Sarah Pesca in 'Prima ero schizofrenica... Ora siamo guarite': una donna per tante voci - Genova

Teatro Genova Teatro della Tosse Giovedì 28 febbraio 2013

Sarah Pesca in 'Prima ero schizofrenica... Ora siamo guarite': una donna per tante voci

Sara Pesca in 'Prima ero schizofrenica...Ora siamo guarite'
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Genova - …lascia stare…
stavo per dire…lascia stare queste cose
che cosa importa chi parla
ci sarà una partenza ci sarò anch’io io sarò qui
dirò che sono lontana non sarò io
io non dirò niente ci sarà una storia
qualcuno proverà a raccontare una storia

Un'isola di oggetti su un tappeto. Al centro una sedia: schienale esile, alto. Accanto, a sinistra, un panchetto; a destra una cassa con uno specchio, come improbabile mobile da toilette. Un macinino verde per «giocare». Una borsetta nera, vecchio stile: come in Giorni Felici. Una valigia di cartone. Un vestito nero. Sul fondo scena un telo rosso attraversa l'intero palco. A vestire tutto la voce della Callas nella celebre aria "Vissi d'arte, vissi d'amore" (Tosca) che si affianca per quasi tutto lo spettacolo alla voce, alle voci dell'attrice - in Prima ero schizofrenica... Ora siamo guarite, al Teatro della Tosse ancora stasera giovedì 28 febbraio 2013, ore 20.30.

Sarah Pesca giovane attrice, appena trentenne (ex allieva della scuola dello Stabile di Genova), è una donna vecchia, sì non anziana, vecchia con tutto quello che ne consegue. Perché non c'è modo né tanto meno volontà di attenuare la sua condizione di decadimento fisico e mentale, di cui per altro il personaggio è "schizofrenicamente" consapevole. In un tributo indiscusso al teatro di Samuel Beckett, alla sua scrittura frammentata e frammentaria, al suo modi di fare teatro e alla sua intera opera inclusa la narrativa (tanti i frammenti presi qua e là), Mario Jorio crea una partitura complicatissima e umanissima. Un vissuto sparpagliato a terra in molti oggetti e sparpagliato a voce in parole apparentemente disconnesse. Bocconi di pensieri, di affermazioni. Domande improvvise. Accuse. Moniti. Offese. Jorio chiede a Sarah Pesca di essere quella stessa Billy Whitelaw che, con grande determinazione e altrettanta sofferenza, era stata tra le poche, forse veramente l'unica, attrice a sostenere le richieste del suo spietato - eppure amato e ammirato - regista Samuel Beckett. Sarah deve dire, non può che continuare a dire, come in preda al volere di una, due, infinite voci. Sarah dice ma non è lungo un registro mono-tono che parla, né nei toni, né nella mimica del viso e del corpo. La partitura prevede per lei una pari moltitudine di complicati registri vocali, gesti, toni in un'articolazione volutamente e coerentemente rauca e affannata.

Entra in scena piegata, come nei racconti brevi di Beckett: il viso parallelo al pavimento. Tra le mani un carillon. E in sottofondo sempre, in un favoloso e incantatorio loop, la Callas. Sarah non è più Sarah, il costume l'ha trasformata, dalla pelle del viso alle forme del suo corpo, in quello che la vita fa con il corpo - tanto conteso - di tutte le donne.

sì insomma una donna a cinquant’anni comincia…prosegue nel decadimento
le tette eh! le tette si…certo quelle più grosse…anche prima…insomma le tette si……si…sgonfiano, se c’è una mano ancora amica…che stringe…che stringe…
certo le tette fino al momento fatale non si vedono tanto… ci mascheriamo bene, ma quello che proprio mi fa incazzare è il culo lì non c’è niente da fare… si vede… si vede… crollato… modificato… che schifo… avevo un bel culetto… quel taglio netto che lo divideva dalle cosce… gli faceva ombra… ora è un tutt’uno…scende si allarga le cosce lo imitano quella linea meravigliosa…quelle curve solide…svanite… come un fusillo abbandonato tutta la notte nell’acqua calda…come dire come mal dire……sfatto eh! certo che se qualcuno mi ascoltasse…cascato male…che depressione……anche gli uomini non si salvano…uguale…più lentamente…forse…ma a loro non basta essere sodi devono
essere rigidi…duri…meglio! eh lì quando c’è il crollo è devastante…

Il testo di Jorio è tanto un tributo a Beckett quando un doloroso pescare nella propria sfera autobiografica e mettere il dito dentro ferite recenti che proprio del decadimento umano, della morte, della follia mentale trattano.

Sarah si è lasciata guidare e il suo folle monologo fatto di momenti dolci, di altri vendicativi, di alcuni sadici, di altri malinconici e ancora di certi di gioia e persino narrativi è una sintesi spietata crudele ma non amara, onesta dell'umano declino. Ci si commuove. Si riflette sui nostri tanti io. Si pensa a chi ha perso la testa per amore, malattia o età. Si vive lo spettacolo quasi come una forma di psicanalisi a specchio - il conforto è che si può restare tranquillamente seduti nel calore del buio in platea.

Ma questa è solo una parte della storia. Perché Jorio ha voluto anche calcare sull'aspetto metateatrale della struttura dello spettacolo e se, a un certo punto, vi siete stufati della nonnina, beh state pronti per la vendetta. Per uno sberleffo. Per l'ennesimo ribaltamento teatrale che rompe anche quel filo di compassione che vi eravate costruiti. All'attrice viene chiesta ancora una cosa: svelarsi. E con una nostalgica sigaretta, molto anni '70, il finale rompe con tutto quanto sembrava aver preso forma, seppur con certa intenzionale difficoltà e imprecisione fino a quel punto.

Un'intensa prova attoriale. Un lavoro drammaturgico severo e profondo, certo indiscutibilmente malinconico. Una regia precisa e curata. Uno spettacolo breve, che dilata il tempo senza mai dare la sensazione di perdere tensione, creando piuttosto attesa come in una versione stringata di Aspettando Godot.
Da vedere.

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