Libri Genova Mercoledì 4 dicembre 2013

Sirenate: il nuovo libro di Marco Ferrari

© Pericomart (¡ VIVA EL MAL, VIVA EL CAPITAL ! ) / Flickr.com

Genova - Ora posso confessare che per molti anni, ogni mattina, ho visto una sirena avvicinarsi al nostro piccolo golfo, comporre sinuose figure al largo della banchina e girovagare tra le barche in secca. Una visione mattutina che ha tranquillizzato le mie ansie di eternità, valendo più di ogni sogno. Mi era capitato per caso di osservarla, la prima volta, uscendo sul terrazzo di casa. Non riuscivo a dormire, preso dai pensieri a cui mi ero volontariamente votato, tornando a vivere da solo nella casa che era stata dei miei genitori e che mi aveva dato i natali. Vidi le acque agitarsi, pensai a un grosso pesce, poi a un delfino, infine mi convinsi che poteva essere un sub.

Invece lei mi salutò alzando un braccio componendo un passo di danza tra le onde. Il mio stupore fu immenso e, per paura di esser incorso in un miraggio dovuto alla follia, mi chiusi in camera. Perché un essere così fantastico e fiabesco venuto dal mare veniva a cercare proprio me? Dallo spiraglio delle serrande non la vidi più per tutta la giornata, un tempo sospeso tra sogno e realtà.  

La mattina dopo mi svegliai alla solita ora e, quasi con timore, aprii le serrande e andai sul terrazzo: era di nuovo là a nuotare con straordinaria vigoria e armonia, con la grazia di una stella del teatro, una étoile del palcoscenico marino. Era una sirena dolce e muta poiché non cantava ma danzava.
Come aveva fatto a resistere all’invasione delle navi container, delle navi da guerra, delle navi da trasporto, dei sommergibili, degli yacht e delle barchette a motore? Chissà in quale anfratto aveva costruito l’arnia per continuare a vivere, per riposarsi, celarsi a nuotatori, ai bagnanti e ai subacquei. Un vero miracolo. Nelle ombre del primo mattino mi appariva atletica, rapida, disinvolta, poi scompariva con quel saluto invitante.

I giorni seguenti quella figlia smarrita e solitaria di Acheloo, squamosa vergine dei mari, tornò al solito posto, alla solita ora. Sceglieva la spiaggetta deserta a levante del paese, proprio di fronte a casa mia, per muoversi con sinuose pose, tacendo, priva di quella voce mielosa che già avevo incontrato nelle mie lunghe navigazioni.
Io non osai avvicinarmi più di tanto, far finta di passeggiare di primo mattino sulla banchina oppure appostarmi con la barca nel punto giusto, all’imboccatura meridionale della baia, ben sapendo che quella era la direzione da cui proveniva.

Di più: non mi sono mai permesso di inquadrarla col binocolo o di fotografarla oppure di farla riprendere da mio nipote che possiede una videocamera. Ho tenuto per me quel segreto.
Devo ai miei occhi la sua visione: le pupille ancora conservano il sortilegio che mi era toccato in regalo.

Una mattina, però, sarà stato di ottobre, è successo l’incredibile. Il cielo era terso, la superficie dell’acqua era ricoperta di striature di luce e onde lunghe e vacue si infrangevano sulla costa. Le barche dormivano nel loro perenne dondolio. La sirena si è mostrata al largo. Forse aveva ormai intuito che qualcuno la stesse osservando e seguisse le sue peregrinazioni all’albore del giorno.
Ma all’improvviso, giunta tra le barche ancorate in rada, due motoscafi accesero i motori e i fari e la affiancarono. Così, accecata, spaventata, schiacciata tra due lati, la donna di mare fu sollevata a bordo di una delle imbarcazione e ingabbiata. Fu tale la rapidità dell’evento che non ebbi neppure il tempo di far qualcosa, gridare, prevenirla, aiutarla. I due motoscafi che si allontanavano a tutto gas sull’acqua si lasciavano alle spalle una scia di angoscia che mi tenne a lungo senza fiato.         

Un’immediata convinzione mi spinse a ragionare per dissipare l’inquietudine. Quella era una faccenda infame di ladri su commissione, mercenari senza scrupoli che agivano su ordinazione per eliminare ogni sirena dalla faccia della terra o meglio del globo terracqueo.
Scesi di corsa al molo e salii sul mio piccolo gozzo a motore. Dovevo non perdere la scia e seguirli. Fuori dalla diga vidi gli agili motoscafi dirigersi verso la grande isola, sotto il roccione che guarda al mare aperto. Il sole già montava a oriente gonfiando la sua sagoma che trasformava in oro le acque agitate. Ero stato tante volte là, in quelle acque, ma non avevo notato nulla di strano. Avevo sentito dire che l’isola era stata trasformata, nel periodo bellico, in un sotterraneo militare pieno di cunicoli e segrete dove si conservavano le armi e le munizioni e dove si nascondevano i cannoni di grosso calibro.

Col motore al minimo perlustrai il tratto di costa rocciosa dell’isola e notai una macchia d’olio davanti ad una siepe che cadeva in mare. Accostai a motore spento, allargai le foglie e vide che dietro vi era una porta di legno massiccio abbastanza grande da permettere l’ingresso alle barche. Legai il gozzo ai rami della siepe, misi i piedi sulla roccia e cercai di aprile quel varco, senza riuscirsi. Vidi, però, che l’acqua passava sotto il portello, così mi immersi e nuotai sott’acqua sino a che non intuii di aver superato lo sbarramento e tornai a respirare.

Era buio, non si vedeva nulla, sentivo solo l’acqua molto fredda sbattere sulle pareti rocciose.
Mi trovavo in uno stretto canale navigabile che entrava dritto nelle pareti di sasso, un sito bellico rimasto intatto. Nuotai per una ventina di metri e quindi entrai in un androne dove cozzai contro uno dei due motoscafi. A tastoni trovai una seconda porta, soltanto accostata, senza serratura. Oltre si intravedeva una lunga scala che saliva di una ventina di metri terminando in una stanza dove era accesa una lampada a bassa gradazione. Mi scrollai di dosso l’acqua. Non si sentivano voci e dunque andai avanti in quella casamatta sotterranea, ancora in ottimo stato. Infine aprii una porta metallica, dura a muoversi. Era una camera delle torture. Appese ad una trave a testa in giù stavano agonizzando una mezza dozzina di sirene con la loro pelle umana scorticata e la coda ormai insecchita. Tra queste vi era la mia visione mattutina ridotta a carne da macello. In piccole vasche contornate da gabbie di ferro ansimavano sirene incinte pronte a partorire le loro figlie. All’odore dell’ozono si mischiava il tanfo degli urinari, del chiuso e dei composti chimici.

Un gemito inquieto aleggiava nella funerea stanza dove le donne d’acqua dovevano perire senza essere uccise, lasciate a morire poco a poco per svuotarle al momento giusto, ancora calde, a farne dei trofei imbalsamati, eteree figure cieche e bislacche, prive di vita e di richiami come grossi granchi d’oceano senza più polpa, zanne d’elefante senza più testa, facce di cinghiali senza più occhi. In un angolo, insalubri trofei di sirene oramai imbalsamate sembravano pronte per essere imballate nelle casse.
Sentii un rumore di passi e mi nascosi dietro un paravento.

L’interruttore accese delle vetuste lampade al neon che presero consistenza in sequenza esitante. Una funzionava ad intermittenza. Il guardiano, scalzo e in pantaloni corti, passò in rassegna le sirene legate a testa in giù udendo i loro gemiti. Entrò un ceffo con cicca sulle labbra e chiese se c’erano dei morti. L’altro storse la bocca e negò col capo, quasi non volesse disturbare l’agonia delle sirene.
Il vecchio aprì l’unico abbaino della stanza per fare entrare un po’ d’aria fresca e si mise a sedere sul bordo del tavolo. Il lamento delle sirene si accentò, alla presenza dei due uomini. Spenta una cicca, l’altro si rollò un’altra sigaretta con precisione millimetrica, da mestierante, e brontolò per quello schifo di lavoro che gli era toccato nella vita: imbalsamatore. Poi si mise a raccontare di suo padre che gli aveva insegnato l’arte della tassidermia, dei tempi in cui si imbalsamavano gli uccelli, le volpi e gli scoiattoli, della brutta fine che aveva fatto la ditta di famiglia e del perché si trovava in quel posto mefitico. Il vecchio guardiano sembravano non ascoltarlo.

L’imbalsamatore si avvicinò parecchio al mio rifugio per dare un’occhiata al lavoro appena finito, mai poi andò a vedere una sirena che ebbe un tremito, come se emettesse l’ultimo respiro. Difatti sentenziò che se n’era andata per sempre.
Arrivò un tipo che aveva l’aria del capo, alto e panciuto, il grugno cupo e preoccupato. L’imbalsamatore gli disse che voleva desse un’occhiata prima di far partire la roba. Il capo si abbassò su una sirena mummificata e, senza toccarla, esclamò che gli faceva schifo l’odore. Poi squadrò quella appena morta e disse all’altro, con tono distaccato, di far presto perché nella notte partiva un carico, anzi, partivano tutte perché c’erano dei casini in giro. L’imbalsamatore annuì con la sigaretta mezza accesa in un angolo della bocca. Il guardiano sbadigliò e si stirò quasi contento di smetterla di stare là dentro e desideroso, a suo dire, di stare all’aria aperta, sull’isola.

L’artigiano si mise al lavoro, nervoso e scocciato per le urla e i lamenti delle sirene. Poi venne l’ora di pranzo e se ne andò seguendo il guardiano.
Per buoni cinque minuti me ne stetti nel mio rifugio segreto a pensare cosa fare guardando la maniglia della porta, timoroso che si aprisse di nuovo. Quindi decisi di passare all’azione. Con molta cautela liberai le sirene appese alle travi a testa in giù, diedi loro da bere e, per quanto potei, bagnai le code insecchite, poi aprii le vasche contornate da gabbie di ferro lasciando libere le donne di mare incinte. Guardai fuori dall’abbaio. Vidi che sotto c’era il mare aperto ad un’altezza di una decina di metri. Con attenzione scardinai il telaio e, una ad una, spinsi le esanime donne in mare. Ogni tonfo in acqua era la certezza della ritrovata libertà. Quando toccò alla ammaliatrice delle mie visioni mattutine, ormai esanime e senza sguardo, la pregai di non farsi più vedere nel golfo, di girare al largo, di conquistare gli oceani.
Anch’io mi gettai da quell’altezza e piombai in acqua felice, raggiunsi a nuoto la barca, la scostai dalla parete rocciosa a colpi di remo, un po’ in apprensione e poi accesi il motore e mi diressi al largo. Feci in tempo a vedere il branco delle sirene che puntava a dileguarsi all’orizzonte.

Per alcune mattine ho cercato la sirena immaginandola comporre  sinuose figure d’acqua appena fuori della banchina, ma non è più tornata, neppure per ringraziarmi o chiedermi ulteriori protezioni. Mi sono abituato alla sua assenza e alla mia caducità.

Una sera, alla sagra del paese, ho rivisto il guardiano e l’imbalsamatore che stavano litigando tra loro. Un po’ alticci e mal vestiti, si disputavano una seggiola. Mi fecero compassione e offrii loro da bere. Di litro in litro finimmo a parlare di sirene. Sostenni che erano leggende e nulla più. L’imbalsamatore disse il contrario, mi prese per un braccio e mi trascinò via. Il vecchio guardiano, seguendoci, lo supplicava di lasciar perdere. Facemmo pochi passi e l’imbalsamatore aprì la porta di una cantina: c’erano due vecchie barche in restauro, appese al muro comparivano facce di cinghiali, alci e tigri e in fondo c’era un tavolo da laboratorio alquanto sporco e unto di grasso.

Dominava il solito odore dei composti chimici e di animali in putrefazione. Ancora barcollando per il vino bevuto e nonostante il guardino cercasse di farlo desistere, l’imbalsamatore spalancò un armadio. Seminascoste da abiti da lavoro comparivano due sirene imbalsamate con gli occhi e le labbra cucite. Un rigurgito acido mi salì dalla gola. La bocca dell’imbalsamatore si piegò ad un sorriso che era funesto e colpevole insieme. Il guardino scoppiò in una bestemmia per il segreto violato e se ne andò sbattendo la porta. Feci finta di esprimere meraviglia, non risentimento, e quello mi offrì per pochi soldi le due figure imbalsamate. Sostenne che le avrebbe messe a posto, le avrebbe pulite e depurate di quell’odore forte di formalina e derivati siliconici che otturavano tutte le apertura del corpo.
La contrattazione durò il tempo di una sigaretta. 

Le pagai una certa cifra, circa tre mesi di pensione, e la notte le caricai sulla macchina, le portai in giardino e le sotterrai con la certezza che nessuno le avrebbe mai scoperte, per primi i miei eredi, poco inclini al lavoro di giardinaggio.
Dai giornali appresi che una banda di spregiudicati trafficanti di animali esotici si era insediata nel sotterranei dell’isola con la complicità del custode e di alcuni militari. La gang era stata arrestata mentre cercava di svignarsela su due veloci motoscafi. Successivamente erano finiti in manette anche altri personaggi locali, tra cui il vecchio custode, di cui compariva la foto sui giornali. L’imbalsamatore fu ritrovato morto nel suo scantinato, al termine dell’inverno. Il decesso era avvenuto mesi prima, ma nessuno di era accorto della sua scomparsa. Aveva fatto la fine dei tanti animali che aveva mummificato.

Su una poltrona a vimini nel patio guardo ancora adesso il punto del giardino dove sono seppellite le due sirene e mi pare di sentire una voce che sale dalla terra. Credo che un giorno mi addormenterò per sempre con quel canto nella testa.  

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