Ugo Dighero al Duse con 'Ciò che vide il maggiordomo': follemente divertente - Genova

Teatro Genova Teatro Duse Giovedì 12 aprile 2012

Ugo Dighero al Duse con 'Ciò che vide il maggiordomo': follemente divertente

© Bepi Caroli
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Genova - L'attore Ugo Dighero, presentando lo spettacolo pochi giorni fa, l'aveva buttata lì alla stampa: «Non scrivete che c'è un mio nudo integrale, altrimenti si rovina la sorpresa». Qualcuno quasi quasi gli aveva creduto. E invece no, in Ciò che vide il maggiordomo, ultimo lavoro drammaturgico di Joe Orton e prima coproduzione tra Teatro Stabile di Genova e Teatro dell'Archivolto, Dighero è praticamente l'unico (a onor del vero, neanche Antonio Zavatteri si spoglia) a non svestirsi, mentre tutti gli altri interpreti vi sono prima o dopo costretti (persino il Bobby inglese, con tanto di divisa e cappello in stile British, di Mauro Pirovano) e la passerella in mutande è subito rito.

Affollando il Teatro Duse (repliche fino al 22 aprile) in modo piuttosto insolito, il pubblico decreta star indiscussa della produzione proprio Ugo Dighero, addirittura ancor prima che riesca a pronunciare la prima battuta, anzi interrompendogliela con un caloroso applauso di benvenuto. Colore a parte, nonostante sia elevato, il numero degli spettatori è quasi impercettibile in sala, considerato il religioso silenzio a cui tutti si attengono per non perdere alcuna battuta e godersi qualche sana risata.

Con una verve comica dirompente, allusiva secondo gli usi dello humor anglosassone, dissacrante eppure bon ton al punto da riuscire a far passare un bel numero di contenuti blasfemi nel modo più casto e innocente possibile, infilandoli qua e là tra le battute, Ciò che vide il maggiordomoè una commedia degli equivoci in cui succede (a parole) proprio di tutto.

E il sesso è l'argomento principe di cui tutti sono vittime e mai sazi. Sfruttando la chiave del giallo e dell'indagine poliziesca in una serie di intricate sottotrame, la commedia innesta, sul tema dell'incontinenza sessuale di cui tutti i personaggi si rendono agli occhi di qualcuno colpevoli, una decisa critica alla classe politica e al primo ministro con ripetuti affondi sui membri del parlamento («Oggi i ministri vengono selezionati tra cadaveri ambulanti e dementi») e un premier che avrebbe smarrito il suo membro in seguito a un'esplosione.

Nonostante tutto avvenga all'interno del gabinetto di uno psichiatra (il dottor Prentice, Ugo Dighero, praticamente sempre in scena) e al cospetto di un suo collega e superiore il dottor Rance (nella versione decisamente macchiettistica di Antonio Zavatteri), l'indagine all'interno del testo, ma anche sulla scena, non è mai in alcun modo psicologica ma, piuttosto, giocando su profili bidimensionali, si affida alla psicologia spicciola, quella da strada, fatta di apparenze e finte verità pronunciate a mezza bocca per salvarsi da varie situazioni imbarazzanti. In una serie di vicende che si aggrovigliano l'una sull'altra alla fine il giallo si dipana su un filo svelato solo in chiusura che riguarda le origini dei due giovani coinvolti nella trama: Geraldine Barclay (di cui Mariagrazia Pompei fa il ritratto di una verace ingenuità e innocenza, piena di dignità e grinta) e Nick il Fattorino (un vibrante ed estroverso Pier Luigi Pasino).

Grazie a piccole bugie, la verità sfuma, l'interpretazione dell'agire umano in chiave psicologica, determina letture sempre più inverosimili, truci e morbose addossando patologie mentali a figure umane tratteggiate appena che in una serie di svestizioni e vestizioni si scambiano ulteriormente i ruoli in un festoso spirito carnevalesco.

Come in ogni parabola che si rispetti l'accumularsi delle bugie non può che portare alla rovina e solo la verità riuscirà a ripristinare l'ordine all'interno del caos. Ma ciò che sembra non è e ciò che è in realtà non sembrava, ma era: ovvero ci sono altre bugie da scoprire e il finale, seppur all'interno di un consolatorio happy end, punta ancora a quella schiera di bulimie sessuali che per tutto il tempo sembravano essere state partorite da una mente incapace di vedere se non gravi abusi e patologie, perché malata di protagonismo e successo, quella del dottor Rance («il successo editoriale sarà più facile con un doppio incesto», griderà euforico). Ma in realtà altre bugie celano un'incontinenza sessuale più spicciola e pervasiva che tocca tutti e non incontra mai ostacoli, né nella legge, né nelle vittime che si rendono complici. Con risata assolutoria annessa.

Lungo un ritmo decisamente sostenuto (ben retto da interpreti che risultano squadra affiatata), lo spettacolo scorre e si fa apprezzare, tra schiere di tulipani, che s'afflosciano e si raddrizzano anche loro smossi da inclinazioni sessuali verso i personaggi, e gli altri vivaci interventi scenografici di Guido Fiorato (radiografie come carta da parati) che ha generato uno spazio estremamente dinamico, ampio e al contempo surreale: come dice una battuta: «ma chi l'ha pensata questa stanza un pazzo?».

In un voluttuoso godi godi, il sesso sembra un passepartout più anelato del denaro (quasi assente dal testo e dalla scena), più pervasivo del linguaggio stesso e certo più comunicativo anche se, come afferma in una battuta la moglie ninfomane del dottor Prentice (una Mariangeles Torres un po' indecisa in un ruolo che la vorrebbe più osé e sfidante e meno casta), Mrs Prentice «i piaceri della carne durano così poco».

Alt, fermi tutti. Risate e applausi vengono interrotti da Ugo Dighero che ricorda la presenza del Centro Antiviolenza Provinciale all'uscita del teatro. Perché questo folle divertimento da palcoscenico non ci offuschi i sensi e la giostra di parole non azzeri quel po' di raziocino rimasto in circolazione - direi doveroso dati i tempi in cui viviamo.

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