Libri Genova Giovedì 10 maggio 2012

Marcello Fois a Genova città del noir. L'intervista

Venerdì 11 maggio, alle ore 21.00, la Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale ospita Marcello Fois.
Lo scrittore sardo, introdotto da Bruno Morchio, racconta la propria regione nel quarto incontro del ciclo Genova Città del noir, di cui mentelocale.it è media partner.

Genova - Per il suo secondo romanzo della Trilogia nuorese, Marcello Fois ha scelto di gettare un triestino nella Sardegna rurale degli anni Quaranta. Perché, come afferma lui stesso, «Mi piaceva l'idea di uno che al posto di sbandierare la propria identità, se la va a cercare».
La ricerca dell'individuo è da sempre uno dei punti cardinali della sua scrittura, e l'identità è il fulcro anche di Nel tempo di mezzo (Einaudi, 2012, 263 pp., 20 Eu), l'ultimo lavoro dello scrittore che usa la sua isola come metafora della nostra storia nazionale. Una storia nazionale che lo accalora nella denuncia degli scempi fatti al territorio in nome del progresso, così come negli esiti di un recente referendum ribattezzato anticasta che, partito dalla Sardegna, desta in Fois qualche perplessità.

Venerdì 11 maggio lo scrittore è a Genova per raccontare la sua Sardegna nel quarto appuntamento di Genova città del noir: iniziata la saga familiare dei Chironi a fine Ottocento con Stirpe, con Nel tempo di mezzo Marcello Fois affronta il periodo caldo della seconda guerra mondiale e gli anni Cinquanta e Sessanta del boom. Un boom che l'isola da una parte la lambisce, ma dall'altra la segna in profondità.
«Sono anni importanti dei quali do una lettura precisa - spiega Fois - Negli anni Cinquanta e Sessanta abbiamo scelto di non dare più ascolto al territorio. Sono gli anni del boom dell'edilizia selvaggia, della speculazione del mattone: il mio non è un romanzo nostalgico, amo i miei tempi, ma voglio far riflettere sull'equilibrio tra il bello e il costo della modernità. L'Italia di oggi è sotto molti punti di vista migliore di quella degli anni Quaranta: abbiamo tutti quanti il bagno in casa, scarpe ai piedi e benessere dappertutto. Però mi chiedo se non c'era più ricchezza nell'antica sobrietà. Spesso il paese del benessere è un paese di buzzurri».

Però oggi dalla Sardegna parte un messaggio forte come la netta partecipazione del referendum anticasta. È una riscossa?
«È un risultato importante sul piano morale, non necessariamente su quello politico: dimostra che la gente è più sensibile alle domande di quanto si pensi, che è tutt'altro che asserita e silenziosa. La partecipazione però ha un prezzo: la pancia molle dell'elettorato si lancia verso proposte forti; qui in Sardegna ci sono padroni della casta che sono diventati alfieri del referendum anticasta - si accalora Fois - persone che hanno cavalcato l'iniziativa popolare appropriandosene. È paradossale. Ma è lo stesso paradosso del successo di Beppe Grillo alle amministrative: ora che ha raccolto tanti voti da chi prima votava Pdl, come li gestirà?»

Veniamo al romanzo: perché gettare un triestino dalla mitteleuropa all'arretratezza della Sardegna rurale?
«La storia di Vincenzo Chironi è curiosa, ma tutt'altro che incredibile: dovunque durante il conflitto i soldati provenienti da ogni parte del paese hanno portato a matrimoni e figli misti. E proprio questo è l'elemento interessante, il senso di convivenza e di educazione all'identità, quella forma di fusione che permette di trovare le cose in comune tra le tante parti dell'Italia: le montagne che Vincenzo trova in Sardegna sono le stesse del Friuli, così come le particolarità e le asprezze della lingua. Noi italiani siamo fatti così, a ben pensarci sono più le cose che abbiamo in comune rispetto alle differenze».

Quindi sbaglia chi dice che scrivi sempre di Sardegna.
«Assolutamente - ride - Parto della Sardegna per parlare dell'Italia. Abbiamo secoli di contatti con le altre regioni, basti pensare a tante nostre parlate che sono varianti del genovese, del catalano. Questa volta ho scelto di raccontarli attraverso il romanzo di qualcuno che parte».

E per il terzo episodio che dovrebbe concludere la trilogia, a che punto sei?
«Il programma è pronto da un po', però per scrivere questa terza puntata, che avrà come al solito una sua autonomia, penso che mi ci vorrà almeno un anno e mezzo: i tempi della mia scrittura sono guidati dalla pedanteria. Ho invidia per chi riesce a scrivere velocemente. Non che io non ci riesca, ma questa idea merita tempo: parlerò della contemporaneità».

Sei a Genova per un ciclo dedicato al noir, ma col tempo la tua scrittura si è allontanata dal genere che ti ha lanciato.
«Sì e no, ma del resto della definizione della mia scrittura come noir, è faccenda della quale mi sono sempre occupato poco. Però mi affascina l'idea di far parte di una grande famiglia dove rientrano personaggi come Leonardo Sciascia».

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