Simbologia della dittatura nella 'Lotta nella stalla' - Genova

Teatro Genova Mercoledì 29 maggio 2013

Simbologia della dittatura nella 'Lotta nella stalla'

'La lotta nella stalla'
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Genova - Vi è mai capitato di andare a teatro e pensare peccato sia già finito, quasi quasi me lo rivedrei? Beh, con La lotta nella stalla mi è successo proprio questo. Lo spettacolo è in scena alla Piccola Corte fino a sabato primo giugno. Non solo vi consiglio di non perdervelo ma, se potete, tornateci due o tre volte: è divertente, commovente, duro, giocoso.

È teatro di ombre, teatro di parola, teatro circo, teatro musicale, operetta, teatro dell'assurdo, teatro simbolista, teatro poetico. Teatro con la T maiuscola. E anche ultimo titolo nel cartellone 2013, sempre brillante e pieno di sorprese, (magari tornasse ad avere 5 invece che soli 3 titoli) della Rassegna di Drammaturgia Contemporanea del Teatro Stabile di Genova.

Mario Jorio (regista) ha costruito un piccolo capolavoro (dura un'oretta scarsa) a partire da un breve testo profondo e importante di Mauricio Rosencof attorno a cui ha intrecciato con riconoscibile ispirazione i tanti linguaggi che quest'arte permette. Domando l'entusiasmo di due giovani attrici e un giovane attore appena diplomatisi alla Scuola di Recitazione dello Stabile (Silvia Biancalana, Elisabetta Mazzullo e Valerio Puppo), ha condotto gli interpreti nei territori impervi (e con apprezzabili risultati) di una interpretazione volutamente distorta, allusiva e fortemente basata sulla mimica (e il trucco), che richiede estrema cura e coerenza, non concede sbavature o gigionerie (e Biancalana in qualche punto scivola), ché ogni caduta o appoggio fa saltare la coerenza stessa di un lavoro estremamente ancorato al simbolo e quindi fragile e rischioso (bene Mazzullo impegnata in un ritmo lento non facile da mantenere). In un impianto estremamente preciso, fatto di scelte tutte riconoscibili da quelle vocali sull'interpretazione, al raffinato progetto delle luci, fino alla convincente e surreale scelta dei costumi (realizzati da Elisa Lilywhite) e sempre ispirati a Bob Wilson (vedi video sotto) e l'attenta cura sulla parte musicale originale (riarrangiata da materiali creati dagli interpreti dal musicista Guido Bottaro) senza contare l'uso dello spazio, crea l'effetto di un piccolo e magico carillon in cui è stato possibile condensare citazioni molto varie e tecniche teatrali altrettanto diverse tra loro e che in definitiva è quasi impossibile riuscire ad apprezzare tutte e godere in un'unica serata senza telecomando.

A inquadrare l'intero impianto di Jorio una citazione illustre: Robert Wilson, non uno dei suoi spettacoli però, bensì uno dei lavori presentati in mostra a Milano nel 2009 e, tra il 2012 e il 2013 a Torino, all'interno del progetto VOOM Portraits, una serie di singole opere sviluppate da Wilson in collaborazione con il soggetto ritratto (attori, attrici, protagonisti dello star system, gente ordinaria e animali straordinari), e che traeva ispirazione da film, arte, storia, presentati in un ciclo infinito di loops. Tra i VOOM Portraits, Jorio sceglie quello di Steve Buscemi, dove - come potete vedere dal video sopra - l'attore è posto di fronte a un quarto di bue, mentre rumina. Manifesto di protesta contro l'allevamento intensivo degli animali? In La lotta nella stalla c'è anche questo ma non solo. E la musichina che fa da ritornello alla pièce è esattamente la stessa che fa da ritornello allo spettacolo.

Al centro della vicenda la stessa traccia favolistica di Pinocchio: qualcuno attrae esseri umani in un posto, li costringe lì con biechi opportunistici propositi di profitto e sfruttamento, sottoponendoli a una trasformazione genetica. In Pinocchio però i bambini, una volta entrati nel Paese dei Balocchi, si trasformavano progressivamente in asini, qui in vacche da mungere. La drammaturgia di Mauricio Rosencof, drammaturgo, poeta, attivista politico e giornalista uruguayano, al di là della sua veste di favoletta o apologo è una prima ispirata e coraggiosa trasformazione di quanto subìto dall'autore stesso e da altri suoi compagni e compagne in Uruguay, perché militanti tra le fila dei Tupamaros. Rosencof e altri otto furono infatti catturati nel '72 e, in seguito al colpo di stato del 1973, furono torturati e incarcerati nei calabozo, buche molto profonde scavate nella terra, in cui i detenuti erano tenuti in completo isolamento. Dichiarati "ostaggio" dalle autorità golpiste la loro condizione prevedeva la morte immediata se qualche atto esterno avesse minacciato la sicurezza delle Forze Armate. Dopo tredici anni di prigione e trattamenti degradanti, nel 1985, quanti sopravvissero, tra cui Rosencrof, furono liberati. Il testo è di quello stesso anno. Solo 4 anni più tardi, nel 1989, Rosencrof riuscirà nell'intento che gli aveva dato una ragione per sopravvivere, ovvero quello di raccontare per filo e per segno quella disumana esperienza nel libro autobiografico Memorie del Calabozo (pubblicato in Italia nel 2009 con il titolo Memorie dal calabozo, 13 anni sottoterra, Iacobelli)

Come nel caso di Wilson, che crea installazioni artistiche a valle di un lavoro di interpretazione e regia con gli stessi protagonisti, in un rimando che trasuda citazioni dalla vasta letteratura delle arti tutte attraverso le epoche, così con lo stesso metodo, restringendo un po' i confini e il respiro, Jorio opera scelte su toni, ambientazioni e anche intere battute per dar vita a una manciata di piccole eco, risonanze familiari di qualcosa di già visto e sentito: Romeo e Giulietta, nella battuta sul valore del nome; Frankenstein Junior, e il Blade Runner di "Ho visto cose che voi umani". E c'è anche Beckett, sì, quello di Finale di Partita (Endgame).

D'altra parte lascia spazio creativo agli interpreti che arricchiscono il lavoro con una serie di canzoni originali orecchiabili e poetiche, un genere pop italiano, che danno vita e respiro a sogni, aspirazioni e amori perduti, unica speranza e dimensione umana durante la prigionia. E se le doti vocali non mancano alle due intepreti Biancalana e Mazzullo, la regia le spinge fino a una serie di godibili duetti semi-operistici che portano avanti la caratterizzazione ma anche la narrazione, non risultando mai solo come mere o graziose aggiunte.

Silvia Biancalana, personaggio senza nome perché ormai reso "disumano" dalla prigionia, imita il gesto di Buscemi nell'opera di Wilson e rumina con gli occhi spalancati e le labbra serrate o apre gli occhi e lascia la bocca semi aperta proprio come una mucca nella sua posizione estatica e contemplante che coincide con un vuoto intellettuale. Assecondando il progetto del torturatore Perrone (Puppo) questo personaggio ha ormai quasi completato del tutto la trasformazione genetica per essere una vacca che l'altro, José (Elisabetta Mazzullo), munge. José non riesce ad arrendersi e si attacca alle sue scarpe nere nuove rubate da Perrone, a un ricordo sempre più malinconico della fidanzata Maria e alla musica - Elisabetta Mazzullo lavora su recitazione e gesti progressivamente sempre più lenti, bloccati, come il suo corpo, da varie catene in modo molto convincente (e anche qui i vari cappi al collo ricordano Vladimir e Estragon o Pozzo e Lucky in Aspettando Godot.

Valerio Puppo è il terribile Perrone armato di un pungolo che infligge una temibile scossa elettrica. Sempre anticipato da un suono fuori scena di passi pesanti e minacciosi, Puppo è chiamato ad una serie di piccoli interventi non semplici ma che lui restituisce con precisione a partire dall'attacco che è un'aggiunta molto godibile al testo originale (di Jorio) e che ricorda la potenziale commercializzazione di qualsiasi cosa a qualsiasi costo - quello che c'è dietro la produzione di beni di consumo infatti, più spesso di quanto riusciamo ad immaginare, è sfruttamento, tortura, violazione dei diritti umani e primari degli esseri viventi. E se assurdo e duro è il messaggio della storia, perché assoggettare e sfruttare, sia si tratti di bestie che di umani è violentamente ingiusto, è trattato con una poetica leggerezza sia a livello drammaturgico che registico, perché porta ad un finale in cui ci è dato sperare in un'apertura verso il riconoscimento del ruolo e del valore dell'arte come elemento salvifico: forza ostinata che permette di non cedere mai completamente, per cui un piccolo pezzo di noi vive in un bastoncino di legno che può diventare un flauto e restituire, anche se solo per un momento, poesia, amore, illusione di felicità - proprio come questo testo immagino abbia fatto per il uso autore. Mentre un naso rosso ricorda il ridicolo che alla fine spetterà ai "cattivi" - sempre che oggi valga ancora la punizione della pubblica vergogna, in un mondo di bugiardi e truffatori impuniti.

In un gioco di coincidenze, con un testo dell'85, Mario Jorio rinasce dalle ceneri e fa tornare a mente l'importanza del suo lavoro che nell'84 fu accolto e coprodotto dalla Biennale di Venezia per il XXXII Festival Internazionale del Teatro. Quella volta (That time), era e non era Beckett, in uno spettacolo ispirato all'opera del drammaturgo inglese dal titolo Che ci sta a fare qui una porta, (coproduzione Biennale Teatro di Venezia e C.S.S. di Udine). Speriamo che la prossima stagione teatrale dia ancora il giusto spazio e riconoscimento al suo mai scontato eppure riconoscibile fare teatro - quest'anno già apprezzato in Prima ero schizofrenica... ora siamo guarite alla Tosse.

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