Al tramonto un momento di tregua - Genova

Attualità Genova Sabato 21 luglio 2001

Al tramonto un momento di tregua

Genova - Ore 20.00

Sull’asfalto restano pietre, vetri rotti in piccolissimi pezzi, bottiglie di acqua ovunque, gomma piuma, volantini. Come le cartacce alzate dal vento, i reduci della grande manifestazione, (Agnoletto ha dichiarato la partecipazione di 300.000), si spostano come folate di vento, apparentemente senza meta. C’è chi va a Ponente, chi a Levante. Ognuno è in cerca dei suoi effetti personali, lasciati in qualche dormitorio, e di un mezzo di trasporto agibile per tornarsene a casa.

Lungo corso Europa, gli autobus speciali impazzano smarriti, alla ricerca dei loro passeggeri, dispersi chissà dove in città. Più avanti il Carlini si mostra ancora gremito, migliaia sui gradoni, come prima di un concerto. Intanto, più in basso, sopra Brignole, in corso Gastaldi, i binari e i treni giacciono inoperosi avvolti in un immobilismo che sembra inalterabile.

Su un marciapiede di via Tolemaide, una Panda bianca sbandata come dopo un incidente e i vetri rotti non per il colpo, ma per le bastonate dei vandali. Più avanti una Pegeout, poi una Fiat cinquecento, tutte più o meno nelle stesse condizioni, testimoniano un vandalismo che vaga senza ideali, né pensiero e colpisce qualsiasi cosa incontri sul suo cammino.

Alla fine di via Tolemaide, sulla destra, il tunnel che collega corso Torino con corso Sardegna mostra, con segni inequivocabili, uno dei luoghi in cui oggi gli scontri sono stati più aspri. Alla fine del tunnel, all’incrocio con via Archimede si erge ancora una barricata fatta di bidoni, parti del vicino distributore, scrivanie e sedie del vicino ufficio postale, alcune automobili divelte e date alle fiamme, un furgone Bedford targato Milano, e ancora pietre da selciato, sradicate dai gradini di una vicina palazzina. L’ufficio postale è stato deportato interamente e dato alle fiamme. Quel poco che ha resistito è disperso sulla strada, dentro solo le pareti da cui sono stati sradicati mobili e quant’altro. Il distributore dell’Ip lì accanto è irriconoscibile. Al suo interno i proprietari finiscono di distruggere le vetrate. Per terra c’è anche benzina.

Alla stazione di Brignole il popolo di Seattle in alcuni casi è già sui treni, ma in gran parte è accasciato al suolo in attesa di notizie. Con gli altoparlanti, gli organizzatori dei singoli gruppi annunciano le partenze dei treni speciali con un’unica fermata. Gli stessi raccomandano alla calma: l’assalto ai treni determinerebbe l’immediata cancellazione degli stessi, come hanno annunciato i responsabili delle FFSS. Attraversiamo la strada e passano ancora due camionette blindate, è un coro perfettamente intonato e preciso quello che fischia e applaude il loro passaggio.

I giardini di piazza Verdi e piazza della Vittoria sono divisi in due e isolati dalle altre arterie della città da altri container, che ormai spuntano di giorno in giorno ovunque. Appoggiati agli scatoloni d'acciaio, che rendono inaccessibile piazza della Vittoria, camionette e poliziotti in gran numero.

Un gruppo di dimostranti sale lungo via Brigate Bisagno. Marciano pacificamente e gridano “Genova libera”. Si tengono a braccetto o per mano e sui lati formano delle catene umane che dirigono il flusso e evitano che si sbagli direzione agli incroci. Passano accanto ad una postazione RAI e in lontananza vedono la polizia, la tentazione è forte, ma qualcuno grida “no, sempre dritti” e il cordone si rinsalda. Allora partono gli insulti e i cori tra cui: “Berlusconi assassino”. Poi alzano le mani e le battono in corrispondenza di una sirena, “Liberi tutti i popoli”, è l’ultimo grido.

A trecento metri, dietro a loro, i blindati della polizia seguono questo residuo di manifestazione. oltre a quelli nei blindati, ci sono poliziotti a piedi e in macchine civili. Il traffico urbano si aggiunge e un signore da una macchina mi grida “Scrivi che ci hanno ammazzati di botte.”

Dietro di me, sulla strada che ormai ci porta solo a casa, (via Saffi), una delle poche zone non scenario di guerriglia, un’amica mi segue a qualche passo di distanza, chi ci vede pensa che non camminiamo insieme. Superata la Questura e l’attacco della salita di via Saffi, dove la polizia in divisa e in borghese si è riunita numerosa, mi raggiunge e mi dice nel suo italiano dal forte accento spagnolo, “non ti immagini come ti hanno guardato. Non te lo puoi immaginare.” E prosegue raccontandomi come al mio passare i poliziotti si girassero in modo aggressivo, qualcuno chiedendo agli altri “quella lì cosa sta facendo?” Un blocchetto di fogli bianchi e una penna nera erano tutto quanto potesse costituire una minaccia. Stavo solo camminando e annotando le mie impressioni come avrebbe potuto fare chiunque.

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