Teatro Genova Teatro Garage Giovedì 4 aprile 2013

Luis Frontini racconta il gesto poetico delle Madri di Plaza de Mayo

Genova - Un racconto intimo, come fosse intorno a un fuoco. Pensato per un pubblico che sia reso partecipe che possa essere messo a parte di emozioni e vicende umane forti e poetiche. Luis Frontini aveva questa idea in testa da anni e, grazie alla fiducia del Teatro Garage e al supporto di Lorenzo Costa, domani, venerdì 5 aprile 2013, quell'idea maturata e rielaborata va in scena alla Sala Diana (ore 21) il suo 14 donne. 13 nomi. Una piazza.

Partito da un paio di foto in cui il suo poeta e scrittore preferito Jorge Luis Borges stringe la mano di due tiranni (Pinochet e Videla), Frontini - che è attore amatoriale - ha poi elaborato molto altro materiale in un testo teatrale, il suo primo, «dedicato alla forza delle Madri di Plaza de Mayo: quella piazza da sempre considerata simbolo dell'Argentina, che un giorno queste donne hanno occupato e trasformato nella loro casa. Il loro dolore per me è solo un punto di partenza, un dato di fatto appurato, per cui avrebbero anche il diritto di soffrire in silenzio. Io di quel dolore non me ne occupo, mi interessa il dopo, la loro reazione, il loro cammino. Si tratta di una tragedia che investe una nazione e i cui risvolti umani sono stati ampiamente trattati, discussi, rappresentati, cantati, gridati. Una storia che, per quanto si sia tentato in vari modi, non si riesce a coprire d’oblio, perché riemerge sempre. Per esempio un mese fa era qui a Genova Hebe de Bonafini, presidentessa delle Madri de Plaza de Mayo; la stessa elezione del Papa ha riportato l'argomento tra le notizie di cronaca; senza contare il referendum alle Falkland o Malvinas come le chiamano gli argentini. Ogni volta la coltre si rimuove e le emozioni ritornano».

Lo spunto sono appunto un paio di foto che lasciano allibiti: accanto alla grandezza letteraria di Borges la sua dichiarazione nel '76 a favore di due dittatori, poi ritrattata, alla luce dei fatti emersi, negli anni '80. «Non c'è niente di politico in questo mio lavoro, c'è solo la poesia, quella di Borges, ma anche quella che sta nel gesto delle Madri, nella loro capacità di lottare, di non fermarsi mai. Ho collegato Borges con quello che esprimo le Madri. Parto dal 1824, dalla battaglia che segnò un momento di svolta per l'indipendenza e in cui ebbe un ruolo cruciale il bisnonno di Borges e arrivo fino ai giorni nostri tra video e fotografie che testimoniano la speranza che il gesto delle madri, la loro tenacia, ha diffuso. Quasi due secoli fa un uomo taciturno e fiero si lancia in una carica di cavalleria, in una battaglia che non ha fine perché in gioco non c’è solo la vita ma l’eredità del valore della libertà. La battaglia attraversa il tempo e giunge a noi consegnandoci la responsabilità di tenere in vita quegli ideali per cui sono stati sequestrati e trasformati in desaparecidos quei giovani».

La regia curata a quattro mani da Frontini e Costa prevede interventi minimi: «Sono solo in scena, Costa mi ha aiutato ad affinare alcune idee che avevo in testo e volevo far combaciare. Anche la musica intesa come sottofondo è praticamente inesistente. Però in alcuni punti si sentono le voci delle Madri e qualche altro stacco. In questo mio racconto non c'è il tango e non c'è Maradona, c'è però il calcio, perché nel 1978 l'anno dei mondiali in Argentina, per molti fu appunto un anno di tortura».

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