Libri Genova Domenica 18 novembre 2012

Javier Cercas a Genova per 'L'altra metà del libro'

Javier Cercas a Genova per la rassegna 'L'altra metà del libro'
© Luca Giarola / mentelocale.it
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Genova - Lo vedo entrare nel Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale con un libro di Paul Auster sottobraccio. Javier Cercas chiacchiera amabilmente con Bruno Arpaia, che lo sta per introdurre al pubblico di Genova. Lo scrittore spagnolo cammina piano ma sembra a suo agio: domenica 18 novembre è tra gli ospiti della giornata conclusiva della rassegna L'altra metà del libro, il festival dedicato ai lettori.
«Questo titolo è straordinario» commenta subito, «l'oggetto fisico libro non è niente senza il lettore». E a sostegno di questa tesi scomoda anche Paul Valery, secondo cui «i capolavori non li fanno gli scrittori, ma i lettori che trovano nei libri cose che gli autori nemmeno avevano pensato di scrivere».

Cercas parla a ruota libera in un italiano quasi perfetto. Con il supporto dell'amico Arpaia ripercorre le tappe fondamentali della sua carriera. Oggi è noto per essere uno scrittore legato alla storia, alla realtà politica e sociale della Spagna del Novecento, dalla Guerra Civile (Soldati di Salamina) al golpe fallito del 1981 (Anatomia di un istante). I suoi inizi, però, sono ben diversi: «da ragazzo avevo una visione ludica della letteratura», racconta. Cita El inquilino (1989) e spiega come quel romanzo, caratterizzato da una «visione onirica della realtà», sia ispirato a Edgar Allan Poe, Franz Kafka e Luis Borges: «questi sono i miei tre scrittori di riferimento, non riesco a immaginare me stesso senza Borges».

«Considero El inquilino il migliore tra i miei romanzi» prosegue Cercas, «ma forse è solo perché quando l'ho scritto ero giovane e felice». Con il tempo gli argomenti affrontati da Cercas cambiano, diventano più delicati, si avvicinano sempre più alla politica. «A 38 anni ho scoperto il valore letterario del passato, elemento a cui quando sì è giovani di solito non si pensa molto. E poi ho iniziato a farmi domande sulla collettività». Il passato come dimensione del presente, dunque e il collettivo come dimensione dell'individuale: da queste indagini interiori nascono Racconti reali (2000; «libro non ancora tradotto in Italia, ma lo sarà presto» rivela Cercas) e soprattutto Soldati di Salamina (2001), forse il suo romanzo più noto, che racconta la storia del ministro del governo franchista Rafael Sánchez Mazas: «alla fine della Guerra Civile Spagnola quest'uomo è vittima di una fucilazione collettiva, ma viene solo ferito e riesce a fuggire. Poi un soldato repubblicano lo trova e decide di non ammazzarlo».

Oltre a Soldati di Salamina, Cercas menziona La velocità della luce (2005), Anatomia di un istante (2009) e l'ultimo Le leggi della frontiera (2012, non ancora pubblicato in Italia, e precisa: «anche in quelli che vengono definiti i miei romanzi storici c'è quella visione onirica e umoristica dei miei esordi. L'ironia è un elemento essenziale nel romanzo, è uno strumento di conoscenza». Poi aggiunge: «non mi piace che i miei libri siano considerati romanzi storici. Questo termine è un ossimoro: o sono romanzi o è storia».

Javier Cercas e Bruno Arpaia continuano a dialogare. «Scrivere un romanzo è come creare un gioco, con tutte le sue regole» dice l'autore spagnolo, che svela anche qualche retroscena della sua scrittura: «c'è chi conosce già ogni particolare della trama prima ancora di iniziare a scrivere: io no, vado continuamente alla scoperta di nuovi dettagli». E poi: «con gli anni ho scoperto che tutti i miei libri hanno una struttura simile, che parte con una domanda. Tutto il romanzo è una ricerca della risposta, ma alla fine la risposta è che non c'è risposta». Cita Pamuk, Flaubert, Faulkner, ancora Kafka. Infine, spiega che «mentre si scrive un libro non si può pensare al lettore, perché tutti i lettori sono diversi. Piuttosto, penso a me come lettore, e mi aspetto che a qualcun altro possa piacere».

Dopo l'incontro, Cercas si ferma a dialogare con il pubblico di Palazzo Ducale. Ha un fare garbato, firma autografi, chiacchiera con chi vuole sapere qualcosa di più sul mestiere di scrittore. Poi si alza, è ora di andare a pranzo: sottobraccio, ancora il libro di Paul Auster. Che strano, però: alla fine, l'autore americano non lo ha neppure nominato.

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