Teatro Genova Teatro Duse Mercoledì 20 febbraio 2013

'La nonna': Teatro Stabile e Archivolto insieme per riflettere sull'oggi

Genova - Carlo Repetti: "Il sangue è comune..."
Giorgio Gallione: "...tra vampiri"
Ugo Dighero: "Tra immunodeficienti".

Con questo rapido scambio di battute, teatrale e farsesco si è aperta la presentazione di La nonna, commedia o farsa tragica di Roberto "Tito" Cossa, drammaturgo argentino tra i più stimati, per la nuova co-produzione di Teatro Stabile e Teatro dell'Archivolto, per la regia di Giorgio Gallione con Ugo Dighero, Simona Guarino, Enzo Paci, Rosanna Naddeo, Barbara Moselli, Mauro Pirovano, Mariagrazia Pompei - in scena dal 27 febbraio al 24 marzo 2013.

Dopo Orton e Altan nella stagione 2011-2012, la collaborazione tra le due realtà teatrali e produttive genovesi prosegue e Carlo Repetti, direttore del Teatro Stabile, descrive puntualmente le ragioni: "L'idea di teatro che perseguiamo è senz'altro differente, ma le radici sono comuni. Entrambi poi lavoriamo per un teatro necessario che non cada a caso sul pubblico ma ponga domande. Senza contare che, in tempi difficili, essere d'appoggio all'Archivolto per noi è assolutamente centrale, perché nella strada così alta, per Genova e non solo, che l'Archivolto ha percorso in questi ultimi 20 anni al Modena - e 30 anni come compagnia - non si perda neppure un colpo. L'esito felicissimo, per noi e per il pubblico, dell'anno scorso con Ciò che vide il maggiordomo, ci ha poi convinto ad imbarcarci in una nuova avventura. Una storia scritta negli anni '70 ma incredibilmente attuale che presentiamo due giorni dopo (il 27 febbraio) le elezioni politiche e vuole essere un monito a chi verrà eletto: Non vorrete finire come la famiglia Spadone de La nonna, vero?".

Tra le ragioni che sostengono la collaborazione Pina Rando, direttrice del Teatro dell'Archivolto, ne sottolinea ancora una: "La volontà è anche quella di mescolare i nostri pubblici, visto che sono tanto affezionati alle diverse realtà, dargli un'altra occasione ancora. A questo proposito ricordo che gli abbonati del Teatro dell'Archivolto potranno acquistare il biglietto a 11,00 euro".

Messo in scena per la prima volta in Italia nel 1986 dalla Compagnia Attori e Tecnici, per la regia di Attilio Corsini, nella traduzione di Nestor Garay che era anche uno degli interpreti, La nonna (scritto nel '77 e adattato per il cinema nel '79 dallo stesso Cossa) è considerato un lavoro classificato nel genere "grottesco criollo", spesso riconducibile al teatro di Enrique Santos Discépolo, che mescola temi e motivi sudamericani a quelli degli immigrati (moltissimi i genovesi in Argentina), dentro una formula di matrice fortemente popolare e comica. Scelto da Carlo Repetti, il testo è noto in tutto il mondo - tradotto in dodici lingue - come uno dei successi del teatro contemporaneo argentino. 

"Non è un testo politico, tutto è lasciato sottotraccia - spiega Giorgio Gallione - si ride e molto, ma non si tratta di una comicità digestiva. Questa è una commedia quasi bozzettistica, nata in risposta alla censura sotto la dittatura di Videla. Un anno dopo il colpo di stato, mentre nasceva la tanguedia - tango e tragedia - Roberto "Tito" Cossa scriveva questo testo teatrale con al centro una nonna italo-argentina di 100 anni e, poco dopo, nell'81, fondava insieme ad altri scrittori (tra cui Carlos Somigliana), artisti e tecnici il Teatro Abierto. Era un tempo in cui si poteva dire poco e solo in forma allusiva, per cui il testo è pieno di simbologia che diventa metafora in cui leggere anche il nostro contemporaneo, ma mai riferimento esplicito. Si parla dell'ipocrisia nascosta dentro la famiglia, quel nucleo sociale dove si cela un diavolo in ogni componente. La nonna è forte e gli unici strumenti sono escamotage, diversivi, patetici tentativi. La famiglia è coesa ma succede qualcosa che è una stilettata, un tradimento e non si può più fare finta che non sia successo. Specie nella prima parte la comicità è vertiginosa e apocalittica tra le pieghe della storia di una famiglia di immigrati che era sul punto di farcela, di emanciparsi, salvo ritrovarsi d'un tratto in piena recessione. All'epoca la nonna era interpretata en travesti, da un uomo, proprio perché figura totemica e irreale nella logica dell'Argentina dell'epoca. Oggi magari potremmo vedere in questa figura mostruosa che divora tutto fino ad autofagocitarsi, lo spread o associarla alle tante forme di dittatura che hanno affamato il popolo, incapace di reagire, perché privo di strumenti per contrastare una tale forza mitica. La prima parte dunque è rossiniana e apocalittica tanto forte è la comicità, mentre nella seconda parte la risata si fa molto amara, anzi dolorosa, perché si balla sull'orlo del baratro. Una storia d'ensemble che non ha un vero protagonista, anche se innegabile è il ruolo della nonna, con tanto tango e un altro "affamatore indiretto", interpretato da Ugo Dighero nel ruolo di Chico che si nasconde dietro una vena artistica - millanta di essere uno scrittore di tango - e che fa una fatica mostruosa per non fare fatica. "Consuma più di quanto produce con l'efficienza di un inceneritore", interviene Dighero.

"Sono incazzato e entusiasta - prosegue Dighero - incazzato per la situazione che stiamo vivendo e che è globale, ma pochini sembrano averlo capito o afferato appieno. D'altra parte sono contento che dopo Orton, mi sia stata offerta un'altra occasione per lavorare su tematiche d'attualità con un testo tanto simbolico. Questo sistema non funziona più, le banche aggrediscono i cittadini con un meccanismo esplicito e tutto questo è rintracciabile nella metafora proposta da La nonna: come questo personaggio la nostra società divora se stessa, con una popolazione in totale decadenza e dotata di una voracità che nessuna forza economica è in grado di sostenere. Da ogni cosa che si tocca viene fuori corruzione, ormai un fenomeno del tutto trasversale. All'interno del testo, anche il meccanismo per proporre la tematica è perfetto: si innalza moltissimo il livello comico per poi far cadere tutto giù in un vero baratro. Il personaggio della nonna è granitico ma folle. E come tutte le persone folli è impossibile affrontarle con la forza della ragione. Nella nostra epoca le parole non hanno più senso, per questo la metafora è perfetta, se con 'pane' ognuno intende una cosa diversa, non ha più alcun significato. Quando la follia è al potere non c'è più niente da fare".

Enzo Paci, nello spettacolo nel ruolo di Carmelo, riflette così su questo lavoro: "Il teatro è trasversale, non parla di soggetti, parla di grandi sistemi. La politica non funziona più, ma non da oggi da molto tempo. Questo testo è degli anni 70, all'epoca avevo tre anni e già le cose non andavano troppo bene. Ricordo una definizione scolastica di politica: l'arte del saper governare. Ecco oggi credo che andrebbe riscritta come "l'arte di saper governare gli affari propri". Questo spettacolo è metafora delle vittime scarnificate dal dittatore di turno e di cittadini inermi, che non sanno cosa fare perché non hanno gli strumenti nè culturali né caratteriali".

Per Mauro Pirovano si tratta di un'epifania che gli dà grande gioia. "Mia moglie è di Buenos Aires e proprio quest'anno pensavo di fare un viaggio per riportarla nella sua città. Avevo già visto lo spettacolo di Corsini e un po' somiglia alla storia di mia moglie e della sua famiglia. Mio suocero ad un certo punto fu costretto a vendere tutto e a tornare in Italia. E poi il sabato mangiare l'asado. Insomma un testo che significa molto a livello personale e che anche molto divertente. I tecnici durante le prove ridono".

La più giovane nel cast, Mariagrazia Pompei nel ruolo della giovane Marta: "Il mio personaggio è la vittima reale di quello che sarà il futuro. Si manifesta come colei che sa, che tutto capisce, che giudica la sua famiglia dall'alto e valuta nella disfatta dei suoi genitori. Un personaggio molto tragico che non vive la trama centrale della storia, ma si crea un altro percorso. Lei è il campanello d'allarme di una società in uno stato di decadenza soprattutto culturale".

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