Teatro Genova Martedì 20 novembre 2012

Pino Petruzzelli: «La vita a chilometro zero? Certo che sì»

Pino Petruzzelli

Genova - Chilometro zero, dal 20 al 25 novembre al Teatro Duse, è il nuovo spettacolo di Pino Petruzzelli. Una co-produzione del Teatro Ipotesi e del Teatro Stabile di Genova. Lo spettacolo racconta la storia di un uomo che viene travolto dalla vita, fatta di successi ma anche di molti insuccessi. Lui però non si arrende mai ed è pronto a ripartire e a trasformarsi. Abbiamo fatto due chiacchiere con l’autore e interprete dello spettacolo.

Chilometro zero è un inno alla vita e alla forza di rialzarsi e ripartire sempre. Anche quando si è schiacciati dalla crisi economica e si è soli ad affrontarla
«La crisi non è necessariamente una condizione duratura, o un fallimento irreversibile. Può anche protrarsi per un periodo breve o limitatamente lungo. Dipende da noi, da come decidiamo di affrontarla. Sia come società, sia come singoli individui. La crisi non è la patologia, ma è il termometro che segna il nostro stato di salute. Sta a noi scegliere le possibili cure. Il cuoco, protagonista dello spettacolo, perde ripetutamente il lavoro, ma sempre trova la forza di ricominciare. Il risultato dei suoi sforzi certo non dipende solo da lui, ma la voglia di procedere, anche in direzione ostinata e contraria, sì. Il mio cuoco è convinto, magari in maniera illusoria, che il senso più profondo di una vita risieda nel credere nella vita stessa. Lottare per la sopravvivenza. E allora stringe i denti, si rialza e porta memoria degli errori fatti affinché non lo colgano ancora impreparato. E se a volte sembra uscire sconfitto, pazienza: ricomincerà da zero. Egli è un nobile perdente. E ciò che lo fa nobile è la speranza in un futuro migliore. Una speranza che passa necessariamente attraverso l’azione. Per questo il creare un ristorante a chilometro zero significhi per lui, prima di ogni filosofia di vita, allontanare una possibile disoccupazione guardando a ciò che ha di più vicino».

Per ripartire è più importante mettere le ali per esplorare o mettere radici per sentirsi solidi?
«A differenza degli alberi, le nostre radici non ci impegnano a restare fissi in un luogo. Le radici sono la memoria di ciò che eravamo, della fatica e del sudore dei nostri nonni che, senza beneficiare di un utile progresso tecnologico, toccavano con mano quanto fosse bassa la terra. Le foto li ritraggono a quarant’anni con i volti segnati da rughe. Le nostre radici sono i nostri nonni che, per tornare a casa dalla campagna di Russia, mangiavano topi; le nostre radici sono i nostri nonni deportati nei lager; le nostre radici sono i nostri nonni che hanno rimesso in piedi in questo Paese dopo due guerre mondiali; le nostre radici sono la storia del nostro mezzogiorno, delle nostre campagne e montagne svuotati da una politica cieca per favorire la Fiat o le altre industrie del nord; le nostre radici sono tutto ciò che si può esprimere nell’amore e nel rispetto per il proprio lavoro e per tutte quelle vite spese pensando alle generazioni future. Aver salde queste radici non ci fa paurosi di tutto e di tutti, ma al contrario ci rende forti, sicuri e ci fa volare verso un mondo liberato. Le nostre radici sono un baluardo contro ogni crisi e, perché no, contro ogni xenofobia».

Non siamo più abituati a seminare e a coltivare per vedere i frutti...
«Dobbiamo tornare a restituire valore e rispetto al lavoro. Portare avanti un’idea costa fatica, implica sacrifici, ma ripaga. A chi diceva a Fellini di portare sugli schermi solo i suoi sogni, il maestro rispondeva che tutti di notte facciamo sogni, ma farli poi diventare un film non è cosa semplice. Trasmissioni come Il Grande Fratello hanno contribuito a far credere che la ricchezza e il successo possono essere ottenuti senza sudore e senza maestria.
Pochi giorni fa sono stato nel Gargano e lì ho conosciuto il proprietario di un trabucco. A Peschici, dove viveva, si faceva la fame e così emigrò in Canada. Racimolò qua e là i soldi per il biglietto di andata e partì. Aveva 19 anni. Lavorò a Montreal senza orario, perché aveva un progetto e una speranza: tornare al paese e mettere su un trabucco tutto suo. Restò in Canada per 15 anni e poi tornò con un po’ di soldi in tasca. Aprì dapprima una falegnameria e alla fine, con la moglie, riuscì a coronare il suo sogno. Ora, a 81 anni, è ancora lì a pescare e a servire piatti di pesce nel suo ristorante trabucco. E grazie ai suoi sacrifici, al suo aver seminato, nel trabucco hanno trovato lavoro i figli e sei dipendenti. Ma i frutti del suo sudore li hanno visti anche i nipoti, che oggi frequentano il liceo di Peschici e l’Università di Bari».

Tu dici: Io e mio padre passiamo in vigna con il coltellino e tagliamo dai grappoli gli acini spaccati dal sole o da una grandine. È una forma di rispetto per il lavoro e per chi berrà il nostro vino. A volte invece c'è sciatteria nella cura delle cose e delle persone. Come si è arrivati a questo? Cosa ci siamo persi e cosa ci siamo ritrovati?
«Purtroppo sembra che oggi sia scomparso il rapporto di amore con il proprio lavoro. Forse l’industria ha una fetta di responsabilità. Proviamo a immaginare un fabbro amante del proprio lavoro e costretto, a causa della forte concorrenza dei prodotti industriali, a chiudere la propria bottega e a riciclarsi, magari come operaio, nel reparto filettature di una ditta di bulloni e affini. In una catena di montaggio è difficile conservare un rapporto di amore con il proprio lavoro. Che gratificazione professionale può esistere in una situazione simile oggi che neanche il posto fisso è più certo? E così, avendo perso la memoria di vecchi lavori ed essendoci specializzati solo nella realizzazione di un componente di prodotto finale, restiamo incapaci di provare a organizzare in modo attivo il nostro futuro. In questo stato di ansia e di incertezza sarebbe ragionevole recuperare quei lavori che implicano arte, intelligenza, sapienza manuale e conoscenza, come ricorda Richard Sennet. Sono lavori che potrebbero rappresentare una risorsa da non sottovalutare se l’unica alternativa è la disoccupazione. Il lavoro artigiano gratifica, perché attraverso la maestria permette di portare a termine un prodotto ben fatto. Un personaggio del mio spettacolo dice: La ripetizione di un gesto nel tempo è la base di una buona cucina. Ripetere è un rito che solo il buon cuoco capisce. Per il pressappochista la ripetizione è noia. Il cuore ripete sempre lo stesso movimento, ma quel ripetere è ogni volta nuovo. E quel nuovo è vita. Ripetere, poi, aiuta a capire gli errori e a non commetterne altri. Più ripeti un gesto e più migliori la tecnica e perfezioni un piatto».

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