Teatro Genova Teatro Carlo Felice Sabato 19 maggio 2012

Genova. Cavalleria rusticana e Che fine ha fatto la piccola Irene al Carlo Felice

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Genova - Con la prima di Che fine ha fatto la piccola Irene? e di Cavalleria rusticana, andate in scena ieri sera, venerdì 18 maggio, il Teatro Carlo Felice si avvia verso la conclusione della stagione lirica 2011/2012. Lo fa con una scelta curiosa, che in abbinamento al capolavoro di Mascagni sostituisce ai tradizionali Pagliacci di Leoncavallo un'operina di recente composizione (2003) a firma Rocco Mortelliti (libretto e regia) e Marco Betta (musiche). La pièce è stata scelta, si presume, più per il nome dell'autore del soggetto, Andrea Camilleri, che per lo spessore drammaturgico-musicale: tratto da un racconto dal papà di Montalbano pubblicato sulla Stampa nell'estate di qualche anno fa, questo Singspiel 'contemporaneo' descrive per brevi scene un'indagine del commissario di bordo Cecè Collura, che del più noto Salvo Montalbano è un po' l'antesignano.

La trama, nata per un'occasione estiva, non ha la pretesa di incollare lo spettatore alle poltroncine di velluto: una bimba di tre mesi sparisce dalla cabina di un transatlantico, Collura indaga, dopo mezzoretta di inchiesta si svela il mistero e c'è ancora tempo per la morale – in siciliano – sugli umani destini del “chi troppu e chi nenti”. A mo' di prologo e di epilogo la voce fuori campo del narratore Andrea Camilleri, mentre sul grande fondale scorrono le immagini della nave che salpa e del mare, realizzati con una computer grafica d'antan.

Sul piano musicale, Betta realizza una partitura di buon mestiere, dal sapore smaccatamente cinematografico e onesta colonna sonora di quanto viene agito sul palcoscenico. Le direttrici dell'opera contemporanea – senza scomodare Sciarrino o Corghi, bastino a esempio Britten o Stravinskij – da mezzo secolo scorrono per altre vie: e se il riferimento più prossimo potrebbero essere i Singspiel di Brecht e Weill, di quella stagione del teatro in musica restano solo le buone intenzioni.

Tutto ciò ricolloca nella dimensione del capolavoro di rottura la Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, che nonostante il secolo abbondante di età pare molto più giovane dell'atto unico derivato da Camilleri.
Collante del dittico è proprio la presenza del papà di Montalbano, che se della prima opera ha ispirato il libretto, della seconda ne ha ideato la regia (qui curata da Mortelliti), pescando a piene mani negli umori più viscerali (e tradizionali) della Sicilia narrata dal Verga e ripresa da Targioni-Tozzetti e Menasci per il giovane Mascagni del concorso Sonzogno.

Se con la Irene si era scherzato, qui si fa sul serio: cast vocale solido e di alto livello, guidato da una energica Giovanna Casolla (Santuzza), protagonista a tutto campo del dramma, cui fanno da contraltare un Turiddu dalla voce sempre potente e talvolta poco fluida (Marcello Giordani) e una Lucia dalla voce mezzosopranile (Maria Josè Trullu). Una Lola dalla sensualità paesana è quella di Claudia Marchi, mentre Alberto Marstromarino dà vita a un Alfio piuttosto compassato, che non si scompone troppo neppure quando riceve l'affronto del morso da parte di Turiddu. E il duello finale, così, scivola via quasi come un'inevitabile formalità del libretto.

Una Cavalleria assolutamente godibile e inscritta nel solco della tradizione scenica dell'opera verista. L'unico innesto di modernità sta nel superfluo fondale in computer grafica che di tanto in tanto si anima, commentando l'azione con passaggi di stormi d'uccelli neri, addensarsi di nubi e la chicca finale di una tempesta di fulmini sull'uccisione di “compare Turiddu”. Un'esigenza di mostrare sul palcoscenico quanto già espresso dalla musica in partitura, alla quale non scampa neanche l'intermezzo sinfonico, che diventa la colonna sonora per un pranzo in piazza con tanto di agnello pasquale. Sonoro il coro, protagonista a pieno titolo della vicenda del Verga, e ordinata l'orchestra diretta da Dario Lucantoni.

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