Attualità Genova Mercoledì 10 ottobre 2012

Nicla Vassallo: 'Conversazioni' con Anna Longo

Nicla Vassallo
© Gianni Ansaldi

Pubblichiamo di seguito un estratto dal libro di Nicla Vassallo Conversazioni (Mimesis Edizioni, 2012, 106 pp, 10 Eu), con interviste di Anna Longo e illustrazioni di Francesca Biasetton.

Venerdì 26 ottobre, alle 18.00, la presentazione del libro presso la libreria Feltrinelli di Genova. Con Nicla Vassallo partecipano Anna Longo, giornalista, Gianni Ansaldi, fotografo, Francesca Biasetton, illustratrice e calligrafa

Genova - Anna Longo: I rapporti tra femmine/donne e maschi/uomini, dettati da teorie sulla presunta essenza delle donne e degli uomini, risultano imbevuti di pregiudizi, e contribuiscono a generarne di nuovi con conseguenze negative sull’esistenza di parecchie generazioni passate, nonché sulla nostra, fi no a una serie di fenomeni inquietanti riguardanti la mortifi cazione delle femmine/donne mercificate.

Nicla Vassallo: Il lungo corso della nostra storia, nonché di quello di altre diverse culture, ha visto una generalizzata ostilità nei confronti delle donne con inopportune ripercussioni sui vissuti delle stesse. Per quanto lo stereotipo di donna abbia subito importanti variazioni durante i secoli e per quanto donne d’eccezione lo abbiano snobbato, l’essere donna viaggia in parallelo con l’essere femmina, cosicché le caratteristiche di una donna devono adeguarsi al femminile, un femminile carico di superstizioni, oltre che di dualismi: donne–madonne e donne–maddalene, tra gli altri. Illusorio ritenere che oggi non valga più la ripartizione in questione, non fosse altro perché parecchie donne tentano il possibile per adeguarsi alla madonna o alla maddalena. Con quella passività, inconsapevolezza, irresponsabilità che fa parte di una certa ottusità. Donne–madonne da sposare, con cui generare la figliolanza, e donne–maddalene che seducono, donne non sempre fortunate, anzi (basti ricordare il diffuso fenomeno della prostituzione femminile). Tuttavia, le prime rimangono, nell’immaginario collettivo, donne che corrispondono a un qualche destino di tipo biologico, mentre alle seconde lo stereotipo concede leggerezza, incoscienza, nefandezza, tradimento.
Concessione o obbligo? Donne, comunque, necessariamente emotive, incapaci di determinate azioni e capaci di altre per codardia, con uomini necessariamente razionali, capaci di determinate azioni e incapaci di altre per coraggio? Eppure, se si tenta di trasgredire il conseguimento degli stereotipi, si viene messi all’indice (“tu non sei una vera donna”, “tu non sei un vero uomo”) il che comporta non solo tormento interiore, ma, in tempi bui, severe pene dettate da Stato e Chiesa.

Anna Longo: Tra gli errori più gravi, quali individueresti?

Nicla Vassallo: Un lungo elenco. Dovendo sintetizzare, è un errore affermare che sei soltanto una donna (sempre che la categoria “donna” abbia senso), perché hai molte altre posizioni/appartenenze: affettive, amorose, etniche, culturali, fi siche, sociali, professionali, religiose. Se classifico un essere umano in quanto “donna”, lo stereotipizzo, e accetto, senza sollevare obiezioni, le donne–maddalene e i loro comportamenti, le donne-madonne e i loro comportamenti, dimenticando l’individuo, la sua singolarità, che dovrebbe superare ogni stereotipo. Non cogliamo più la bellezza e la bontà di questa individualità, sempre che – ne abbiamo già accennato, vero? – si ammettano, tra l’altro, conoscenze del bello e del buono, ovvero conoscenze estetiche ed etiche. Per di più, confondiamo i maschi con gli uomini, nonché le femmine con le donne, quando “maschio” e “femmina” intendono riferirsi a categorie biologiche, mentre “uomo” e “donna” a costruzioni socio-culturali. E poi chiediamoci: davvero sussistono, per la biologia, unicamente due sessi?; stando alle costruzioni della cultura-società è impossibile valicare la contrapposizione donna/uomo? Da parecchi secoli, confidiamo nel dualismo maschio/uomo versus femmina/donna, da cui seguono altri dualismi in cui, il più delle volte, al maschio/uomo vengono attribuite caratteristiche considerate positive, mentre alla femmina/donna caratteristiche negative. E proseguiamo nel confidare in essi, pur non disponendo di alcuna buona ragione per credere che si diano solo due sessi (maschio e femmina) e due generi (uomo e donna). Meno che mai disponiamo di buone ragioni per credere nell’essenza di maschio/uomo, in quella di femmina/donna, nonché nella radicale differenza tra le due essenze. Vantiamo, al contrario, buone ragioni per credere che si debba a mere costrizioni sociali l’attribuzione alle femmine/donne di alcune caratteristiche e ai maschi/uomini di tutt’altre ma, proprio in quanto costrizioni, l’essere umano consapevole e responsabile dovrebbe liberarsene.

Anna Longo: Addirittura persiste ancora il pregiudizio secondo cui le femmine/donne vengono considerate diverse da maschi/uomini per la loro capacità cognitiva, e secondo cui ai maschi/uomini competono la razionalità e la disposizione alla ricerca scientifica. Lo trovo raccapricciante.

Nicla Vassallo: Marie Curie ha vinto due volte il Nobel, e la chimica non appartiene alle scienze meno complesse. Curie rimane, d’accordo, un’eccezione. Troppi i Nobel rubati alle donne, donne che hanno attivamente collaborato con compagni mariti, colleghi, donne ricercatrici disconosciute, donne-ricercatrici denigrate. A Rosalind Elise Franklin (che ha lavorato nel College che mi ha donato di più, il King’s College dell’Universiy of London), morta giovanissima per un tumore, è stato sottratto troppo, rispetto ai meriti, rispetto alla scoperta del primo scrupoloso modello della struttura del DNA. Tra l’altro, James Watson ha sempre insultato Rosalind Franklin, sostenendo pubblicamente che era frigida, che si vestiva male. Se fosse stata una casalinga, il misogino Watson non se ne sarebbe occupato.

Anna Longo: E pensare che James Watson rimane uno scienziato acclamato. Ma cosa dire dei risultati della ricerca scientifi ca rispetto alle differenze sessuali?

Nicla Vassallo: Finora, ogni qual volta si è dichiarato di aver individuato una qualche differenza consistente, la ricerca in questione è stata smentita da una ricerca successiva. Nuovi interessanti elementi ci giungono da alcuni studi volti a indagare il rapporto tra donne e matematica, per verificarne il supposto svantaggio cognitivo rispetto agli uomini. Risale a qualche anno fa la ricerca, svolta all’Università della British Columbia, stando a cui, se le donne ritengono di essere geneticamente inferiori, le loro prestazioni matematiche risultano peggiori, mentre, se le donne attribuiscono la presunta inferiorità a pregiudizi di matrice socio–culturale, le loro prestazioni migliorano con nettezza. In proposito, un’altra interessante ricerca, svolta all’Università di Exeter, evidenzia che le prestazioni mutano in base alla persuasione preconcetta di appartenere a una categoria sessuale inabile rispetto a determinati compiti, o a una categoria di altra matrice (per esempio, etnica) abile rispetto ai medesimi compiti, cosicché si è rilevato che, se le donne asiatiche si indentificano con la categoria “donne”, le loro prestazioni peggiorano, mentre migliorano con nettezza, se tali donne si identificano con la categoria “asiatici” – asiatici che, a torto o a ragione, vengono considerati buoni matematici.

Anna Longo: Sono risultati di grande interesse, da cui desumiamo quanto sia importante il come ci si percepisce. Però, non possiamo negare le differenze fisiche: donne e uomini hanno un corpo diverso, le donne possono partorire fi gli, gli uomini sono in genere dotati di una maggiore forza corporea. Non è possibile che questa diversa costituzione biologica favorisca almeno un po’ attitudini psicologiche diverse?

Nicla Vassallo: Non intendo negare alcune differenze fisiche, da cui la medicina di genere prende le mosse per evitare errori di diagnosi e cura derivanti da pregiudizi. Tra questi, per esempio, quello secondo cui le malattie cardiovascolari colpiscono poco le donne. Del resto, la medicina di genere ci aiuterà, fra l’altro, a comprendere perché l’autismo colpisce maggiormente il presunto maschile, mentre la sclerosi multipla colpisce maggiormente il presunto femminile. Pure in virtù di ciò, permane dubbia la rilevanza di maschi/uomini forti e femmine/donne deboli. Si considerino i cento metri piani in atletica leggera: il record mondiale femminile si sta avvicinando a quello maschile, e, tra i due record, non sussiste più
lo scarto di un tempo – immagino che ciò si debba al fatto che le donne vengano ora allenate come gli uomini. Guardandoci in giro, quanti uomini magrolini, bassi, con poca forza fisica troviamo nel mondo e quante donne muscolose e alte, con notevole forza fisica? Direi: parecchi e parecchie. Non sto affermando che i nostri corpi, e i modi in cui li sperimentiamo, non abbiamo ripercussioni sulle nostre psicologie, e viceversa, ma solo che non si dà, da una parte, il corpo maschile cui corrisponde la psiche maschile, e, dall’altra il corpo femminile cui corrisponde la psiche femminile. Per di più, il problema della maggiore o minore forza ha subito un importante ridimensionamento grazie alle tecnologie – se devo sollevare e spostare un materiale pesante, senza possedere la forza fisica adatta, mi avvalgo di un argano. Laddove effettivamente si verifica, sempre che si verifichi, ovvero sempre che non si basi su qualche avventata generalizzazione, una differenza in termini di forza, tra donne e uomini, ci condiziona ormai ben poco, e, grazie ai costanti progressi tecnologici, ci condizionerà sempre meno. Venendo alla gravidanza, ritengo che, con i progressi scientifici e tecnologici, si prospetteranno scenari in cui essa consisterà in misura sempre minore in una peculiarità femminile, cosicché in questo caso le differenze andranno man mano a scemare. In ogni caso, se nel corso della gravidanza, i corpi “femminili” si trasformano in modo notevole, e lo stesso vale per alcuni aspetti della psiche, non tutti i corpi, né tutte le psiche si trasformano nel medesimo modo. Per di più, non dimentichiamo che la possibilità della gestazione non implica la sua necessità, e quanto tradizionalmente ne segue, ovvero lo stereotipo della donna materna. Alcuni individui (donne e uomini) desiderano figliolanza, altri non la desiderano; c’è chi presenta vocazione alla maternità e chi no; alcuni uomini si attestano più materni di alcune donne; alcune donne si attestano più paterne di alcuni uomini; altri non dispongono di vocazioni e capacità né materne, né paterne; in un medesimo individuo possono convivere entrambe le vocazioni e capacità. Il pregiudizio che impone la donna materna danneggia in più di un senso le donne, che devono mostrarsi obbligatoriamente buone madri, con tutto ciò che ne consegue; quando una qualche donna mostra difficoltà a realizzarsi in una buona madre risulta criticabile e criticata. Il pregiudizio che vuole l’uomo paterno danneggia gli uomini nei tanti casi in cui separazioni e divorzi si concludono con l’affidamento quasi in automatico dei figli alle donne, senza approfonditi accertamenti delle reali capacità di accudimento, affetto, cura delle donne e uomini in questione. Soprattutto, i concetti di “materno” e “paterno” hanno senso? Riusciamo a offrire di essi definizioni valide? Oppure rientrano tra i tanti doveri/pregiudizi che storia e società hanno inculcato in noi?

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