Libri Genova Mercoledì 6 giugno 2012

Riccardo Gazzaniga. Lo scrittore genovese vince il Premio Calvino con 'A viso coperto'

Genova - Riccardo Gazzaniga, genovese, trentasei anni, ha vinto il Premio Calvino 2012. Il premio più importante per scrittori esordienti. L’ha vinto con A viso coperto, un testo che affronta il delicato tema del rapporto tra forze dell’ordine e ultrà.
Riccardo lavora in polizia come Sovrintendente ed è delegato Silp e Cgil. Si occupa anche di ordine pubblico. In pratica è un celerino. Da qui nasce la voglia di raccontare parte del suo mondo. In realtà Riccardo è uno scrittore compulsivo di gialli, thriller e vampiri. Ha vinto numerosi concorsi letterari ma il premio più significativo, il Calvino, gli è stato assegnato il 4 maggio 2012.

Cosa ci racconti di A viso coperto?
«Il romanzo racconta di due gruppi, da una parte dei poliziotti del Reparto Mobile di Bolzaneto dall'altra dei tifosi del Genoa che si scontrano allo stadio con conseguenti reazioni a catena che segneranno la vita di tutti i protagonisti. Un tema fondamentale è la violenza e il modo in cui incide su tutti i protagonisti, tifosi e poliziotti. Altro tema è la fedeltà, perché ogni personaggio dovrà decidere se restare fedele ai suoi principi fino in fondo o tradire. Qualcuno tradirà il gruppo, qualcuno gli amici, qualcuno se stesso. Ho cercato di trasmettere l'umanità di fondo di tutti i personaggi, nessuno escluso, senza giudizi legati al mio ruolo. Quanto alla storia, nasce da esperienze più o meno personali, anche se non ci sono persone ispirate direttamente alla realtà. Alcuni fatti sono accaduti davvero, seppure in luoghi, tempi e forme diverse. Altri sono frutto d'immaginazione. I gruppi ultrà, per esempio, hanno tutti nomi fittizi, anche se ricordano quelli realmente esistenti».

A un mese dalla vittoria del Premio Calvino come va? Cosa è cambiato?
«Direi che tutto è cambiato. Si è parlato molto del mio libro e mi hanno contattato lettori e librerie, per sapere come ordinarlo. Ho dovuto spiegare che il libro ancora non esiste. Non ufficialmente, almeno. Dovrebbe uscire in libreria nei primi mesi del 2013 con un editore importante. Per il resto faccio la vita di sempre, lavoro e scrivo quando riesco. Adesso devo dedicare più tempo a rispondere alle mail, però».

Quindi il Calvino ha segnato un confine importante tra il prima e il dopo.
«Senza dubbio. Ho partecipato a quasi cento premi letterari, prima del Calvino. Ne ho vinti diversi e tanti altri mi hanno segnalato, ma l'impatto sulla mia attività letteraria è stato nullo, se si escludono piccole raccolte che restavano introvabili. Mi è servito solo a darmi fiducia e forza per insistere. Dopo il Calvino sono iniziati contatti con editori di primo livello, proposte serie e strutturate, interviste, interesse per il mio lavoro. Un cambiamento radicale».

Woody Allen nei suoi film dice che spesso si teme di voler ammettere che la fortuna valga più del talento. Che ne pensi?

«Amo Woody Allen, ma non condivido. La fortuna conta, perchè quella conta sempre. Ma non si arriva alla fine di un premio da 600 concorrenti per caso o per fortuna. Secondo me, sono fondamentali costanza e dedizione. Spesso uno si immagina che lo scrittore sia una specie di genialoide che attende l'ispirazione per buttar giù fiumi di pagine. Invece è un lavoro lento, faticoso, a volte noioso. La storia nasce fantasticando, pensando, sognando. Ma poi si deve metterla giù e serve la pazienza di insistere, specie quando sei un esordiente e non sai neppure se mai quell'opera troverà un lettore. A volte ti chiedi se tutto quanto stai scrivendo sia brutto, non vada, non funzioni. Se scopri che è così, ne soffri. Specie se hai già scritto centinaia di pagine».

Lavori in polizia, e mai come in questo periodo se ne parla, da Acab a Diaz. Cosa sta cambiando? Si ha il coraggio di affrontare certi argomenti tabu'?
«Ti rispondo da delegato sindacale Silp e Cgil più che da scrittore. La polizia ha vissuto un cambiamento marcato dal 2001, specie nei Reparti Mobili. È stato istituito un centro di formazione per l'ordine pubblico, a Nettuno, per cercare di dare linee comuni di intervento in piazza e allo stadio. A livello addestrativo si è cercato di lavorare sulla professionalità e i risultati si iniziano a vedere, anche se le risorse sono poche e la formazione ne soffre. Quanto agli argomenti tabù, devo dirti che il coraggio è mancato. Credo, come delegato sindacale, che ammettere un errore sia meglio di un silenzio assordante. L'ordine pubblico, è un tema delicato, su cui servirebbero confronti. Ti assicuro che la percezione che ha un poliziotto in mezzo a un tafferuglio è completamente diversa da quella che può rendere un articolo o un'immagine in tv. Spiegare queste cose, come tante altre, potrebbe aiutare la gente a capire il nostro lavoro e ad avere più fiducia in noi».

Cosa pensi del libro Acab?
«Penso che sia stato un libro importante, perché per la prima volta ha focalizzato la visuale sui Reparti Mobili e non, genericamente, sulla polizia. Bonini ha realizzato l'importanza anche storica dell'ordine pubblico e dei suoi riflessi sulla società. Certo, è un testo duro nei nostri confronti perché rappresenta una realtà estrema, ovvero tre poliziotti dalle convinzioni politiche e dalla condotte molto discutibili, persone che hanno difficoltà a collocarsi nel mondo reale e si chiudono nel loro gruppo. È anche un libro collocato in un periodo storico differente ovvero vicino al G8.
Il mio libro, quando racconta di polizia, vorrebbe rappresentare invece l'altra parte di uomini che non sono dei marziani, semplicemente conducono una vita normale facendo un lavoro molto particolare che li porta a vivere situazioni difficilissime. E lo fanno in una caserma con una fama tremenda, che però è dovuta a vicende che neppure li hanno coinvolti direttamente. Purtroppo il film che è stato tratto da Acab, invece, non mi è piaciuto».

Perché?
«Il film estremizzava ancora di più il testo, tagliando sugli approfondimenti storici ed esasperando le figure di questi celerini brutali sul lavoro e fuori, facendogli compiere azioni inconsulte. Mi è sembrato che volesse dare al pubblico esattamente quanto cercava ovvero l'Acab, senza porsi troppi problemi di plausibilità. Funzionava come film di genere, ma di quello che noi siamo e facciamo oggi (e sottolineo oggi) c'era molto poco».

Vent'anni di Berlusconi e berlusconismo hanno trasformato il paese in un tifo da stadio, tutti contro tutti, come in una sorta di guerra civile fredda. Come lo vivi con una divisa? Come rompere gli stereotipi?
«Beh, io provo a romperli cercando di raccontare che dietro alle divise ci sono persone come le altre. Persone che hanno emozioni, problemi e paure. Che commettono sbagli, ma rischiano tanto, fisicamente e penalmente. Tutto per pochi soldi e con tutele pari a zero. In realtà mi sembra che in questo momento ci sia meno distanza tra i cittadini e le forze dell'ordine rispetto a quella che vedo tra cittadini e istituzioni. Le stesse forze dell'ordine si sentono più vicine a un cittadino stanco di delusioni o a un lavoratore che deve difendere l'impiego, piuttosto che a una politica sorda ai nostri problemi. E poi c'è la Rete con il suo flusso di informazioni e notizie. Nessuno resta più chiuso dentro una divisa o una caserma, ma ci si confronta con l'esterno e questo è un bene, un gran bene».

E forse, anche vincere il Calvino, con un testo come A viso coperto è un po’ come rompere uno stereotipo. Senza dare nulla per scontato.

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