Attualità Genova Sabato 29 settembre 2012

'Dentro Anonymous': testimonianze e retroscena nell'ebook di Carola Frediani

Genova - È una sera di metà agosto 2012, e il canale Italy di Anonops sta discutendo di come titolare un comunicato sull’azione contro l’Ilva di Taranto. All’improvviso irrompe in chat un anon che con grande agitazione sgancia una bomba: il governo britannico avrebbe catturato Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, facendo irruzione nell’ambasciata ecuadoriana in cui si era rifugiato da qualche tempo.

«Attacchiamo», esclama incitando gli altri. In realtà, come appurano poi anche gli altri anons presenti, la notizia non è vera. Ma la situazione dell’hacker australiano ha indubbiamente preso una brutta piega. Il governo di Londra, dopo la notizia della concessione dell’asilo ad Assange da parte dell’Ecuador, ha fatto circondare l’ambasciata dalla polizia minacciando di irrompere in qualsiasi momento. Mentre nelle stanze della diplomazia scoppia un caso internazionale, in quelle di Anonymous, nel giro di poche ore, iniziano a radunarsi hacker arrabbiati.

Tra questi c’è Neo che, insieme a pochi altri, mette in piedi un’operazione lampo, in un canale IRC (la chat online usata dagli anonimi) appositamente creato. I target sono alcuni siti governativi e amministrativi inglesi, che vengono divisi tra i partecipanti, di varie nazionalità.
Lui ha in carico il sito Staffslc.gov.uk. Lo butta giù quasi davanti ai miei occhi. Non con un semplice attacco DDoS ma attraverso un sistema più complesso, tramite cioè un exploit, una sequenza di comandi che sfrutta una vulnerabilità del target. Nel caso specifico, invece di inondare il server del sito di pacchetti come nelle negazioni di servizio distribuite, gli ha inoculato un codice che, moltiplicandosi, finisce con l’esaurire la memoria del servizio vulnerabile, mandando in crash la macchina. Per la cronaca, dopo una simile terapia d’urto, il sito rimarrà irraggiungibile per diversi giorni.

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Il rapporto tra Anonymous e WikiLeaks è qualcosa di più di una semplice liaison dangereuse. Julian Assange, seppur indirettamente, è stato il padrino del movimento di cyberattivisti. La sua figura di hacker che guarda in faccia il potere, e l’attività di smascheramento globale condotta da WikiLeaks, hanno fatto sì che quella nebulosa magmatica e incosciente che era Anonymous all’inizio maturasse in un movimento con un’agenda politica molto più definita, per quanto sempre mutevole a seconda dei luoghi, delle situazioni e dei partecipanti.

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Agli inizi dell’agosto 2012, il ricercatore Justin Ferguson porta l’attenzione del pubblico su alcuni documenti rilasciati da WikiLeaks nell’ambito dei Global Intelligence Files - una montagna di documenti prelevati da Anonymous nel dicembre 2011 all’azienda di intelligence Stratfor - e subito dopo sui media esplode il caso TrapWire.
Il nome designa un sofisticato sistema di sorveglianza, presumibilmente già funzionante in diverse parti degli Stati Uniti, almeno secondo quanto emerge dalle email trafugate. Una serie di dati e di parametri – dal riconoscimento facciale all’individuazione di altri comportamenti sospetti – ottenuti attraverso particolari videocamere collocate in luoghi pubblici sarebbero inviati a un database centrale per essere poi aggregati insieme ad altre informazioni di intelligence.

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Appena il caso rimbalza sui media, WikiLeaks subisce uno degli attacchi informatici più pesanti della sua storia. Un bombardamento a tappeto di attacchi DDoS mandano offline il sito di soffiate e i suoi mirrors, cioè le sue copie sparse per la rete, rendendo difficile accedere ai contenuti appena pubblicati. A rivendicare l’assalto è un gruppo che si fa chiamare AntiLeaks e giustifica l’azione come un atto di protesta contro Julian Assange, equiparato al “capo di una nuova genia di terroristi”.

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Mentre il sito di leaking cercava il modo di tornare online, partiva la macchina organizzativa per analizzare più in dettaglio i materiali usciti. E quando si tratta di fare le pulci alla documentazione di aziende di intelligence non può mancare Barrett Brown, l’anonimo uscito alla scoperto e trasformatosi poi in febbrile ricercatore. «Il mio gruppo Project PM, WikiLeaks e Telecomix (altra rete decentralizzata di cyberattivisti che lottano per la libertà di espressione, ndr) e il People Liberation Front (altro sottogruppo di hacktivisti, ndr) stanno lavorando come matti in queste ultime 48 ore, e si sono divisi i materiali originali provenienti dalle email di Stratfor», mi dice in chat il giovane texano in quei giorni, e in effetti sembra non dormire mai, a qualsiasi ora ci si colleghi, lui è online.

«Anonymous sta finalmente andando nella direzione che volevo», aggiunge Brown.
Il riferimento è alla neonata OpTrapWire, in cui op sta per operazione, impresa, serie di azioni. Che include l’analisi e la disseminazione dei documenti effettuata dai gruppi appena citati, ma anche diverse strategie di contrattacco da parte degli anonimi. Una fra tutte: la Smash Cam Saturday, una campagna in cui si invitano gli attivisti a costruire assieme un archivio delle videocamere sospettate di far parte della rete TrapWire, con tanto di Google Map, naturalmente. Una volta individuate, il suggerimento è di cercare di sabotarle.
«Stiamo preparando un manualetto ad hoc», mi dice uno dei membri più attivi sul canale OpTrapWire di AnonOps. «Abbiamo discusso vari metodi per disabilitare le videocamere, dall’hacking dei loro server al lancio di palloncini pieni di pittura».

[…]

Siamo tornati dunque temporalmente al momento della Op FreeAssange, cioè alla campagna di Anonymous per la liberazione del leader di WikiLeaks, bloccato nell’ambasciata ecuadoriana di Londra – operazione che si svolge in parallelo a quella su TrapWire. Alla serie di attacchi a siti governativi inglesi in cui abbiamo visto Neo che, tra i primi, abbatteva in solitaria e impietosamente Staffslc.gov.uk.
Non ha scritto comunicati stampa o altre rivendicazioni per l’occasione. Da un altro utente collegato alla stanza usata per coordinarsi è partito solo un freddo tweet che comunicava il Tango Down, cioè l’andare offline del target.

Neo è un po’ deluso per la scarsa performance degli altri partecipanti. «Era meglio se partivo di DDoS contro tutti i target - mi dice - così facevo più clamore mediatico». Dagli altri anons, lui è considerato tecnicamente un vero fuoriclasse. Uno che aiuta gli altri, se necessario. Ma anche un cane sciolto, un mago del trolling, un operatore di canale che si imbizzarrisce facilmente e sbatte fuori il malcapitato di turno. Uno che fa la differenza in una specifica azione, se gli va di partecipare. Ma anche uno che agisce per i fatti suoi, e che può sparire senza preavviso.
Neo non si identifica veramente con Anonymous. Era hacker da prima, e probabilmente lo sarà anche dopo. Eppure, anche se lui forse non sarebbe d’accordo, rappresenta secondo me la vera essenza di questa inafferrabile entità.

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