Concerti Genova Martedì 12 giugno 2012

Genova. 'Infinito', il primo album di Antonio Clemente. La recensione

Genova - Quella contenuta nel battesimo discografico di Antonio Clemente è musica che parla chiaro. La prima volta che l’ho incontrata, ho avuto come l’impressione di conoscerla da sempre: pochi convenevoli, una stretta di mano decisa e rassicurante e un dialogo musicale che prosegue per un'abbondante mezzora guardandoti sempre fisso negli occhi.

Per chi ama la cantabilità del pop-rock tricolore, questo è una nuova voce da seguire e le sette tracce che compongono Infinito sono confessioni a cuore spalancato, indizi che conducono a un tesoro di cui la barbara modernità e le sue sovrastrutture tendono a sminuire la ricchezza: sto parlando della semplicità.

Già, la semplicità, meta turistica dimenticata, vocabolo e costume in disuso, è il colore portante nelle trame tessute da questo giovane cantautore e talentuoso pittore, come dimostrano alcune sue opere nonché l’ottimo art work realizzato per la copertina di questo suo primo cd.

Il lavoro ha una sua eleganza, una certa omogeneità seppur non sempre cucita insieme a una spiccata originalità (siamo agli esordi ed è in parte comprensibile), ma l’immediata schiettezza dell’impianto melodico e la sobrietà del cantato, alla lunga premiano le canzoni, che vanno molto presto a sedimentarsi nella memoria uditiva dell’ascoltatore.

Pur in un disco prettamente di genere, alcune tracce si distinguono per freschezza e messa a fuoco: è il caso di Stagioni, brano che apre il disco, la stretta di mano con cui Clemente si presenta all’ascoltatore. È una nostalgia tenera quella che affiora dalle parole e che colora il timbro dell’autore. Una nostalgia figlia di speranze sgocciolanti sui vetri appannati dalla consapevolezza: così l’orecchiabilità di un singolo, ci racconta la vita nel suo lesto rapinare, i momenti nel loro furtivo sgusciare e il fragile incantesimo dell’attimo, in cui qualcosa va ad incominciare.

Meritevoli di citazione sono certamente Mediterraneo, con le sue sonorità che passeggiano fra odorosi agrumeti a picco sul mare, per mano a una chitarra acustica che sembra sfiorata dal grecale. Di grande atmosfera poi, sia per la qualità dell’arrangiamento, sia per la costruzione di testo e armonia, mi è parsa la titletrack. Un puzzle di piccoli frammenti, fatto da ciò che rimpiangi e da ciò che rammenti, incorniciato da un flusso musicale che scorre con disinvoltura ed eleganza, fra il cantautorato e il rock F.M. con in chiusura l’assolo della chitarra elettrica di Perasso di grande suggestione.

Infinito è il brano da cui ripartire, crescendo nell’impostazione e nell’uso della vocalità, specie nei brani più easy-pop e in generale, nella stesura dei testi, talvolta eccessivamente discorsivi e privi di quella fascinazione, di quella capacità evocativa, che nella titletrack (soprattutto) nidificano con forza conferendo alla canzone un’aura di dipinto musicale. Con l’augurio, viste le doti emerse dal battesimo, che la barca in secca presente in copertina, possa presto tornare a solcare nuovi flutti, verso lidi fruttuosi di nuova ispirazione.

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