Attualità Genova Venerdì 18 gennaio 2013

Giorno della Memoria 2013: Liana Millu scrittrice e testimone

© Ana Paula Hirama / Flickr.com

Sabato 19 gennaio 2013, alle ore 16.00, per il Giorno della Memoria alla Biblioteca Internazionale di Rapallo (Villa Tigullio, Parco Casale - tel. 0185 63304) è in programma l'incontro Liana Millu scrittrice e testimone a cura di Francesco De Nicola e con letture di Lucetta Frisa. Ingresso libero.

In questa pagina pubblichiamo alcuni brani di Liana Millu, deportata ad Auschwitz-Birkenau: i primi due sono tratti rispettivamente dai libri I ponti di Schwerin e Il fumo di Birkenau. A fondo pagina, l'ultimo messaggio di Liana Millu, datato 27 gennaio 2005.
Nel video qui sopra [fonte Youtube], una testimonianza di Liana Millu del 2002.

Genova - «Sono la vostra maestra e voi siete le mie scolarette». Il primo giorno di scuola, trovandosi davanti una nuova classe, la signora Martelli ripeteva da ventisette anni questa frase. Sorridendo e in tono paziente, ogni capello diligentemente composto, ogni bottone fermamente cucito, ogni unghia impaccabile. Piccola e magra, in piedi dietro la vecchia scatola nera della cattedra tenuta alta da una grande pedana. Strette in cinque per ogni banco, immobili, a braccia conserte, le bambine la fissavano intimidite. […]

«Ora diremo la preghiera. Alzatevi, ma attente a non far rumore. In piedi!»
Si alzarono, ma ci fu un grande scalpiccio. Così dovettero sedersi di nuovo e rimanere ferme e zitte mentre la maestra le passava in rivista con occhi inquisitori.
«Proviamo di nuovo. In piedi».
Andò meglio. Fecero un po’ di rumore soltanto le orfanelle, a causa degli zoccoli, ma furono individuate e punite con uno sguardo severo.
«Cominceremo col segno della croce. Da brave! Tutte con le manine giunte e gli occhi al crocifisso. Reciteremo il pater per chiedere a Gesù di aiutarci nel nostro lavoro».

La mano della signora Martelli stava avvicinandosi alla fronte quando rimase un attimo sospesa. In un lampo, la maestra aveva ricordato l’avvertimento del signor Direttore a proposito di quella bambina israelita che era nella sua classe.
«Misdrachim Elma Michela. Chi è?»
Elmina arrossì e accennò ad alzare una mano. Era bruttina e fragile, una di quelle bambine cui le assillanti, protettive cure familiari conferiscono un aspetto ansioso e malaticcio. Era un ottobre mite. Raggi di sole si sforzavano di passare attraverso gli spessi vetri opachi, ma dal grembiule nero di Elmina spuntava una sciarpa di lana a proteggerle la gola.

«Ora, tu ti alzi come le altre, in segno di rispetto. Ma non devi farti il segno della croce e nemmeno ripetere quello che diciamo noi. Capito?»
Elmina avvampò. Perché non doveva fare come le altre? Era un castigo? Cosa aveva commesso? Tutte le bambine si erano rivolte a guardarla e le trafitture dinquegli sguardi curiosi erano molto dolorose. Le sentiva anche sulla nuca e la schiena. «Noi siamo judim» dicevano spesso in casa. Che dipendesse da quello?
Mentre la classe ripeteva la preghiera con pause e mutamenti di tono che la rendevano simile a un canto, Elmina si convinse che dipendeva certamente da quello ed era terribile.

Era terribile rimanere così, in piedi e in silenzio, mentre tutte cantavano e la sua vicina di destra, una grassottella col fiocco rosa in testa, continuava a sbirciarla di nascosto. Le altre tenevano le mani giunte. Lei non sapeva che fare delle sue, perciò le nascose e cominciò a stropicciare l’orlo del grembiule. Quando, quando avrebbero smesso? Quando si sarebbero sedute?
Finalmente la preghiera ebbe termine. La signora Martelli disse che c’erano tante cose belle da imparare e attaccò coi puntini e con le aste. Quando fece il giro dei banchi e vide la paginetta di Misdrachim Elmina si compiacque. Evidentemente le avevano già insegnato qualcosa: un’alunna che le avrebbe fatto fare bella figura col signor Direttore.

«Brava!». Segnò un gran dieci con la matita rossa, ma Elmina non riuscì a sentirsene soddisfatta. Aveva subito una violenza. E dentro di sé se ne sentiva sciupata e come rattrappita, strinata come il nylon toccato dal ferro caldo.

[da Liana Millu, I ponti di Schwerin, a cura di Francesco De Nicola, Recco (Ge), Le Mani, 1997]

La fabbrica si trovava un po’ fuori di Auschwitz, c’era da percorrere qualche chilometro prima di arrivare a Birkenau [Birkenau era “un campo elitario per la ‘soluzione finale’, dove i deportati subivano all’arrivo una selezione sterminatrice che, ammettendo un numero minimo di elementi validi, condannava tutti gli altri alla gassazione e al dissolversi in fumo lo stesso giorno dell’arrivo” (Liana Millu, Dalla Liguria ai campi di sterminio, Genova, Regione Liguria, s.d., pp. 21-2); gli internati che superavano quella tremenda selezione erano poi costretti a lavorare negli impianti industriali delle società Siemens e Krupp.] e, una volta passato il ponte della ferrovia, la strada si allungava diritta per la campagna scolorita. Camminavo assorta in questa situazione mista di inquietudine e malinconia, quando mi sentii scuotere un braccio e vidi Bruna accennarmi un punto della strada.

«Due mesi fa lo incontrai proprio lì!» cominciò a raccontarmi. «Era uno dei primi giorni che venivo in fabbrica e, ricordo come ora, vidi un carro venire avanti trascinato da un gruppo di ragazzi. Il cuore mi fece un balzo, sentii subito che doveva esserci Pinin. Avevo Hermine che mi camminava accanto e quando vide che uscivo dalle file si mise a gridare, sai come fa lei: "Verrückt, verrückt" [In tedesco: Pazza, pazza] e mi spingeva indietro. Io non so spiegarmi, accennavo il carro che avanzava e dicevo: "Bambino! Là, là, mio bambino!". "Bam-bi-no?" ripeteva Hermine "was ist bam-bi-no? was ist das? Oh, verrückt!" [In tedesco: Che cos’è bam-bi-no? Che cos’è? Oh, pazza!]. Intanto il carro si era avvicinato e vidi Pinin che tirava la stanga. Madonna mia, come lo avevano ridotto! Se non fossi stata la sua mamma non lo avrei riconosciuto, te lo assicuro! Chiamai forte "Pinin, Pinin!" e lui guardò come se credesse di sognare. Infine mi vide, scappò dal carro e mi si attaccò al collo, così forte che due uomini non ce l’avrebbero fatta a staccarlo...».

Bruna si arrestò per asciugarsi gli occhi e io strinsi affettuosamente il braccio della mia compagna. «E poi? Racconta, mi fa piacere…»
Così Bruna raccontò tutta la storia; come li avevano arrestati, come Pinin era stato bravo quando lo interrogavano. Non si era lasciato spaventare e aveva risposto come suo padre e lei gli avevano insegnato. Bruna stava a Milano, la casa era stata bombardata e di quella roba che era riuscita a salvare certo non avrebbero trovato più nulla. Ma cosa importa la roba? Quella si rifà, lavorando. L’importante era tornare! A tutto il resto non ci pensava davvero!
Si chiacchierava piacevolmente quando da una strada laterale vidi avanzare uno di quei grossi carri grigi addetti al trasporto delle immondizie. Era proprio come me lo aveva descritto Bruna e subito mi sentii ansiosa di vedere Pinin. «Dov’è?» chiesi.

Bruna non mi dette ascolto, stava cambiando posto con la ragazza della fila precedente, poi con un’altra e un’altra ancora, sinché, a furia di spostamenti, riuscì a portarsi all’altezza del carro. Allora un ragazzino si staccò dalle lunghe stanghe e corse verso le nostre file. Non riuscivo a vederlo bene perché anche le altre ragazze si sporgevano per non perdere la scena, ma infine riuscii a scorgere un pallido, smunto biondino infagottato in una giacca nera e con in testa il berretto a strisce del lager.

«Vieni qui!» gridava il capo dei ragazzi. «Vieni qui, italiano!». Ma il bambino rimaneva abbracciato alla madre, dicendole qualcosa con aria sconsolata. Bruna accennava di no, di no, e intanto gli accomodava il berretto sulla testina rasata, e gli aggiustava la giacca e lo baciava. Pinin ritornò alla stanga, Bruna nelle file e il Comando [Gruppo di prigionieri cui era stato affidato un lavoro] riprese a camminare di buon passo mentre Hermine ricominciava il suo links und links [In tedesco: sinistra e sinistra] marziale. «Buona sera, Pinin!» gridai passando vicino al carro. Alzò la testa e mi guardò e allora vidi che era proprio piccolo e stanco e tirava la cinghia puntando i piedi come uno di quei miseri maltrattati asinelli che s’incontrano per le strade di campagna. […]

Bruna mi raccontò che Pinin non si sentiva bene. Ogni giorno il lavoro gli diventava più duro e si era messo a piangere raccontando che un compagno gli aveva detto: “Tu, italiano! Presto macaronì in crematorio!” […]

Piovigginava: terra e cielo incupivano nella nebbia. Come facevo spesso, marciavo tenendo gli occhi chiusi, contavo i passi scanditi dalla colonna ingaggiando con me stessa piccole scommesse. Ma, a un tratto, mi trovai a sbattere contro la schiena della mia vicina. Le file avevano perso il passo, si erano fermate; cosa succedeva? Aprii gli occhi e mi accorsi che eravamo già arrivati davanti al Quarantänelager [In tedesco: lager di quarantena; a Birkenau questo si trovava nel Settore BIIa e dall'agosto 1943 al novembre 1944 vi vennero rinchiusi uomini ebrei e non ebrei durante il periodo di quarantena, necessario ad identificare coloro che avessero potuto essere affetti da malattie contagiose. Il lager di quarantena era inoltre utilizzato dalle autorità del campo, per iniziare gli internati alla dura vita del campo, terrorizzandoli, ed abituarli all'obbedienza indiscussa di ogni ordine impartito. A partire dall'aprile 1944 in alcune baracche vennero trasferiti alcuni uomini e donne ammalati, rigidamente segregati, da altri settori del campo]. Nello stesso momento sentii gridare e vidi Bruna correre verso la rete ad alta tensione. Dall’altra parte il figlio stava a guardarla.

«Vieni dalla tua mamma!» gridava Bruna con le braccia tese. «Vieni dalla tua mamma, Pinin! Corri!». Il ragazzo ebbe un attimo di esitazione. Ma la madre seguitò a chiamarlo e allora si precipitò verso la rete invocando: «Mamma! Mamma!». Raggiunse i fili e nell’istante in cui le piccole braccia si saldavano a quelle della madre, ci fu uno scoppiettìo di fiamme violette, un ronzio si propagò sui fili violentemente urtati, infine si sparse intorno un acre odor di bruciato.

«Cosa succede, cosa succede? Banda di maledette, cosa succede?» gridavano i Posten [In tedesco: guardie] accorrendo. Ma ormai non c’era più nulla da fare. Rimasero un po’ lì, gridando e bestemmiando, poi si accorsero che veniva tardi; c’era l’appello e dovevano tornare al lager. Rabbiosamente ci ordinarono di riprendere il cammino.
«Presto, presto, avanti!» gridavano irritati mentre la pioggia cominciava a cadere fitta.
Le file si ricomposero ed Hermine cominciò a segnare il passo. Prima di allontanarmi mi voltai: Bruna e Pinin erano ancora là strettamente abbracciati e la testa della madre posava su quella del figlio come volesse proteggerne il sonno.     

[da Liana Millu, Il fumo di Birkenau (1947)]

L’ULTIMO MESSAGGIO DI LIANA MILLU / 27 GENNAIO 2005

Mi spiace non essere lì e iniziare nel solito modo. «Sono il numero A 5384 di Auschwitz-Birkenau». Le parole sono sempre le stesse, ma oggi risuonano con la forza di milioni di persone che parlare non possono più.
Mi rivolgo a tutti, particolarmente ai ragazzi, perché conoscere quel passato è garanzia per il loro, per il nostro avvenire. Avvicinate quel passato, il vostro presente ne sarà rafforzato. Andate in quei luoghi funesti e non per un giorno. Studiarli porterà bene alla vostra vita, io lo so.
Non limitatevi ad un giorno. Cercate soprattutto di vedere, di andare: tornerete migliori e più forti, la vostra coscienza ne sarà approfondita.
Questo vi auguro.
E vi benedico in nome di quelli che non poterono farlo.
27 gennaio, ripetete questa data, 27 gennaio: riguarda tutti, ci riguarda tutti.
Che Dio vi benedica e vi aiuti a non dimenticare mai.

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