Attualità Genova Mercoledì 29 luglio 2015

«Con la bicicletta elettrica girare per Genova è ancora più bello»

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Genova - Ci sono piccole cose che mettono grande gioia. Ognuno ha le sue. Tra le mie fisse, quella di inquinare il pianeta il meno possibile. Vorrei che il mio impatto sull'ecosistema fosse uguale a zero. So che è impossibile, ma la mia ossessione è arrivare molto vicino a quella cifra, ben sapendo che non riuscirò mai a non prendere aerei e a non andare in auto, benché ne abbia una a metano.

Tutto questo per dirvi la mia felicità quando è arrivata la bicicletta elettrica a mentelocale. La aspettavo da qualche settimana e appena ha varcato il portone di Palazzo Ducale, l'ho accolta e cavalcata subito per andare a fare una commissione a Borgo Pila.
Non era la prima volta che la provavo, è già successo in Svizzera ad AdelBoden, un paio di anni fa. E non vi dico la felicità di partire da mille metri e arrivare a duemila, tra mucche, campanacci, e le vette lì a un passo. Pedalando. Sì perché di fatica se ne fa un po', ma un'impresa simile, con una bici normale, per me sarebbe stata impossibile.

A questo stavo pensando quando ho svoltato in piazza Dante per raggiungere via Venti e poi correre in discesa fino a Corte Lambruschini. Ero felice, benché circondata da un notevole tanfo da tubi di scappamento. Ma era tale il desiderio che ora si stava appagando, che in discesa non ci ho fatto caso.
Fatta la commissione inforco la bici e risalgo per via Venti. «Stai in mezzo alla strada» mi aveva consigliato l'amico Eugenio, «altrimenti con gli autobus, che si bloccano alle fermate, diventa un Calvario».
Ne avevo davanti tre, grandi e minacciosi che mi sbuffavano in faccia effluvi malefici. Al semaforo rosso li ho sorpassati e mi sono messa in testa, pronta a scattare non appena fosse apparso il verde. Ma, sarà perché da adolescente in bicicletta ero una piccola teppistella, sarà perché non mi sembrava assolutamente pericoloso, passate tutte le auto che uscivano da una stradina laterale, sono passata con il rosso sulle strisce perdonali, sia per evitare di disturbare gli autobus se fossero stati più veloci di me, sia per non retrocedere in ultima posizione e respirare le loro puzze.

Ebbene tutto a posto, arrivo prima di tutti gli autobus al semaforo successivo senza intralciare la loro corsa. Ma perché i verdi non sono sincronizzati in modo da non far fermare di continuo le macchine e generare inquinamento? Un altro mistero italiano.
Mi affianca un vigile in vespa: «lo sa che anche per le bici, come per le macchine, la multa è di 150 Eu se si passa con il rosso?».
«No» dico con aria contrita: «è la prima volta nella mia vita che vado in bici in via Venti o nel centro di Genova, la uso sempre sulle ciclabili laddove ci sono o nei percorsi natura, ma sa qui in via Venti l'inquinamento mi stava massacrando i polmoni, e allora ho fatto questa infrazione».
«Ha ragione» risponde lui, «si deve trovare una soluzione per i ciclisti in centro città».
«Ce ne sono sempre di più, speriamo che l'epoca dei Suv finisca e si pensi sempre più ai mezzi di trasporto ecocompatibili», catechizzo io.
«Completamente d'accordo», risponde lui, facendomi capire che di farmi la multa non ci pensa neanche.

Arriva il verde, scatto, e raggiungo l'altro semaforo, rosso anche lui, e il vigile arriva subito dopo: «ma è una bici con la pedalata facilitata, vero?», mi chiede, visto lo smacco nella ripresa pur guidando un mezzo provvisto di motore.
«Certo» dico io, «e lei non può capire quanto sia felice di cavalcarla. La vede De Ferrari lassù, mi sembra una malga svizzera».

Arriva il verde e il vigile schizza via con il suo vespino, e mi semina. Mi avrà preso per matta.

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