Concerti Genova Mercoledì 13 febbraio 2013

Franco Battiato in concerto al Teatro Carlo Felice. La recensione

Franco Battiato in concerto al Teatro Carlo Felice
© Linda Kaiser

Genova - Franco Battiato non è un cantautore facile. Eppure i posti per il suo concerto, che si è tenuto sabato 9 febbraio al Teatro Carlo Felice, sono andati subito in sold out. Lui entra in scena con il suo solito stile, camicia, gilet, giacca e scarponcini. Nato a Jonia in provincia di Catania nel 1945, non dimostra gli anni che ha.

Eclettico, oggetto di studio per gli intellettuali, dedito a composizioni colte, con testi spesso ermetici e profondi, Battiato rimane un artista unico nel panorama italiano. È a sé stante, ma presente in società anche nel suo ruolo di Assessore del turismo, dello sport e dello spettacolo della regione siciliana.

Indossa occhiali e cuffia. All’inizio sorride appena e va a sedersi su una sorta di grande panca ricoperta completamente da un tappeto. Ai suoi piedi, una tazza e un thermos. Alle sue spalle, l’orchestra, composta da ben dieci elementi: Carlo Guaitoli (pianoforte), Angelo Privitera (tastiere e programmazione), Simon Tong (chitarra), Davide Ferrario (chitarra), Andrea Torresani (basso), Giordano Colombo (batteria); Nuovo Quartetto Italiano: Alessandro Simoncini (violino I), Luigi Mazza (violino II), Demetrio Comuzzi (viola), Luca Simoncini (violoncello).

L’atmosfera è proprio da Apriti Sesamo, con luci calde che preludono a svelamenti profetici. L’album omonimo, che dà il titolo al tour europeo, è uscito nell’ottobre 2012 e presenta musiche di Franco Battiato con testi suoi e del filosofo Manlio Sgalambro. Vi si racconta di Sherazade, di Alì Babà e dei 40 ladroni. Si tratta di parole magiche, quelle che aprono la porta della grotta segreta, ma anche delle orecchie e del cuore.

Un altro bel messaggio arriva con Passacaglia, libero adattamento della composizione classica Passacaglia della vita, del sacerdote e compositore seicentesco di melodramma Stefano Landi. Di fronte alla necessità del morire, «è breve il gioire… è un sogno la vita», Battiato canta :«Vorrei tornare indietro / per rivedere gli errori, / per accelerare / il mio processo interiore… nella mia esistenza / fatta di giorni allegri, / e di continue esplorazioni / e trasformazioni dell'Io».

Le citazioni non finiscono qui. In Caliti Junku Battiato parla della perduta Euridice, delle difficoltà che conducono alle stelle, «per aspera ad astra», e intercala il famoso proverbio siciliano: «Caliti junku 'ca passa la china», cúrvati giunco sotto l’impeto della piena. «We take refuge / in the empty Essence».

I linguaggi si sovrappongono, le reminiscenze anche, mentre scorrono immagini suggestive sul grande schermo nello sfondo. Battiato modula la voce, che a tratti, in questi ultimi brani, è quasi parlata. In Un irresistibile richiamo avverte la bellezza del tempo in cui «Eravamo collegati, perfettamente, / al luogo e alle persone che avevamo scelto, / prima di nascere». In Eri con me noi che «viviamo nell’impermanenza» dobbiamo prepararci a «schiudere gli impediti passaggi,… a nuove esistenze». È il Battiato-pensiero.

Dopo qualche altro brano recente, propone Danza I, il pezzo che chiude il primo – dei due atti e un epilogo – di Telesio, un concept-album incentrato sulla figura di Bernardino Telesio, il filosofo cosentino vissuto nel XVI secolo. Lo spettacolo teatrale originale, con regia e musiche di Battiato e libretto di Manlio Sgalambro, è andato in scena a Cosenza nel maggio 2011, come ‘prima opera olografica tridimensionale mondiale’. È una scoperta, forse, per gran parte del pubblico in sala.

Il concerto procede con alcune delle canzoni classiche che tutti conoscono e, in parte, cantano all’unisono. C’è il fascino atmosferico di Prospettiva Nevski: «Com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire». C’è la forza sentimentale de La cura, miglior canzone dell’anno 1996 al Premio Internazionale della Musica: «Ti salverò da ogni malinconia, / perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te... / io sì, che avrò cura di te». C’è la bellezza dell’essenzialità di E ti vengo a cercare: «Perché sto bene con te / perché ho bisogno della tua presenza».

Gli applausi sono sempre più calorosi. Battiato canta ormai in piedi, accenna passi di danza, impugna il microfono, libera ed elargisce il suo più bel sorriso, stringendo le mani della gente accalcata sotto al palcoscenico. Con ironia interpreta la canzone per la quale deve «ringraziare i politici italiani che gliel’hanno ispirata»: Inneres Auge, che parla di «un branco di lupi». Se «la linea orizzontale / ci spinge verso la materia, / quella verticale verso lo spirito», siamo d’accordo nel scegliere la seconda.

A questo punto, Cuccurucucu viene cantata come un inno liberatorio. Battiato stesso non si ricorda più le parole precise, ma ci pensa il pubblico. A dimostrazione che davvero «il tutto è più della somma delle sue parti».

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