Attualità Genova Mercoledì 16 maggio 2012

Genova 1992‑2012: il Porto Antico compie 20 anni

© unita36 / flickr.com

Da venerdì 18 a domenica 20 maggio Genova è in festa per i 20 anni di Palazzo Ducale e Porto Antico. In programma, tre giorni di eventi tra spettacoli, incontri, laboratori, mostre, gastronomia e fuochi d’artificio (clicca qui per leggere il programma completo).

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Per la giornata di domenica le previsioni non sono buone, ma la festa si volge lo stesso: guarda il programma in caso di pioggia al Porto Antico

Genova - Quindici maggio 1992. Vent’anni fa, quando Genova celebrò nel nome di Colombo l’apertura di una nuova stagione della propria vita e della propria immagine con l’Expo nel Porto Antico ridisegnato da Renzo Piano, io non c’ero. Il lavoro nel mio giornale mi aveva portato a Roma già da qualche anno. Dal 1986.

Difficili, drammatici quei primi anni ’80 a Genova. La crisi del modello manifatturiero, il tramonto della città di acciaio, aveva cristallizzato l’idea di un irreversibile declino. Le grandi fabbriche a partecipazione statale venivano ridimensionate o chiudevano a una a una. Il porto stentava a riprendersi da una caduta verticale del traffici.
Ricordo i tanti cortei operai, dalle fabbriche di Sestri e Cornigliano fino a riempire piazza De Ferrari. Le assemblee cariche di tensione nei capannoni dell’Ansaldo, dove persino un leader sindacale amato come Bruno Trentin veniva fischiato.
Eppure era molto vivo anche il dibattito su come uscirne. Come inventarsi una alternativa. Nel 1983, in un convegno nazionale organizzato dal Pci, il presidente dell’Iri Romano Prodi aveva annunciato un futuro di alte tecnologie al posto dei colossi meccanici e siderurgici. Progetti che si sono in parte realizzati solamente negli anni più recenti.

Un anno dopo, nel 1984, il Comune aveva organizzato un grande meeting internazionale: il caso Genova era stato messo a confronto con le realtà del mutamento economico e sociale del Giappone e degli Usa. La città guardava ansiosamente fuori di sé per reinventare se stessa.
In fondo era un lavoro di lunga lena.
Già nel nuovo piano regolatore definito dalla Giunta di sinistra che a metà degli anni ’70 aveva sostituito il lungo predominio della Dc, si era messo un alt agli sventramenti speculativi nel centro storico. E contemporaneamente erano stati previsti nuovi poli di sviluppo terziario. Mentre si consumava il dramma degli insediamenti operai che si assottigliavano, si avviavano i lavori per recuperare caruggi e palazzi medievali, crescevano nuovi grattacieli a Corte Lambruschini, con il nuovo teatro per la prosa, e a San Benigno.

Oggi si celebra il progetto di Renzo Piano per i 500 anni dalla scoperta dell’America. Pochi ricordano che tanti altri dei maggiori architetti italiani erano stati coinvolti per pensare il restauro e il rilancio di altrettanti quartieri e monumenti del centro antico. Le aree del Carmine affidate a Ludovico di Belgioioso, quelle di Pré all'ILAUD, diretto da Gian Carlo de Carlo, del Molo a Renzo Piano, di Porta Soprana a Ignazio Gardella, della Maddalena a Luciano Grossi Bianchi, di Borgo Incrociati a Cesare Fera. Idee in parte rimaste allo stato di intuizioni, accolte nei documenti urbanistici del Comune, utili però per la diffusione del recupero. Ma per tanta altra parte compiutamente realizzate.
Il nuovo Carlo Felice disegnato da Aldo Rossi. La facoltà di architettura rifatta da Gardella, motore del risanamento di Sarzano, il quartiere più antico, invaso da giovani studenti. E naturalmente il recupero del Palazzo Ducale, città nella città fino ad allora proibita, occupata da carte e uffici del Tribunale. Con l’idea dell’architetto Giovanni Spalla che le antiche creuze di mattoni dai vicoli salissero all’interno dell’edificio medievale e rinascimentale, e portassero ai suoi saloni sorrette da poderose strutture metalliche.
Il Porto Antico con l’Acquario, il Ducale, e una intera armatura di spazi per la cultura e la vita sociale: dovevano contribuire a un nuovo modello di città e a una nuova identità urbana. A un rilancio.

Oggi Luca Borzani, a capo della Fondazione per la cultura che nel Palazzo Ducale ha il nome e la sede, afferma che quella fu una «straordinaria anticipazione rispetto alla cultura della città: per un lungo periodo in fondo hanno convissuto due città parallele. Quella ancorata alla vecchia identità manifatturiera e portuale, investita dalla crisi, e quella che nei nuovi teatri, negli spazi culturali e nella diversa fruibilità urbana cercava una nuova consapevolezza di sé e un diverso futuro. Direi che il superamento di questa frattura – continua Borzani – si è compiuto davvero solo con il 2004, e l’esperienza di Genova capitale della cultura europea. Un momento in cui la proiezione esterna ci è servita per guardare meglio dentro di noi e fare finalmente un salto. Ma questo non sarebbe successo senza la rottura anticipatrice del 1992».

A me è capitato di tornare a lavorare a Genova proprio nel 2001, l’anno del G8, momento drammatico ma fondamentale per l’evoluzione fisica e mentale della città, e di vedere negli anni successivi finalmente inverate gran parte di quelle intuizioni elaborate in una lunga incubazione, partita a cavallo degli anni ’70 e ’80.
La città ha faticosamente conquistato quella dimensione polifunzionale – come ripeteva spesso il sindaco Giuseppe Pericu - che tiene insieme vocazioni industriali, logistiche e portuali, attraversate dalle nuove tecnologie, dalla ricerca, e l’offerta culturale e turistica. Un equilibrio oggi rimesso a dura prova dalla crisi esplosa nel 2008.
«Ma la vitalità dimostrata da questi contenitori urbani – osserva ancora Borzani – resta una ricchezza e una potenzialità essenziale. Non soffrono crisi. Sono anzi le aperture grazie alle quali si può intravvedere un possibile superamento della crisi». Sono le centinaia di migliaia, i milioni di visitatori dell’Acquario, dei musei, delle mostre. Ma è anche il confronto culturale, il laboratorio cosmopolita che prosegue quasi quotidianamente. Coinvolgendo pubblici diversi. E, dopo tante esperienze gestionali difficili, un equilibrio organizzativo che ha imparato a ottenere questi risultati con un bilancio in pareggio.

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