Weekend Genova Domenica 29 settembre 2013

Itinerari in bicicletta: al Santuario di Montallegro a Rapallo

Il Santuario di Nostra Signora di Montallegro a Rapallo

Genova - Un'altra proposta interessante per i cicloturisti di Genova e dintorni è la salita da Rapallo al Santuario della Madonna di Montallegro. Anche questa, vi avverto subito, è una gita impegnativa e non si può affrontare a cuor leggero. Occorre un minimo di allenamento e tanta voglia di impegnarsi. Ricordo che ai tempi dei miei esordi pedalatori fallii per tre volte il tentativo di scalata, la mia frustrazione era palpabile; alla prima prova arrivai forse a metà strada. Sono undici chilometri di salita continua e, tranne forse il chilometro iniziale, sono tutti da rispettare, bisogna far tanta fatica ma cos'altro cercano i ciclisti di ogni età? Per salire fino in cima si impiega, pedalando proprio piano, poco più di un'ora. Al massimo – accordiamoci - un'ora e un quarto, di più non è ammissibile.

Se non siete di Rapallo arrivate, come sempre, con un treno regionale. Percorriamo tutta via Betti, un strada nata durante il periodo nero dell'espansione edilizia – vi risparmio la descrizione, è insignificante e quasi in pianura -. Oltrepassato il viadotto dell'autostrada – qui possiamo notare una piccola lapide in ricorso di un antico incidente stradale che causò la morte di due bimbi -, incomincia la vera gita. Quasi subito la strada si alza, un curvone ampio a sinistra e bisogna mettere subito il rampichino. La curva a gomito verso destra insieme al rettilineo successivo possono farci paura e indurci a rinunciare. Non è il caso, la gita merita la fatica che abbiamo davanti. Ci lasciamo sfilare alla nostra destra le serre, pedaliamo con calma e dopo altre due curve la strada diventa più tranquilla. Sempre salita da rispettare ma se abbiamo un po' di allenamento possiamo arrivare almeno a San Maurizio – il bel paesino a metà strada tra Rapallo e il Santuario -. Come ho già detto, il percorso è sempre in salita, nei tratti più pedalabili non fate allunghi e continuate con il vostro passo, non serve strafare.

Un consiglio. Cercate di bere e nutrirvi, io bevo e mangio tantissimo perché ho il terrore della crisi di fame – quando ti accorgi che è arrivata, ormai è troppo tardi e non c'è più nulla da fare, ti fermi e basta -; i meno giovani ricordano ancora quando, nel 1975, Giovanni Battaglin perse il Giro d'Italia proprio a causa di una crisi di fame.

Ancora un altro consiglio. È più psicologico che altro, ma può aiutare. Lungo tutta la salita troviamo le indicazioni del chilometraggio progressivo, aiutatevi con questi, non sembra ma vedere scorrere – lentamente – i chilometri aiuta.

In questa prima parte, la strada segue spesso il corso del torrente e a tratti è chiusa da alberi su entrambi i lati, sembra di essere in mezzo a un bosco.

Verso la località Gravero, se siete animalisti potete fermarvi, inerpicarvi nel bosco e visitare il cimitero degli animali. Ora è quasi abbandonato, ma pare sia uno dei cimiteri per animali più antichi insieme a quello di Parigi. Fu voluto, già nell'Ottocento, dalla famiglia Molfino per seppellire i propri animali d'affezione. È una visita interessante, forse un po' malinconica.

Un paio di chilometri prima di San Maurizio di Monti la valle si apre un po'. La cosa aiuta dal punto di vista paesaggistico, ma può diventare deleteria per il ciclista che ora vede cosa lo aspetta più avanti. Continuiamo a pedalare volenterosi, la vista che si apre dopo ogni curva è bella nonostante la fatica.

Poco prima del paese la salita sembra spianarsi un pochino, potrebbe essere un fatto psicologico dovuto alla vicinanza del traguardo intermedio, ma io l'ho sempre percepita così. Sembra che le ruote scorrano meglio e il pedale giri con più facilità. Una curva aperta verso destra, poi un facile e largo tornante che circonda quasi completamente una bella palazzina genovese. La strada si impenna un po', non riusciamo a gettare, mentre pompiamo sui pedali, che uno sguardo rapido a una cappelletta votiva sulla nostra destra. Rettilineo, controcurva destrorsa, altro rettilineo e siamo a San Maurizio. In paese troviamo, proprio nel punto dove il panorama è speciale, due ristoranti – Rosa e Paolin - dove la cucina contadina è portata a livello d'arte. Bisogna fermarsi.

Dopo pranzo si visita anche la bella chiesetta che conserva un dipinto del pittore Bernardo Strozzi, commissionato dai Molfino, raffigurante l'Apparizione della Madonna Odigitria.

Proseguiamo nella scalata. Da qui la salita diventa sempre più dura, nel prossimi chilometri incontriamo sei tornanti – niente in confronto a quelli dello Stelvio, ma mica ci chiamiamo Pantani -. Giriamo attorno all'exfrantoio e ci inerpichiamo, ogni tanto guardiamo verso il basso per considerare quanta strada abbiamo già dietro le spalle – se siamo arrivati qui, siamo bravi -.

A parte gli scherzi, cercate sempre di capire il ritmo di pedalata che potete reggere, è inutile strafare, dissetatevi spesso e, se la giornata è calda, bagnatevi la testa senza vergognarvi. È una cosa che si fa. Un rettilineo abbastanza lungo ci porta al bivio per il Passo della Crocetta, che per noi e per ora, è troppo difficile.

Un altro consiglio ancora. Non cercate di valutare quanto manca guardando verso il Santuario. A parte che appare e scompare secondo il percorso, la chiesa è molto più in alto del nostro arrivo finale e trae in inganno.

Non so come definire la svolta per Montallegro. È un tornantino a gomito molto stretto, ma è anche una piccolissima rampa – non so dire la percentuale della pendenza, che è alta lo capiscono le nostre gambe -. Per riuscire a passare indenni, allargatevi verso sinistra e affrontate la curva nel punto più esterno possibile – è un trucco che si acquisisce con l'esperienza, le curve all'esterno sono più pedalabili -.

Siamo passati e da questo momento non troviamo più un attimo di tregua. Il cicloamatore trova gusto in queste cose. C'è un bel rettilineo difficile, sulla destra il panorama è apertissimo e splendido da ammirare. A fianco della strada sorgono belle ville restaurate e ancora qualche rustico in attesa. Qualche anno fa, in questo tratto di strada imperversava un cagnetto righiosissimo che si affiancava al malcapitato, lento, ciclista e lo accompagnava abbaiando per quasi un chilometro. Alla fine di quello che considerava il suo territorio, il peloso abbandonava l'umano sudaticcio al suo destino.

Dissetatevi e bagnatevi perché ora inizia il breve e interminabile pezzo finale della salita. Un tornante facile a sinistra e la salita si impenna subito. Ora occorrono concentrazione e volontà, il rischio della crisi psicologica è reale. Siamo in mezzo a un bosco, bisogna pedalare calmi e senza far caso alle gambe che cominciano a far male, al cuore che sbatte all'impazzata e a quella vocina che dice fermati. Gli ultimi due chilometri di questa salita sono, per il ciclista, i più appaganti. A questo punto, le prime volte che si sale, si pedala quasi in trance. Il bosco è bello e in certi periodi dell'anno, pregno di odori – in autunno senti il muschio e il profumo delle castagne schiacciate dalle auto -.

C'è ombra, la salita sembra non finire, poi la strada si slarga e si spiana. Ancora una curva a sinistra e laggiù, in fondo al rettilineo, vedi il capolinea dell'autobus. Siamo arrivati.

Bicicletta alla mano ci incamminiamo verso la chiesa. Possiamo risposarci sui sedili di pietra del sagrato, le vallate del monte si aprono davanti a noi e il Tigullio ci lascia, ogni volta, a bocca aperta.

Poi, la visita al Santuario ripaga di tutta la fatica accumulata negli undici chilometri di pedalata.

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