Weekend Genova Mercoledì 2 settembre 2015

L'Alta Via dei Monti Liguri: un itinerario da Ventimiglia a Sarzana

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Genova - L’Alta Via che tutti i cattivi pensieri si porta via. Da ormai quattro anni, appena ho un po' di tempo, con il mio compagno, salgo in auto – una Panda a metano poco inquinante – e raggiungo il tracciato dell'Alta Via dei Monti Liguri, nei suoi diversi punti, un sentiero ininterrotto che parte da Ventimiglia, al confine con la Francia e, dopo 442 chilometri, approda a Sarzana, al confine con la Toscana.
Per tenermi in forma? Anche.
Per immergermi nel verde? Anche.
Per godermi il panorama del mare da lassù? Anche.

Più di un anno fa avevo scritto un altro articolo sul perché i monti liguri, per me, sono diventati un’ossessione, peggio che la cocaina per un manager workalcholic. Non ne ho più parlato, ma nel frattempo ho calcato, lavoro e mamma anziana permettendo, il monte Lavagnola, il Ramaceto, nonché l’Antola e la val Borbera, la val Fontabuona e la val D’Aveto, il bosco di Rezzo, con la faggeta più estesa della Liguria. E il monte Caucaso: non vi dico le facce degli amici. «Dove vai questo fine settimana?» Io: «Sul Caucaso». Mi guardano a bocca aperta, con un punto di domanda stampato negli occhi. Capisco al volo e li rassicuro: «È un monte che si protende sulla val Fontabuona, con un rifugio per mangiare e dormire, da dove si vede tutto il panorama del Tigullio». Non vado mica in Russia per un fine settimana, strana sì ma non esageriamo. Il monte Caucaso è a pochi chilometri da Genova, ma in pochi lo conoscono.

Ogni tanto mi rifugio a Ubaghetta, un borgo appartato in Valle Arroscia, immerso negli ulivi, nell'entroterra di Albenga. La casa, con pietra a vista, appartiene a Stefani, un'amica tedesca. Ha le finestre dipinte di azzurro, un vezzo che sa di Grecia. È stato il primo edificio del paesino ad essere ristrutturato, innescando un processo virtuoso.
Stefani vent'anni fa avrebbe voluto abbandonare Berlino e trasferirsi in questo entroterra boscoso, una scelta di vita diversa, che non la spaventava. Non ce l'ha fatta, l'Italia e la sua burocrazia fanno scappare persone che provengono da un mondo, dove l'organizzazione della convivenza sociale è più strutturata e appagante. Non è un caso che migliaia di giovani laureati italiani abbiano fatto le valigie per trasferirsi a Berlino. Ma questa storia la racconterò un'altra volta. Torno sul pezzo.

Che cos'è che mi spinge a seguire il tracciato dell'Alta Via dei Monti Liguri, tappa dopo tappa, come il Barone Rampante, che passava da ramo a ramo, da albero ad albero, quando tutta la Liguria era un folto bosco, di cui non si vedeva la fine?
Questo percorso che attraversa lo spartiacque tra Liguria e Piemonte, tra il Mar Mediterraneo e la Pianura Padana, contrassegnato da un rettangolo segnavia metà rosso, metà bianco, un marchio dipinto a volte su un sasso, altre sul tronco di un albero, altre ancora su un muretto a secco.
Dicevo, forse mi spinge la voglia di fare movimento, di entrare in contatto con la natura, di nutrirmi di paesaggi. Ma non è solo questo, è il forte desiderio di scoprire un'altra Italia, un'Italia che non ci sta, che non ha bisogno di circondarsi del superfluo, che vive dell'essenziale, come i contadini biamontiani che popolavano queste zone liminari all'inizio del secolo scorso.

Il desiderio di guardare all'Italia da una visuale distaccata, perché come diceva Italo Calvino - proprio mettendo in scena le peripezie del suo Barone Rampante - le cose da lontano si vedono meglio. Lì, dove sono le nostre recenti radici si capisce bene cosa siamo diventati, con i nostri improbabili Suv, gli smart phone comprati a rate, la seconda casa acquistata con l'evasione fiscale e il lavoro che se lo sono portato via i cinesi.
Per far ciò, per prendersi una pausa di riflessione, non c'è bisogno di partire per un remoto villaggio africano, basta inerpicarsi su una delle tante impervie strade provinciali liguri zeppe di tornanti, per trovarti in un mondo con una prospettiva stravolta, come quando guardi nel cannocchiale dalla parte sbagliata.
Lassù la pressione scende: lo spread, la crisi dell'eurozona, il debito pubblico, i governi dei banchieri diventano un brusio indistinto.

Da Ubaghetta, dove ho cominciato a scrivere questo intervento su una Moleskine nera, la penna che fa attrito sul foglio, lontano da ogni tastiera – con la nebbia che affoga nel bosco - il mondo laggiù in fondo, al di là della catena montuosa, sembra agitarsi inutilmente. Lassù, nelle intersezioni tra una valle e l'altra, nel fondo dei torrenti, in cima ai colli, nei borghi sperduti, trovi persone che hanno scelto delle strade alternative per condurre la propria esperienza di vita. Da Buggio in alta Val Nervia a Caprauna nella Valle Pennavaire, da Prato Rotondo al passo del Turchino, da Torriglia sopra Genova a Neirone in val d'Aveto, dal borgo abbandonato di Canate in testa alla val Bisagno al lago del Brugneto, ogni volta è una scoperta, non solo di paesaggi inaspettati ma di persone fatte di un'altra pasta. Che hanno abbandonato il fragore delle città per cominciare un'altra storia. Vorrei cominciare a raccontarvi le loro vite. Da tanto voglio farlo.

Perché non lo abbiamo ancora capito bene. Se vogliamo far sopravvivere il pianeta, dobbiamo abbandonare tutto quello che non è necessario. Per smettere di essere tristi e preoccupati, l'unica via è ridurre i bisogni indotti. Aspirare a una decrescita felice, dimenticando borsa, spread e pil. Amo la tecnologia, il web, Londra e Berlino, amo il mio lavoro, ma si può vivere intensamente ed essere protagonisti dei nostri tempi, rinunciando a quello di cui non abbiamo bisogno. Non è necessario trasferirsi lassù per dire basta.

Questo, proprio questo, vado perseguendo sull'ALTA VIA DEI MONTI LIGURI. Anche tenermi in forma, perdermi nei paesaggi, respirare aria buona, ma soprattutto incontrare persone che hanno deciso di seguire un altro percorso, per narrare un'altra storia, condurre un'altra vita. L'ALTRA VIA DEI MONTI LIGURI, appunto.

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