Teatro Genova Lunaria Teatro Mercoledì 25 luglio 2012

Il 'Barbablù' di Valeriano Gialli per Lunaria Teatro

Al Festival in una notte d'estate, doppio appuntamento con il teatro di Valeriano Gialli, attore e regista fiorentino formatosi allo Stabile di Genova, da oltre 20 anni attivo in Valle d'Aosta, dove opera con la compagnia Envers Teatro:
martedì 24 luglio 2012, a San Matteo (ore 21), Barbablù;
mercoledì 25 luglio 2012, eccezionalmente sulla terrazza del Collegio degli Emiliani di Nervi (ore 21), in programma Odissea, recital con musica di e con Valeriano Gialli - La musica, arriva a ondate, come le tempeste marine di questo poema, il racconto è quello di  un libro di avventure meravigliose scritto oggi, circa 1000 versi fra i più singolari: Telemaco, Calipso, Lestrigoni, Eolo, Circe, Le vacche del sole, L’ eccidio delle ancelle, ecc.

Genova - Una favola è un canovaccio perfetto. Un punto di partenza ideale per mettere in scena tutti quei livelli di significato che contiene e che non necessariamente emergono alla lettura. Valeriano Gialli seziona il testo di Barbablù (dalla fiaba di Charles Perrault, in una riscrittura di Gian Luca Favetto) e lo restituisce in scena dilatato, sotto forma di racconto non lineare che passa per la parola e per il corpo, utilizzando gli strumenti espressivi della narrazione teatrale, della danza e del teatro di prosa tra commedia, farsa e tragedia - lo spettacolo è stato ospite del Festival in una Notte d'Estate di Lunaria Teatro nella piazza di San Matteo.

La cornice è quella di tre servitori alle prese con il cadavere del loro padrone, ucciso a coltellate nella propria residenza. Ma come? Non era Barbablù che massacrava le sue mogli? Sì, sì certo, ma almeno una deve essergli, con qualche trucco, sopravvissuta perché la storia potesse essere raccontata, no? E infatti è la padrona di casa a sollecitare la servitù verso l'ingrato compito di pulire la stanza, evidentemente macabro teatro del delitto (sulla scena un cadavere su una panca di legno su ruote) e preparare il cadavere (lo stesso Valeriano Gialli) per la cerimonia funebre. Attorno a questa azione la servitù in veste di necrofori, due donne (Fulvia Roggero e Maria Paola Bardelli) e un uomo (Vincenzo Santagata), si presenta al pubblico: ognuno manifestando in brevi interventi, la propria identità consapevolmente accessoria, da cui emerge quel soggettivo scontento e margine di speranza verso un destino migliore, che piano piano si delinea come traccia narrativa collaterale al racconto principale.

La moglie 'fortunata' di Barbablù è la voce narrante, vittima e superstite, protagonista e osservatrice, che Valeriano Gialli porta in scena in un interessante doppio: Ambra Chiarello, narratrice di una vicenda autobiografica e Emanuela Serra, anima febbrile, identità interiore, priva di voce ma capace di articolare una gamma molto varia di sentimenti, stati d'animo ed emozioni attraverso la danza.
Amica mia, tu la conosci la mia storia, io la racconto per scacciare il dolore, ma poi il dolore ritorna e allora io la racconto ancora, amica mia tu che sei nata con me aiutami...

In questo gioco di coppia, le due interpreti raddoppiano il personaggio amplificandolo, a partire da due fisicità molto distanti: l'una mediterranea, morbida e fanciullesca; l'altra asciutta, femminile e machile a sua scelta, quasi fatata nella capacità di arrampicarsi e percorrere il corpo dell'altra; un'ideale Trilly, in tutto e per tutto unita all'altra, eppure tanto profondamente diversa e autonoma. Il confronto fisico, il danzare senza traccia musicale ma con perfetta complicità, lo scarto tra espressività vocale e del movimento, il gioco di costumi speculari o diversissimi, tra bianco crema e nero, tra pantaloni e gonna, fino alla condivisione del costume con una scarpa ciascuna e un'andatura claudicante e tutte le altre variazioni attraverso le potenzialità delle due interpreti sono la parte meglio sviluppata e più approfondita dello spettacolo. Volutamamente prismatico, il lavoro che tende ad aprire continuamente altre porte, finisce come in un narrazione manzoniana a sollecitare lo spettatore con un incalzante scartare dal nucleo, forse non sempre a beneficio dell'intero spettacolo.

Con un coup de théâtre anche questo doppio (o forse triplo), Gialli strapazza ulteriormente la traccia proponendo vari finali, tra cui la necessità per la sposa superstite, quasi sposa-cadavere, di rivivere la parte finale della storia, il momento della sua salvezza e uccidere anche il fantasma di Barbablù che continua a tormentarla. La servitù è così messa di fronte a un nuovo ingrato lavoro di pulizia, pari se non più ripugnante del primo. Ma la vicenda non si esaurisce neppure a questo punto, perché nella storia con la s maiuscola forse il primo esempio di serial killer che più si avvicina a Barbablù è Gilles de Montmorency-Laval barone di Rais, il più ricco di Francia nel 1430, amico e compagno di guerra di Giovanna d'Arco all'assedio di Orleans.

Bambino prodigio e militare molto rispettato, Gilles de Rais fu reo confesso delle violenze e assassini di 300 bambini e adolescenti attirati con l'inganno e poi massacrati. A metterci a parte di questa, che dovrebbe essere la 'vera' storia, un'altra donna (Silvia Lorenzo) anch'essa con un ruolo secondario e da spettatrice come la moglie-cadavere di Barbablù, che con il candore di chi resta ignaro fino allo svelamento finale, restituisce con un'intensità innegabile e nel dettaglio, fatti e circostanze, moventi e natura dei crimini efferati del suo sposo. Lo stesso che in un'estremo gesto geniale e narcisistico, molto teatrale, chiede di essere impiccato e non bruciato sul rogo insieme ai due fedeli servitori che lo hanno coperto nelle sue nefandezze. In una novella e macabra via Crucis, come Cristo con i due ladroni, Gilles de Rais sale sulla collina in cerca di redenzione e perdono. Lo stesso Barbablù tornando in forma di fantasma cercava compassione e, forse perdono, ricordando come Eva era stata scacciata dal Paradiso per aver trasgredito un divieto, così lui aveva punito le sue mogli con la stessa moneta per aver trasgredito al suo, forse mettendoci un tantino più di foga...

Senza dubbio una composizione interessante che sollecita a riflettere su temi che restano dell'attualità la violenza domestica, la crudeltà, l'autorità, la prevaricazione, l'obbedienza o la trasgressione, l'abuso di potere, e quindi i ruoli, il protagonismo e le sue forme, sull'imprescindibile necessità dei vicari, di chi assiste e racconta, di chi sopravvive e osserva senza mai prendere di petto la vita; e ancora di chi condivide la responsabilità nel crimine pur non avendolo commesso. Un racconto ad incastro. Una riflessione metateatrale, una riprova dello strano rapporto tra realtà e finzione, leggenda e Storia a confronto, dove la seconda spesso non raggiunge neanche la prima. Un lavoro evocativo che tocca talmente tante corde dell'immaginazione da correre il rischio di creare una cacofonia, e stravolgere l'intrigante atteggiamento jazzistico alla drammaturgia. Uno spettacolo a cui gioverebbe maggior compatezza, forse con il sacrificio di qualche porticina lasciata chiusa: non certo per rispetto a Barbablù, ma forse per raggiungere quell'unità che spesso si intravede ma va perdendosi.

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