Teatro Genova Teatro della Corte Mercoledì 9 gennaio 2013

Troiane: donne e guerre, vittime e crudeltà al Teatro della Corte

D'Elia, Bertelà, Milani

Genova - Cosa resta alle donne prigioniere di guerra? Ecuba nelle Troiane spesso menziona la speranza. Ma è evidente che la morte sembra condizione più 'felice' nella bruttura, nella desolazione, nell'inifinita catena di violenze che infieriscono senza pietà, anzi con scherno sui corpi, i sentimenti più intimi, la psicologia delle donne.

Troiane è il primo testo pacifista della tradizione occidentale afferma il regista Marco Bernardi, nella misura in cui mostrando l'assurdità della guerra dovrebbe funzionare da antidoto. Sia vinti che vincitori, in questo testo infatti escono sconfitti: gli uni, i troiani, sulla terra per mano dei greci, gli altri, i greci appunto, per mano degli dei, in particolare Poseidone e Athena che si coalizzano e, invocando sventura sul viaggio di ritorno dei greci, ne determinano un tormentato rientro, pena per aver violato il tempio di Athena.

Euripide, poeta che amava le donne, si ripete sempre. Eppure in questa tragedia pur ponendole al centro della storia non fa che dipingerne le singole pene, le più atroci sofferenze a cui vengono sottoposte senza tregua e senza alcuna capacità di reazione. Ogni afflizione, efferatezza, violenza è minuziosamente descritta o narrata o lamentata su corpo di donna. Schiave coloro che furono regine, violentate quante erano vergini, ridotte a vedove e private dei figli anche i più piccoli uccisi per paura, tutte le donne sono l'ultimo vessillo su cui l'umana ferocia compie i gesti più immondi. Alle donne non resta che provare dolore, aggrapparsi disperatamente ai ricordi, per accelerare ancora di più la sofferenza che le attraversa e gridare e pregare, ma inermi sono condannate a restare e a subire quanto chi non è mai pago di violenza, voglia riservare loro. È il teatro dell'orrore, della crudeltà per la crudeltà.

Solida seppur minata e infragilita la figura di Ecuba di Patrizia Milani, conflittuale quella dell'Andromaca di Sara Bertelà inquieta sul suo futuro, quasi fredda e calcolatrice, ma poi disperata - come il suo grido - e priva di ogni razionalità all'annuncio dell'uccisione del figlio. Agile e non scontata nella sua follia, frutto della violenza subita, la Cassandra di Gaia Insenga. Composto e consolatorio il coro a due voci di Valentina Morini e Karoline Comarella che quasi a buio intonano quello che sembra quasi un canto o una preghiera funebre, mentre riepilogano i fatti della caduta di Troia. Tratteggiata in modo eccessivamente moderno e distante dalle altre donne, il personaggio di Elena esce dalla tenda come un fumetto e la sua arte persuasiva perde corpo in vesti moderne che quasi virano agli anni '50 forse per via della parrucca biondo patinato.

La regia indugia sulla somiglianza tra le guerre che appartengono al mito e quelle più vicine a noi attraverso una serie di immagini (di Franco Maurina) che, proiettate sulla scena, ne rifiniscono i contorni. Per cui la tenda in cui le Troiane sono in attesa di conoscere il loro destino è ora inserita tra cumuli di macerie, ora tra bambini gettati a terra, forse morti forse striscianti in cerca di salvezza su una terra arida; ora estraniata e posta in relazione con un corpo che cade da un edificio altissimo: un grattacielo che certo parla dei moderni scontri di civiltà, che hanno opposto l'occidente e il suo paesaggio urbano con quelli rurali dell'oriente. E infine, tra le fiamme che divampano tra edifici, proprio quelle dove Ecuba vorrebbe trovare riposo e conforto dal suo dolore.

Brutale quanto equivoca la prima immagine, dove sembra comparire Gheddafi nel momento della sua nota quanto bestiale esecuzione; proprio prima che Ecuba parli della morte del suo Paride e dei suoi figli. Insomma l'associazione sembra immediata, ma allora tutto il valore degli uomini uccisi che Ecuba lamenta sembra estensibile in qualunque direzione? E se è pur vero che nessuno mai dovrebbe meritarsi una morte violenta, frutto di un vero e proprio linciaggio o di brutale e sommaria vendetta, se è innegabile che nella guerra non ci sono più buoni e cattivi, e se è pur vero che una volta scatenata la guerra chi si è macchiato di delitti, violenze e sorprusi non può che vedersi banalmente minacciato, ma non più di tutti gli altri. Ma qual è il messaggio? Paride come Gheddafi?

Anche il corpo che cade dal grattacielo, associato all'uccisione del figlio di Ettore e Andromaca, suscita qualche perplessità. Ma cosa stiamo guardando? Si tratta di uno dei corpi in caduta da una delle Torri Gemelle, uno di quelli che in un folle tentativo, alla disperata ricerca di una via di salvezza, ha scelto il vuoto? Quale associazione ci viene proposta? Il bambino gettato crudelmente dalle torri della città in che modo somiglia a questo corpo che cade? C'è da augurarsi che il punto non stia nella dinamica - la caduta.

Ancora un paio di contraddizioni: quasi sul finale una telecamera entra in scena, ma perché? forse vuole essere giustificazione alle immagini che hanno rivestito e completato la scena? sembra un intervento tardivo e posticcio, non riesce ad aggiungere, piuttosto sporca l'immaginario e confonde i livelli della narrazione - fino a qui almeno paralleli seppur non sempre comprensibili. Da una serie di battute del testo, poi, la seconda inquietudine: non del tutto simili, ma in qualche modo eco l'una dell'altra, alcune frasi segnalano che questa tragedia che ha colpito Ecuba e tutta la sua stirpe con la città di Troia, sia anche la ragione che farà di tutti i protagonisti degli eroi nelle storie dei poeti, altrimenti nessuno si sarebbe ricordato di loro. Beh, tra tante oscenità questa mi suona certo la più volgare, possibile che si sia disposti a pagar un prezzo tanto alto per la celebrità? Se possibile questo diventa ancora più disturbante delle tante crudeltà evocate dalla storia.

Brutale il sipario, che arriva a chiudere in modo goffo, precipitoso su Poseidone che si dice pronto alla sua promessa. E improvvisamente non c'è tempo, la follia della guerra è pur sempre uno spettacolo, no? Eppure proprio dai classici, proprio dai miti, proprio dall'antichità si raccoglie la lezione sull'importanza dei tempi in una qualsiasi forma di rito.

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