sul mio rapporto con la religione, mi potrei definire un inquieto materialista storico con ricorrenti crisi mistiche e/o metafisiche. Sento che questa azione, pur avendo elementi profondi che partono da lavori precedenti, costituisce probabilmente una svolta».

In tutto il tuo lavoro c'è una forte componente narrativa e di scrittura. Al di là dell'alfabeto e della calligrafia, ci sono segni e simboli che possono essere altrettanto riconoscibili e raccontare comunque una storia o evocarla. In che misura la narrazione è presente anche in questo tuo lavoro?
«Anche in questo caso la componente della scrittura e del frammento narrativo costituiscono un nucleo vitale, direi essenziale, ma secondo una modalità operativa per me del tutto nuova. Però di questo non posso parlarti più in dettaglio perché sennò rivelo una parte fondamentale dell'intero progetto, che deve restare segreto».

Il tuo recente viaggio in India sembra occasione scatenante, ma che rapporto avevi con quel paese prima di andarci e che idea ti sei portato a casa?
«Il viaggio indiano con Laura (Guglielmi, ndr) è stata un'esperienza davvero molto bella, forte, a volte anche scioccante. L'India era lì che ci aspettava da tempo, e quest'anno si è venuta a creare la spinta giusta: il nostro matrimonio dopo 25 anni di relazione. Insomma, un viaggio carico di simboli e di profonde risonanze interiori. Sono ancora un po' là, una parte di me non è del tutto tornata. L'India è un passaggio iniziatico che ti segna, una realtà molto complessa, contraddittoria, che non ti lascia indifferente. Credo di essermi portato a casa, in qualche modo, una diversa considerazione della nostra presenza in questo mondo. Una maggiore apertura, e al contempo un certo distacco dalle cose e dalle nostre noiose e narcisistiche ansie da prestazione. Con l'India poi avevo avuto già una relazione professionale. In Rajasthan ho fatto fare, tra il 2008 e il 2010, ben tre grandi tappeti ricavati da tre mie frasi. Una produzione molto interessante e importante per lo sviluppo del mio lavoro. E spero davvero di poterla proseguire ancora, anche se non è facile per motivi pratici e logistici».

Chiudiamo la nostra conversazione con una domanda che punta a comprendere se alla base della performance, o meglio azione relazionale, c'è per l'appunto una dimensione iper-relazionale dell'artista con i contesti che frequenta e che in qualche modo entrano o interagiscono nel suo fare quasi dettandogli alcuni passaggi, come si trattasse di istruzioni subliminali. Dunque, il paesaggio modifica il tuo modo di fare arte? Voglio dire, quando lavori su un'opera, su un concetto, ci sono elementi che si intersecano in fase di ideazione/creazione (colore, sensazioni, clima, vegetazione, usi-costumi, lingua) che in qualche modo si stratificano nel tuo fare, fornendoti una grammatica?
«Credo proprio di sì, da sempre, e addirittura in maniera ancora maggiore di quanto riesca ad esserne consapevole. Io sono totalmente attraversato, a volte fino ad avvertirlo in modo patologico, dall'ambiente naturale, architettonico, estetico, paesaggistico, sociale e antropologico nel quale mi trovo immerso, di volta in volta. E questo non può che condizionare anche il mio lavoro creativo e concettuale, oltre che agire sul mio umore, sui miei stati d'animo e sulla capacità o meno di progettare un lavoro artistico. Ad esempio Genova mi ha dato un senso di vertigine, dell'abisso, del crollo, dell'accumulo che mi porto dentro e che a volte è anche entrato in alcuni lavori e installazioni. Così, come la luce pulita e cristallina del nord Europa, o dei paesaggi di montagna, o la potenza del caldo sul tuo corpo e sulla tua mente che si prova d'estate in qualsiasi luogo nel Mediterraneo, hanno condizionato in parte una certa tonalità del mio procedere nella scrittura, come concentrazione e ritmo legati alla produzione di certe mie frasi manoscritte, che poi sono diventate opere da installare nell'ambiente sotto forma di wall drawings o billboards».

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