Concerti Genova Venerdì 25 gennaio 2013

Battistoni al Carlo Felice: «Basta attacchi alle masse, serve fiducia nelle persone»

Andrea Battistoni dirige l'Orchestra del Carlo Felice
© Patrizia Lanna

Genova - «Bisogna smetterla di attaccare le masse artistiche: per far ripartire il teatro bisogna puntare sulle persone che ci vivono dentro, persone per cui la musica non è soltanto una professione, ma una ragione di vita. E al Carlo Felice ho trovato un'orchestra e un coro con potenzialità grandissime».
Sa di quel che parla, Andrea Battistoni, l'astro nascente della direzione d'orchestra internazionale che a dispetto dei suoi 25 anni ha già diretto gli ensemble di mezza Europa: dal debutto, a vent'anni, in una Bohème a Basilea, passando per un Barbiere di Siviglia all'Arena di Verona, una direzione alla Deutsche Oper di Berlino e la nomina a primo direttore ospite del Teatro Regio di Parma. Un crescendo che l'ha portato a 24 anni sul podio della Scala per Le nozze di figaro: il più giovane direttore di sempre nel tempio dell'opera italiana.

Da qualche settimana Battistoni lavora a Genova a stretto contatto con le maestranze del Carlo Felice: il primo risultato è il Macbeth di Verdi, ancora in cartellone per due recite (leggi la recensione). Il secondo andrà in scena stasera, venerdì 25 gennaio: il Concerto per pianoforte e orchestra in La minore op. 16 di Edvard Grieg (solista Roberto Cominati) e gli impegnativi Quadri da un’esposizione di Musorgskij-Ravel (clicca qui per acquistare i biglietti)

Maestro, dopo averlo toccato con mano, come trova lo stato di salute di coro e orchestra?
«Ho trovato grande disponibilità e grande voglia di lasciarsi alle spalle un momento brutto per loro e per il teatro. Ora bisogna puntare sulla qualità della musica per risalire. Le masse hanno già dato prova delle loro potenzialità con un grande Macbeth. Il mio impegno, per questa sera, è far ascoltare a Genova la sua orchestra al massimo della forma, con un programma impegnativo. Stiamo limando gli ultimi passaggi dei Quadri da un'esposizione».

Non è la prima volta che si spende per difendere le maestranze. Il loro costo è un tema classico per gli attacchi al teatro.
«Bisogna smetterla di attaccare le masse artistiche: sono professionisti che allo strumento hanno dedicato e dedicano la loro intera esistenza con coscienza e dedizione. Per loro la musica non è solamente un lavoro. Per questo il pubblico dovrebbe sostenerle, anche semplicemente andando a teatro».

Da questo punto di vista, però, Genova non sembra aver risposto molto bene: se Il lago dei cigni su ghiaccio è già quasi esaurito, nel Macbeth i vuoti in platea e galleria erano vistosi.
«È un peccato che al Macbeth sia mancato un po' il pubblico: di certo il maltempo non ha aiutato (la sera della prima c'era allerta 1, ndr). Anche il titolo non è tra i più celebri di Verdi, ma l'allestimento di Svoboda è meraviglioso, di grande suggestione, recuperato con impegno e grande cura. Bisognerebbe riappropriarsi di opere come questa: capolavori che lo meritano, al pari di altri molto più conosciuti e rappresentati».

Non trova che sia un atteggiamento molto italiano andare a teatro solamente quando sono presenti titoli di grande richiamo?
«All'estero l'organizzazione dei teatri non si limita solamente alla gestione virtuosa, ma affronta la cultura in modo ampio, creando una coscienza del patrimonio musicale già nelle scuole. Da qui nasce il desiderio della gente di andare a teatro come una consuetudine necessaria. Altrimenti non si spiegherebbe perché in Germania, Svizzera o Regno Unito ci sono teatri che programmano per mesi sempre gli stessi titoli, registrando il sold out a ogni rappresentazione».

Crede che il repertorio alla tedesca, con una presenza più stabile dei titoli in cartellone, possa essere una via praticabile anche da noi?
«Credo sia opportuno anche in Italia fare dei tentativi per riprodurre a ciclo continuo degli spettacoli di repertorio: non si può pensare di creare ogni volta qualcosa di straordinario per poi metterlo in magazzino per anni e dimenticarsene. Per il Macbeth di Svoboda è andata proprio così. Bisognerebbe cercare di avere sempre il teatro attivo. Altrimenti è più facile che muoia».

La riforma delle Fondazioni lirico-sinfoniche sta andando in questa direzione?
«Si va all'italiana, come al solito. Con tentativi non meditati a sufficienza e portati avanti da persone che non conoscono la vita dei teatri. In questo momento di crisi l'opportunità di rilancio per l'Italia dovrebbero essere l'arte e la cultura: sfruttando ciò che il mondo ci invidia potremmo uscire facilmente dalla bruttezza di questo momento storico. E invece nessun candidato ne parla: sento solo grandi discorsi economici, peraltro molto astratti, senza un vero interesse per la cultura. Stando così le cose, non credo che si prospettino dei momenti d'oro nel prossimo futuro».

E i suoi, di progetti futuri?
«Vorrei ampliare il mio repertorio operistico allargandolo verso alcuni compositori russi e tedeschi. Sono attratto da Strauss e da Rimsky-Korsakov. Ho anche avuto delle proposte in tal senso, ma il grande ostacolo è la lingua: per me è impensabile affrontare un'opera della quale non padroneggio il libretto. Per questo mi ci sto avvicinando piano piano, per tentativi, studiando la lingua poco per volta».

I momenti più emozionanti della sua carriera?
«Ho avuto la fortuna di crescere con un rapporto naturale con la musica: mia madre è pianista e io mi sono avvicinato fin da piccolo al violoncello, che è poi lo strumento nel quale mi sono diplomato al Conservatorio. Poi a 18 anni ho deciso di assecondare la mia passione per la direzione d'orchestra; il mestiere più difficile, perché non si impara mai a farlo: i capolavori hanno sempre troppo da dire. I momenti più emozionanti? Il 2008, con la mia prima direzione di un'opera, la Bohème: ero assistente a Basilea e come spesso capita nei teatri di repertorio, ho dovuto sostituire il direttore all'ultimo momento. Poi, nel 2011, il debutto all'Arena di Verona, la mia città. E infine il debutto alla Scala, l'anno scorso: un teatro troppo importante, popolato di fantasmi, i grandi spiriti dell'arte che quel teatro l'hanno vissuto per secoli: sono tuoi alleati quando dirigi. E speri sempre che ti benedicano dall'alto».

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