Concerti Genova Martedì 31 luglio 2012

Fabio Armiliato, da Woody Allen al ritorno al Carlo Felice. L'intervista

© Johannes Ifkovitz

Genova - «La prima volta che mi sono visto nel monitor al fianco di Woody Allen è stato uno shock. Ho pensato: ma sta succedendo davvero o è un effetto speciale stile visita agli Universal Studios?».
Sono passati mesi dall'uscita del film che l'ha fatto conoscere al grande pubblico, quello che ne ignora i successi lunghi trent'anni nei teatri di mezzo mondo, ma Fabio Armiliato continua a raccontare con lo stesso entusiasmo e la stessa emozione l'incontro con l'icona del cinema Usa sul set di To Rome With Love.
Venti minuti girati gomito a gomito con il regista newyorkese - un onore toccato nel cast italiano solo a Franco Parenti - nei quali il nostro tenore da esportazione, ma fieramente genovese, interpreta un cantante dalla voce strepitosa che rivela le proprie doti solo quando canta sotto la doccia.

Episodio più riuscito in una pellicola tra le meno memorabili del maestro della commedia americana, ora quell'interpretazione vale a Fabio Armiliato il premio Oscar della lirica 2012. Il tenore lo ritirerà giovedì 2 agosto a Torre del Lago (LU), in un gran galà nel quale dividerà il palcoscenico con protagonisti del mondo dell'opera a tutto tondo, da Andrea Bocelli a Sonia Ganassi passando per la bacchetta di Michele Mariotti, le suggestioni registiche di Daniele Abbado e le scenografie di Richard Peduzzi.

Armiliato, trent'anni di carriera nei maggiori teatri del mondo e il grande pubblico si accorge di lei per una performance che in fondo col suo percorso artistico c'entra poco. Che effetto fa?
«Fa sorridere - se la ride il tenore - ma prendiamo l'aspetto positivo: la mia interpretazione fa parlare dell'opera, pone la lirica all'attenzione del cinema, di un pubblico diverso. Ed è servito anche a me per capire la distanza che esiste tra il pubblico del cinema e quello dell'opera. È stata un'opportunità di fare un passo indietro e riflettere».

In che senso?
«Una volta l'opera era uno dei maggiori poli d'attrazione, non solo per i melomani. Poi, col Dopoguerra, la situazione è cambiata, l'opera è diventata più classista. Il film è un mezzo interessante per portare la lirica a un pubblico diverso, per incuriosirlo. Insomma, per rendere l'opera sempre più popolare».

Com'è stato lavorare con Allen?
«È stato molto diverso da quanto ho vissuto finora, ma ho incontrato un mio mito, uno dei miti viventi del cinema. Ero innamorato di Provaci ancora, Sam e di Io e Annie: all'inizio l'emozione era fortissima, poi è uscita fuori la professionalità ed è filato tutto liscio. Allen mi ha aiutato moltissimo: mi ha suggerito i movimenti, il gesto e l'intenzione da avere sul set. Nella lirica sono molto diversi».

Ad esempio?
«Innanzitutto il gesto, che per noi è più ampio: dobbiamo colmare la distanza dal pubblico e farci vedere fino all'ultima fila. E poi noi cantanti d'opera siamo abituati alla pausa dopo ogni aria: l'applauso del pubblico è un riconoscimento immediato. Col cinema, invece, bisogna aspettare nove mesi prima che arrivi l'applauso».

E alla fine l'applauso è arrivato?
«L'Oscar della lirica a Torre del Lago è una grande soddisfazione. Dato il luogo, canterò un'aria pucciniana».

Il film di Allen però le ha stravolto l'agenda.
«È vero, mi ha scompaginato gli impegni, ma ne è valsa la pena».

Ad esempio ad aprile è saltata la presenza sua e di sua moglie, Daniela Dessì, nella ripresa di Turandot al Carlo Felice. L'opera è stata confermata a dicembre, ci sarete?
«Confermatissimi: ci saremo di sicuro per due recite. E siamo molto contenti di esserci. Il Carlo Felice sta facendo passi ottimi, anche grazie ai lavoratori che hanno capito le esigenze della programmazione. Più si lavora, più il pubblico viene a teatro: la scelta dei titoli va in questa direzione, verso il riempimento della sala. È importante che il pubblico venga a vedere l'opera: è educazione, è storia, è un mondo vivo che vive attraverso noi interpreti».

In effetti lei fa di tutto per avvicinare un pubblico nuovo a teatro: non solo il film con Allen, ma anche con la sua presenza nella nazionale cantanti.
«Sono un grande appassionato di calcio e un doriano doc - ride - Mi sono seguito tutte le trasferte e tutte le partite dei playoff. Al di là di questo, sono il primo cantante d'opera a far parte della nazionale cantanti: lo faccio per passione e perché per l'opera non è un buon periodo storico. Riavvicinare il pubblico giovane è necessario. Vorrei essere divulgatore - non volgarizzatore - per rendere l'opera meno classista, dare un esempio ai ragazzi. Anche il mio disco (Recitar, Decca, 2012, 19,80 Eu), che contiene arie d'opera e brani più popolari, vuole attirare un pubblico nuovo».

Eppure nonostante queste declinazioni pop, riesce a rimanere uno degli interpreti più apprezzati della sua generazione. Anche dai melomani da figurine Liebig.
«Diciamo che cerco di cambiare il sistema dall'interno. E se sono arrivato al film e a determinate scelte, è perché ho una carriera alle spalle che me lo permette. Poi è chiaro che i melomani, come tutti i fan, sono legati alle loro idee, che spesso però appartengono un po' al passato. Bisogna cambiare il meccanismo del teatro lirico: servono più recite per il pubblico giovane ed è necessario creare nuovi interpreti coscienti del loro ruolo, che cantino in maniera educata».

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