Concerti Genova Venerdì 1 marzo 2013

Gian Piero Alloisio: «Vi racconto il mio amico Gaber»

Gian Piero Alloisio
© Alessio Ursida

Genova - Ho lavorato con Giorgio Gaber per quattordici anni, fra il 1980 e 1994. Ho lavorato con lui come autore di teatro e di canzoni, questo vuol dire che abbiamo passato tantissimo tempo insieme. Del resto così lavorano gli autori di teatro musicale: o da soli o in due.

Per scrivere in due ci vuole intimità, ci vuole complicità, ci vuole fiducia, ci vuole confidenza e ci vogliono soprattutto regole. Ne avevamo una: il reciproco potere di veto. Ognuno di noi poteva bocciare l'idea dell'altro senza dover dare spiegazioni. Gaber amava il pudore proprio e degli altri. Con lui ho scritto sette testi teatrali rappresentati, quattro film realizzati e una trentina di canzoni incise, più una serie di progetti mai andati in porto: un adattamento de Vinzenz e l'amica degli uomini importanti di Musil, quattro sceneggiature per Rai2, un progetto sulla vita di Madame Curie e il soggetto di una commedia mai diventata copione: L'uomo della notte.

Cito le tante cose non realizzate perché danno un'idea del tempo trascorso insieme, rigorosamente da soli, a inventare, a scrivere, a esplorare strade che a volte non portavano da nessuna parte, ma che ci divertiva molto percorrere. Anche se a volte ha cantato cose scritte insieme, non scrivevamo per lui. Scrivevamo per altri: per Ombretta Colli, la nostra donna tutta sbagliata (che per alcuni poi diventò sbagliatissima), per Arturo Brachetti, il re dei trasformisti (che non ci rivelò mai i suoi trucchi), per il Teatro della Tosse (Gaber collaborò a una rassegna di 22 titoli) e per Gian Piero Alloisio e Claudio Lolli: la prima volta che Gaber utilizzò in pubblico la parola teatro-canzone fu per presentare il nostro spettacolo Dolci promesse di guerra.

Sono stato sul palco con lui una sola volta, a Bologna, in occasione della festa gucciniana Fra la via Emilia e il West. Io cantai Venezia e lui cantò Il Sociale. Quella volta c'era anche l'Assemblea Musicale Teatrale con il buon Gianni Martini, che divenne poi il suo chitarrista storico.

L'ho conosciuto bene, dunque. Mio figlio si chiama Giorgio, del resto, e quando è nato, Gaber c'era. Ricordo l'atmosfera felice, Ombretta che guardava il neonato commossa e Gaber che guardava me con muto rimprovero perché avevo dei jeans a righe blu e bianche: il mio amico odiava gli eccessi. Ho deciso di fare uno spettacolo dal titolo Il mio amico Giorgio Gaber perché lui, in pubblico, mi chiamava così. Non diceva collaboratore, diceva amico.

Cos'è un amico? Secondo me è qualcuno a cui possiamo mostrare le nostre debolezze perché sappiamo che non ci giudicherà. Gaber, come tutte le grandi persone, era un po’ vampiro. Prendeva molta energia a chi lo frequentava ma, fortunatamente, si faceva a sua volta vampirizzare abbondantemente. Dava dipendenza: era difficile, dopo un po’ che lo si frequentava, non assumerne alcuni gesti, vezzi, intonazioni. Quando, ventiquattrenne, ho cominciato a lavorare con lui, fortunatamente ero già un artista formato e avevo scritto canzoni di successo, sennò credo che sarei rimasto stritolato dalla sua personalità.

E infatti, se non ci sono eredi di Giorgio Gaber ci sono però moltissimi cloni che lo eseguono perfettamente, senza riuscire a far proprie canzoni e monologhi: come li capisco! È solo perché sono stato vaccinato da lui in persona che ho deciso di fare uno spettacolo con le canzoni di Gaber-Luporini senza temere di somigliargli.

Ho scritto che ho lavorato come autore con Gaber fra il 1980 e il 1994, non è vero: ho lavorato per lui un'ultima volta nel 2000, senza volerlo. Andò così: Francesco Guccini mi aveva ordinato di scrivere una canzone su Berlusconi. Io, come sempre, eseguii e scrissi Silvio. Feci arrivare un provino anche a Gaber, ma non ci sentivamo molto in quel periodo. Abitavo a Parigi da un po’, tra l'altro. Beh, una mattina esco di casa e raggiungo la solita libreria-edicola che sta in fondo ad Avenue des Gobelins: su un giornale italiano c'era l'ultima intervista di Gad Lerner a Gaber, che riportava in evidenza una sua dichiarazione: Come dice il mio amico Gian Piero Alloisio non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me!

Era il finale della mia canzone. La frase è diventata famosissima, citata da tutti gli opinionisti italiani, scritta in decine di libri, tradotta e diffusa nel mondo. Naturalmente l'attribuirono a Gaber: ma l'anonimato è il destino di tutti gli autori. E poi mi fa piacere avergli scritto un parere di successo su Berlusconi.

Com'era Gaber? Era simpatico, educato, lavoratore, intelligente, affascinante, spiritoso, curioso, disponibile, intrigante, resistente, corretto, rigoroso ma con calore. 

Prototipo non replicabile, fidatevi.           

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