Teatro Genova Venerdì 23 novembre 2012

Giovanni Pacor: «Il Carlo Felice? Ve lo spiego io, punto per punto»

Giovanni Pacor, sovrintendente del Teatro Carlo Felice, ospite della redazione di mentelocale.it
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Genova quale futuro? è il nuovo appuntamento fisso di mentelocale.it con i principali protagonisti della cultura e dell'economia cittadina.

La rubrica vuole indagare su quali potrebbero essere gli sviluppi possibili per Genova e su come chi ha il potere decisionale in città, dagli imprenditori ai politici, intenda agire per migliorare il futuro e la qualità della vita dei genovesi.

Le pagine di mentelocale.it sono da sempre punto d'incontro tra i lettori, che spesso descrivono il loro mondo e ci mandano opinioni, che noi pubblichiamo. Negli anni abbiamo scoperto e lanciato scrittori, band, registi, cantanti, artisti e attori, poi diventati famosi.

Abbiamo anche intervistato sindaci, assessori, manager e organizzatori, coloro che prendono le decisioni. E ora facciamo partire questo appuntamento settimanale, perché i nostri lettori possano conoscere da vicino e sotto una diversa prospettiva, chi detiene le leve del comando.

Leggete anche le nostre interviste a Carla Sibilla (assessora alla Cultura e al Turismo del Comune di Genova), Beppe Costa (presidente di Costa Edutainment), Ariel Dello Strologo (presidente del Porto Antico), Angelo Berlangieri (assessore al Turismo, Cultura e Spettacolo della Regione Liguria), Francesco Oddone (assessore comunale allo Sviluppo Economico), Marco Arato (presidente dell'Aeroporto di Genova), Ilaria Bonacossa (curatrice del Museo di Villa Croce).

Volete proporre qualcuno da intervistare? Avete delle domande? Scrivete a redazione@mentelocale.it.

Genova - Due settimane fa vi abbiamo raccontato dell'incontro a Imperia tra Giovanni Pacor e Peter Stein: i due, insieme a cena al Parasio dopo la premiazione del regista tedesco con il Frantoi dell'Arte 2012, hanno discusso della possibilità di realizzare a Genova una nuova produzione di prestigio. In quell'occasione, è stato lo stesso sovrintendente a raccontarci il suo desiderio di portare il regista tedesco al Carlo Felice.
A tavola, anche il membro del CdA della Fondazione lirico-sinfonica genovese, Sergio Maifredi, in quell'occasione in veste di direttore artistico di Teatri Possibili Liguria.

«Il discorso con Stein è andato avanti», conferma Pacor, che in un pomeriggio passato nella redazione di mentelocale.it ci ha raccontato molti particolari e retroscena della sua gestione del Carlo Felice.
Dal bilancio dell'ente all'Opera Studio, dalle coproduzioni ai progetti per l'anno verdiano. Fino al suo personale percorso di manager dell'arte.

Pacor, partiamo da Stein: che titoli avete discusso?
«Stein può venire a Genova e fare quello che vuole. Ha carta bianca, anche sul titolo. Ma chiaramente dovrà attenersi alle condizioni economiche e al cachet che può offrire il nostro teatro».

Un Peter Stein può agevolmente superare 100mila Eu a regia.
«Decisamente troppo per le nostre casse. Ma ripeto: il contatto c'è e il discorso va avanti».

Parliamo allora di cose concrete. Sabato 24 novembre si parte con la ripresa del Don Giovanni visto quest'estate a Savona. Quant'è importante la coproduzione con l'Opera Giocosa?
«Premesso che considero il vero inizio di stagione il Macbeth che debutta a gennaio, credo che le coproduzioni dovrebbero essere obbligatorie per tutti i teatri: è assurdo spendere un capitale per un allestimento e poi chiuderlo per anni nei magazzini. Quando sono arrivato a Genova mi è sembrato incredibile che nessuno avesse mai fatto delle opere insieme a Savona: hanno una sede di assoluto pregio, come il Priamàr, che se fosse all'estero sarebbe certamente sede di Festival sul mare da fare invidia alla Florida. E poi a noi la collaborazione serve per spalmare i costi, anche perché non abbiamo un nostro laboratorio scenografico. La continueremo di sicuro».

È per questo che Macbeth lo fate insieme al Verdi di Trieste e Traviata con l'Opéra di Montecarlo?
«Esatto. Anche se Macbeth lo facciamo senza ballo, per motivi di budget. Mi preme poi sottolineare che si consolida la collaborazione con Montecarlo, che abbiamo avviato lo scorso anno per il Roméo et Juliette con Andrea Bocelli. Quest'anno facciamo insieme una Traviata tutta nuova, che non ci costa molto e ripropone la coppia Fabio Luisi e Jean-Louis Grinda. Oltre a un cast di valore guidato da Mariella Devia».

E l'Opera Studio, che fine ha fatto?
«Per il momento è sospeso, perché i primi titoli non prevedono ruoli per cantanti giovani. Anche per Turandot ce la caviamo con i nostri ottimi solisti. Il progetto non è però accantonato: a febbraio faremo le audizioni. E gli allievi dell'Opera Studio canteranno in Traviata e nei titoli che proporreno durante l'estate e in autunno».

Per il 2013 si parla di un Simon Boccanegra.
«È un titolo sul quale stiamo lavorando, ma per ora è prematuro fare annunci».

Rigoletto, Traviata, Macbeth, forse Simone: per l'anno verdiano 2013 non sarebbe stato più indicato il recupero di qualche opera legata a Genova per ragioni diverse dal soggetto? Penso ad esempio all'Oberto: in fondo, poco dopo il debutto di Milano, Verdi aveva rivisto la partitura apposta per il Carlo Felice. 
«Per l'anno verdiano il Carlo Felice non ha ricevuto finanziamenti (li hanno ottenuti solo Scala, Regio di Parma, Opera di Roma e Fenice di Venezia, ndr). Quindi le operazioni culturali le lascio ai teatri che hanno i soldi per farle. Non possiamo fare la fine di Alberto Sordi in Le vacanze intelligenti: ha presente la sequenza del concerto di musica contemporanea? Per il momento ho bisogno di titoli che mi permettano di riempire una sala da duemila posti. Prima ricostruisco la fidelizzazione del pubblico, poi per il futuro se ne potrà discutere».

È per questo che ha dato tanto credito al concerto di Giovanni Allevi e a quelli di Bocelli? In parecchi hanno storto il naso.
«Il nome di richiamo è importante da sempre: è un discorso che vale per tutti, dagli Stati Uniti all'Europa tutta. I nomi che ha citato sono un modo come un altro per allargare la base di pubblico, perché se uno entra a teatro magari gli viene anche voglia di tornarci. Anche il nostro lavoro con MyMovies, per la trasmissione in diretta streaming dei nostri spettacoli, va in questa direzione. E come ho detto a chi vede con sospetto queste operazioni, ripeto: mi assumo la responsabilità di queste scelte e i conti li faremo tra qualche anno. Per il momento gli abbonamenti dicono che siamo cresciuti rispetto agli anni passati. E poi gli spettacoli di Allevi e Bocelli ci riempiono la sala e ci fanno guadagnare parecchio».

Sì, però il bigliettaggio ha un peso relativo sul bilancio del Carlo Felice: come stanno le casse dell'ente?
«I contributi di Fus, Regione e Comune sono rimasti invariati e il bilancio del 2012 lo chiuderemo in pareggio. Anzi, con un avanzo di gestione di 500/600 mila Eu che mi servirà per avviare la nuova stagione: la vera partita è sul 2013».

Gli sponsor sono tornati?
«Il sindaco Doria ha dichiarato che nel 2013 Iren ci sarà con 1 milione e 100mila Eu, 600mila in più di quest'anno. Mancano 800mila Eu di piccoli sponsor privati, ma stiamo lavorando sulla colletta pubblicitaria. Il programma della stagione, ad esempio, sarà pieno di inserzionisti e lo stamperemo in circa 100mila copie. Lo dica: per acquistare mezza pagina bastano 150 Eu, per una intera 250 Eu. Sono cifre del tutto accessibili».

Finmeccanica, invece?
«Non ci sarà, anche se contiamo di inserirla attraverso accordi pubblicitari. Al momento ci mancano 4 milioni».

Non li chiederete di nuovo ai lavoratori, come con i contratti di solidarietà?
«Non è una questione all'ordine del giorno. Ma come ha detto Marco Doria, proveremo a percorrere tutte le strade e alla fine vedremo in quale siamo arrivati. Da lì, sapremo quali nuovi percorsi battere».

Da più parti accusano lei e il CdA di aver chiesto sacrifici ai lavoratori senza sanare il passivo della Fondazione.
«Il bilancio io l'ho sempre chiuso in pareggio. Anche se al momento di avviare i contratti di solidarietà qualcuno aveva promesso un piano industriale che prevedeva un attivo di 5 milioni all'anno sul debito patrimoniale. Quel piano non è stato rispettato non per mancanze nostre, ma perché includeva 3,5 milioni di surplus che il Ministro ci aveva promesso e che invece non sono mai arrivati».

Tra commissariamenti a ripetizione e deficit ormai strutturali, non crede che a 15 anni dalla loro esistenza le Fondazioni lirico-sinfoniche abbiano dimostrato tutti i loro limiti?
«Le Fondazioni non funzionano perché sono gli organi di controllo che non funzionano. Non è pensabile che enti che accumulano ogni anno milioni di debiti possano continuare a farlo. Come in tanti altri casi nel nostro paese, basta vedere dove sono finiti i soldi per capire perché va tutto male. Una società privata se accumula debito fallisce. Un teatro invece non può».

A volte neanche i commissariamenti servono ad appianare il deficit.
«Compito di un commissario è quello di riportare il bilancio in pareggio, con qualunque mezzo. Che è una cosa profondamente diversa dal risanare un teatro. Certo che se un teatro commissariato arriva ad avere 45 milioni di debito (come Parma, ndr), ci si deve chiedere come sia stato possibile arrivare a quel punto».

Quindi è la struttura a non funzionare o sono i manager a essere inadeguati?
«Quando sono state create, le Fondazioni lirico-sinfoniche dovevano prendere a modello la struttura di gestione dei teatri tedeschi e nord europei, dove un sovrintendente è contemporaneamente manager e direttore artistico. È la legge 367 del '96 a dirlo con molta chiarezza. In Italia però non è stato così, anche per colpa della politica che ha piazzato nei posti di comando manager magari anche bravi, ma che non sapendo nulla di musica venivano impallinati da qualunque maestro del coro o da musicisti con pretese assurde».

Ad esempio?
«Ad esempio musicisti a cui magari una partitura richiede di suonare uno strumento leggermente diverso da quello che hanno imparato al Conservatorio e per quel motivo avanzano la pretesa di avere lo stipendio maggiorato. Un manager magari ci casca, mentre un musicista sa che quei due strumenti sono in realtà la stessa cosa. E si regola di conseguenza. Prima del '96, invece, il sistema rasentava la perfezione».

Addirittura?
«Sì, perché i teatri italiani erano organizzati secondo un triumvirato formato da direttore artistico, sovrintendente e direttore amministrativo. Tutti e tre allo stesso livello, tutti e tre posti al vertice di una ramificazione della struttura divisa per competenze. Così si poteva avere un sovrintendente anche vicino alla politica, che si occupava di trovare i finanziatori, affiancato da un direttore artistico musicologo, musicista o direttore d'orchestra che sapeva di cosa stava parlando, e un direttore amministrativo che doveva essere un bravo commercialista. Con la struttura attuale invece tutte queste competenze sono richieste in buona parte alla stessa persona. Ma è difficile essere musicisti manager e manager musicisti».

È un po' il discorso del manager dell'arte che si è affermato in area tedesca e britannica, ma in Italia invece stenta a prendere piede. Lei, sulla carta, questa figura invece la ricalca.
«Mi fa piacere che si parli di questo argomento. Io ho iniziato la mia carriera come violinista e concertista in Germania e Austria. Poi, quando sono diventato general manager della Chamber Orchestra di Budapest, ho imparato il mestiere di organizzatore, come ho imparato tutti i mestieri del teatro: eravamo un piccolo gruppo dove bisognava essere in grado di fare qualunque cosa, dall'organizzazione delle tournée alle trattative con agenti e impresari. Non è stato facile: erano gli anni Ottanta, e il muro l'ho visto cadere in diretta».

La svolta della sua carriera avviene però in Germania.
«Sì, dal 1993 al 1999 sono stato assistente del sovrintendente allo Stadttheater di Klagenfurt, prima di tornare in Italia all'Arena di Verona».

Com'è arrivato a Genova, nel luglio 2010?
«A Genova non conoscevo nessuno nell'ambiente politico, soltanto amici con cui ero rimasto in rapporti dopo aver suonato il violino negli anni Ottanta all'allora Teatro Margherita. Da sovrintendente invece i contatti si sono avviati con la produzione dell'Arianna a Nasso del 2009, uno spettacolo che avevamo costruito alla National Opera di Atene che dirigevo. Quello di Atene è un teatro gigantesco, con laboratori scenografici, varie sedi e 850 dipendenti. Poi, con la crisi, non me la sono più sentita di restare: certi giorni non potevamo uscire dal teatro perché bloccati dai cordoni di polizia, mentre al di là la gente manifestava, anche con scontri violenti. In quel periodo mi è arrivata l'offerta da Genova. E al lavoro non si dice mai di no».

Il quartiere che ama di più di Genova?
«Il centro storico, perché dà la possibilità di nascondersi e perdersi di continuo».

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