Libri Genova Martedì 19 novembre 2013

Nel tempo dei lupi di Giacomo Revelli, l'incipit del romanzo

Giacomo Revelli

Genova - «Fra trecento metri, superate la rotatoria. Poi, tenete la destra».

Ma quale rotatoria. Guido non vedeva davanti a sé nessuna rotatoria. La strada, da una parte, costeggiava una parete rocciosa. Dall'altra, oltre il guardrail, lo strapiombo. Una rotatoria? L'ultima cosa che poteva definirsi una rotatoria l'aveva superata a Triora, quando, seguendo le indicazioni del navigatore palmare, aveva preso il bivio per Realdo-Verdeggia invece di entrare in paese. Ora la Toyota Highlander percorreva maestosa un tratto in falsopiano, immerso nei castagni, scavato tra pareti di rocce bianche e spigolose, che riflettevano la luce di un sole già freddo, anche se non era nemmeno l'inizio di novembre. Un Suv che percorre una bellissima strada d'autunno. Come in uno dei tanti spot di auto visti in tv.

Tra poco ci sarebbe stata una curva, ma nulla lasciava supporre l'esistenza di una rotatoria, di quelle che comunemente s'incontravano una volta oltreconfine, in Costa Azzurra, ma che Guido s'era ormai abituato a superare anche nella sua città, a Torino. Che strano, per quale motivo doveva esserci una rotatoria su quella strada d'entroterra, ai margini della montagna? E per regolare quale traffico poi? Infatti, passata la curva, niente rotatoria. Guido si stupì. Il palmare, palesemente, sbagliava. Non poteva essere. Dalla sorpresa rallentò un poco. Giusto per guardarsi attorno. La rotatoria doveva pur esserci da qualche parte. Accostò. Premette il pulsante del cristallo elettrico. Una poiana volteggiava in tondo qualche decina di metri sopra la sua auto. A tratti, tra il ronzio del diesel, arrivava l'eco del fuì del rapace. Giù, in fondo, il fiume gorgogliava muto. Niente rotatorie. Solo un minaccioso segnale di caduta massi bucherellato dagli spari dei cacciatori.

Non c'erano dubbi. Il palmare si sbagliava. Come poteva essere accaduto? Non era mai successo. L’aveva comprato qualche mese prima e quell'oggetto gli aveva cambiato la vita. Chiara, la voce settata di default, lo guidava ovunque. Era sempre stata infallibile.

L'aveva acquistato per lavoro. Si dice sempre così per giustificare gli acquisti tecnologici. Ma, in effetti, per Guido quella era stata una soluzione a molti problemi. Lo chiamavano spesso per interventi urgenti e lui non aveva tempo da perdere tempo nei dettagli logistici, come li chiamava Ghilardi, il suo capo. Le antenne sono ovunque, in posti impensabili, sui tetti dei condomini di periferia o in cima ad aste issate nel bel mezzo dei parcheggi nei centri commerciali o, ancora, su tralicci dipinti di azzurro montati tra i grattacieli in centro.

Dettagli logistici, diceva Ghilardi, bisogna essere prontissimi, fulminanti, prima s'installa l'antenna meglio è per tutti, altrimenti son guai.

Dunque, ormai Guido usava il navigatore in tutti i suoi spostamenti. Per andare a prendere Mattia a scuola. Per raggiungere il campo per la partita a calcetto con gli amici. Per la palestra. Proprio la domenica prima l'aveva usato per andare con Carla all'outlet. Cartine, mappe, segnali stradali ormai erano inutili. Nemmeno la strada contava più molto. Gli bastava solo la loro rappresentazione sul display a cristalli liquidi. Una volta impostata la destinazione, fuori dal garage, pensava a tutto Chiara: «Prendete l'autostrada», «Spostatevi sulla destra», «Tra quattrocento metri, uscita». «Pagate il pedaggio». «Siete arrivati». Il resto erano arredi, suppellettili che scorrevano dal finestrino.

Con il palmare si risparmiavano tempo e guai. Guido aveva scaricato da Internet la mappa di tutti i semafori in città, così, con un semplice comando vocale, poteva impostare il percorso più breve per tornare a casa senza rimanere imbottigliato nel traffico. Nemmeno gli autovelox rappresentavano più un problema: Chiara lo avvertiva in tempo della loro presenza in autostrada in modo che poteva abbassare in tempo la velocità e non rischiare una multa.

Era così abituato a quella voce di donna. Una compagna di viaggio perfetta. Su di lei poteva contare in ogni momento. Con lei sentiva di poter andare ovunque. Ormai, più che al navigatore palmare, la collegava alla Toyota Highlander, come se fosse la voce stessa della sua auto. Anche quella leggera afasia nell'articolazione di sillabe e numeri, tipica del sintetizzatore vocale, gli era ormai normale, simpatica, suonava un po' come un accento, un'inflessione dialettale. A volte, a casa, sua moglie Carla, l’imitava per ridere. Niente più pensieri, niente preoccupazioni. Guidare non gli era mai piaciuto. Ora era diventato un passatempo.

Adesso, però, il display appiccicato al parabrezza con una ventosa, continuava a mostrare il percorso, ma la voce taceva: doveva esserci stato un errore. Non poteva essere il software, fino ad allora aveva funzionato perfettamente. Forse in quella gola c'era un cono d'ombra. Il segnale dell’apparecchio non raggiungeva i ripetitori, il satellite. Proprio così. Ma allora, bastava proseguire e tutto sarebbe tornato a posto.

Dopo la curva, la strada continuava a fianco di rocce marnose, rosicchiate da licheni e spaccate qui e là da crepe verticali. Pini giovani, non ancora affustati, si aggrappavano alla montagna con le radici.

«Tra cinque-cento metri girate a sinistra».

Chiara era tornata a farsi sentire. Sul display compariva ancora la mappa. Il navigatore aveva rilevato la posizione. Guido tirò un sospiro di sollievo. Dopo una larga curva a sinistra, un puntino indicava un piccolo centro abitato chiamato Creppo. Si sentì più tranquillo. Sul piccolo monitor si vedeva la strada che attraversava piccole case grigie come una serpe tra i sassi. Forse sarebbe stato meglio fermarsi e chiedere informazioni a qualcuno. Non che fosse difficile trovare la destinazione. Sapeva che proseguendo sarebbe arrivato dritto a Realdo. Ma voleva essere sicuro. Il paesino abbracciava una curva a gomito. In realtà c'erano molte più case di quelle indicate con un quadratino sulla mappa. Case di pietra con terrazzini di legno chiaro e tetti neri. Non c'era anima viva. Le case avevano gli scuri sbarrati e gli usci tirati. Alcune, disabitate, andavano in rovina. Da una fontana colava acqua per nessuno. 

Forse un cono d’ombra. Oppure un baco del software. No, Guido sperava proprio di no. Ma sì, era stata soltanto una zona d’ombra. Non accadrà più. E poi forse aveva sbagliato a non scaricare una mappa dettagliata del luogo. Aveva trovato solo una cartina dell'Europa occidentale. Pensava bastasse. Invece.

La valle andava chiudendosi. Ma non si trattava del tipico imbuto di versanti montuosi culminanti in una vetta. Da più parti conferivano valloni verdi e dorsali rigate da terrazzamenti. La strada si presentava sostanzialmente rettilinea. Con più Guido proseguiva, dai castagni, su cui le foglie cominciavano ad essere sempre più rade, spuntava un anfiteatro di cime, tutte più o meno alla stessa altezza e già abbondantemente spruzzate di neve. I monti accompagnavano lo sguardo su, fino all'azzurro intenso del cielo. Si capiva: a breve sarebbe arrivato in cima alla valle e la strada, forse, si sarebbe impennata su tornanti. Prima, però, doveva passare un bivio, l'ultimo, quello tra gli abitati di Realdo e Verdeggia. Ma Chiara, stranamente, taceva. Il display del navigatore continuava a mostrare la strada che si biforcava per raggiungere i due piccoli centri abitati, indicati con i soliti quadratini grigi. Un cerchietto rosso invece indicava la sua posizione. Ormai doveva esserci.

Sulla sinistra c'era un paese arroccato su uno sperone di roccia. Guido distolse un attimo gli occhi dalla strada per osservarlo. Le case erano così vicine allo strapiombo che una briciola di pane gettata dal balcone sarebbe volata giù per metri.

Un forte suono lo riportò alla realtà. Era un clacson, una tromba bitonale. Un camion carico di sassi stava arrivando proprio davanti a lui. Per fortuna il grosso automezzo aveva rallentato fin quasi a fermarsi, ma Guido dovette sterzare ugualmente per evitarlo. Passando, vide nella cabina di guida un uomo con un berretto di lana e una camicia a quadri che lo guardava torvo. C'era mancato poco. Era stato certo tutto merito dell'autista se erano riusciti a evitare lo scontro. Guido gli fece un cenno di scuse, ma quello spostò una mano sulla leva del cambio e ingranò la marcia senza rispondere nulla.

Nemmeno il tempo di spiegarsi perché un gigante come quello stesse percorrendo una stradina di alta valle, che si trovò davanti ad un bivio. Era certamente quello indicato sulla mappa, ma il palmare non l'aveva avvertito. Dopo un ponte la strada si biforcava: a destra si proseguiva per Verdeggia, a sinistra per Realdo. Dalla voce di Chiara non era giunta però nessuna indicazione. Guido prese per Realdo, ben sapendo che era di lì che doveva passare. Si sarebbe preoccupato di verificare perché il navigatore non l'aveva avvisato una volta arrivato in paese. Non poteva correre il rischio di distrarsi ancora con quei camion in giro. Invece, poi, la curiosità fu più forte e al primo slargo accostò per accertarsene. Il palmare s'era bloccato. Continuava a indicare la sua posizione in un punto più a valle, lontano, addirittura precedente a quello in cui aveva incrociato il camion. L'apparecchio non rispondeva nemmeno ai comandi. Guido sapeva bene qual è l'unica cosa da fare. In questi casi gli viene sempre in mente una vecchia barzelletta su Bill Gates che attraversa il deserto in macchina con un amico. La macchina si ferma. I due scoprono di avere una ruota a terra. Che si fa, dice l’amico, cambiamo il pneumatico? Chiamiamo il soccorso?, No, risponde Bill, Proviamo a chiudere tutti i finestrini, spegnere il motore e poi riavviarlo. È un metodo infallibile, con i computer funziona sempre.

Finora però non gli era mai accaduto di usare le maniere forti con il suo palmare. Si convinse che era l'unica soluzione. Cercò l'interruttore, lo premette. Il display annunciò «Disconnessione in corso», poi emise un bip e si spense. Subito dopo lo stesso bip annunciava la riaccensione. Comparve una clessidra a indicare attesa per la ricerca del segnale. Subito dopo l'indicatore di campo diceva che il segnale c'era ma era molto debole. Guido rimase lì un po' spaesato. Un altro cono d'ombra. Quella valle doveva essere davvero isolata dal mondo. Del resto lo sapeva, proprio quello era il motivo per cui lui ora si trovava lì.

Quando arrivò, la voce di Chiara non servì a tranquillizzarlo:
«Fate inversione a U».
«Quando potete, tornate indietro».

Potrebbe interessarti anche: , 43 poesie per Genova: la Dante Alighieri ricorda la tragedia del Morandi , Mizar, la boutique corsara di libri torna al Luzzati Lab , Marco Balzano per Incipit Festival: dal romanzo Resto qui all'eredità di Calvino , Maggiani: «In quest’epoca più di umori che di sentimenti, ho deciso di parlare di amore» , Cingolani, robot e uomo: siamo pronti ad affrontare questa convivenza? L'intervista

Scopri cosa fare oggi a Genova consultando la nostra agenda eventi.
Hai programmi per il fine settimana? Scopri gli eventi del weekend a Genova.

Oggi al cinema a Genova

Instant family Di Sean Anders Commedia U.S.A., 2018 Una coppia incontra alcune difficoltà per via del carattere esuberante dei tre bambini che hanno adottato. Guarda la scheda del film