Libri Genova Martedì 23 aprile 2013

Baricco: «ho sbagliato il finale di tutti i miei libri»

Alessandro Baricco
© Luca Giarola / mentelocale.it
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Genova - C'è chi lo ama e chi lo detesta, e lui lo sa. Alessandro Baricco - ultimo ospite, lunedì 22 aprile, della settima edizione dei Lunedì Feg al Teatro dell'Archivolto di Genova - si diverte a dar sfoggio della sua proverbiale immodestia. E pare divertita anche la moderatrice Giovanna Zucconi, la Zucca, come la chiama scherzosamente lui. I due si conoscono da una vita, fanno anche un brevissimo cenno a passate esperienze in comune, poi glissano: «parliamo di libri».

Parte da lontano, Baricco. «Da ragazzino leggevo per piacere» racconta, «poi ho lavorato per dieci anni scrivendo di tutto, dalle pubblicità alle voci per l'enciclopedia, fino alle false recensioni commissionate dalle case editrici per i piccoli giornali di tutta Italia».
La scrittura, spiega, è questione di talento, ma anche di sicurezza: «io il talento ce l'avevo ma ho avuto anche un gran culo. Potevo perderlo per strada, più volte agli inizi ho pensato di lasciar perdere», rivela. Poi, il momento fatale: «ho fatto leggere il mio primo libro (Castelli di rabbia, ndr) all'editor Grazia Cerchi, che mi ha subito portato alla Rizzoli obbligando l'allora direttore editoriale a farmi un contratto».

Stimolato da Giovanna Zucconi, Baricco prova a illustrare i segreti della sua scrittura, fatta di «piccoli gesti», di «bello e sofferenza che si fondono l'uno nell'altra», di «regole». «Tutti dentro di noi abbiamo quella che io chiamo incandescenza», dice: «ecco, scrivere un libro è dar forma all'incandescenza». E questa è già una bella spiegazione.

Il discorso gira intorno a Mr. Gwyn, romanzo, e Tre volte all'alba, raccolta di tre racconti. Tolto Una certa idea di mondo (raccolta di articoli già usciti su Repubblica da poco pubblicata da Feltrinelli), sono i suoi ultimi due libri, usciti tra il 2011 e il 2012 a tre mesi di distanza. Il secondo è uno spinoff del primo. Spiega l'autore torinese: «in Mr. Gwyn, a un certo punto in una libreria, un personaggio trova un libro che si intitola Tre volte all'alba, attribuito a tale Narayan (non è un omaggio all'omonimo autore indiano: mi piaceva il suono, solo dopo mi sono reso conto che era il nome di uno scrittore realmente esistente). Il giorno dopo aver finito Mr. Gwyn ho iniziato Tre volte all'alba: l'editore l'ha definita una mandrakata, ma è stata pura passione. Il fatto è che non volevo smettere di scrivere». Poi rivela: «tutti i libri citati in Mr. Gwyn sono storie che avevo in testa da anni, e in questo periodo sto scrivendo a raffica racconti legati a quei libri».

Ma come nascono le storie e i personaggi di Baricco? «Ci sono cose che ho dentro da molto tempo, noi che facciamo questo mestiere ruminiamo continuamente storie. Nella mia vita di adulto, il 90% delle volte che mi sono addormentato stavo pensando a delle storie. Tre volte all'alba per esempio nasce da una immagine che avevo in testa da anni: nella lobby di un albergo alle quattro del mattino si incontrano una ragazza che torna da una festa e un uomo che sta uscendo vestito di tutto punto per andare a lavorare. In passato avevo pensato di farci una piéce teatrale, poi un film. Alla fine ne è venuto fuori un libro».

Giovanna Zucconi sorride quando Baricco ammette candidamente: «i tre racconti di Tre volte all'alba hanno dei finali bellissimi». Poi commenta l'apparente autoelogio: «ho sbagliato il finale di tutti i miei libri, li ho fatti concludere tutti troppo tardi. Quando ero giovane mi mancava la misura, forse adesso sto imparando. Ma finire le cose bene è una roba pazzesca, anche ai grandi capita di sbagliare: la Quinta Sinfonia di Beethoven ad esempio finisce da schifo». Romanzo e racconto, però, sono due cose estremamente diverse: «scrivere il finale di un romanzo è come fermare una nave che ha attraversato l'Atlantico, scrivere il finale di un racconto è come prendere in braccio un bambino».

E il paragone è da applauso.

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