Teatro Genova Martedì 3 aprile 2012

Genova. Paolo Flores d'Arcais alla Corte per i Dialoghi di Platone

Genova - Il viaggio veloce nel mondo di Platone si è concluso ieri sera, lunedì 2 aprile, ma «è stato un viaggio molto ben frequentato», ha precisato Aldo Viganò con la sua voce chiara, saggia e antica.

E poi i ringraziamenti sinceri perché il pizzico di malinconia con cui si chiude il ciclo, la soddisfazione della riuscita e il compiacimento per l’attenzione del pubblico sono stati possibili grazie a tutti coloro che hanno contribuito al buon fine dell’iniziativa, a cominciare proprio dal pubblico e a continuare con i tecnici, la segreteria, l’Urp del teatro, il personale di sala. E come ogni volta anche in questa occasione Viganò, da ottimo presentatore qual è, ha introdotto la serata in modo puntuale, ricordando che si sarebbe affrontato il tema della giustizia.

La giustizia, la temperanza, il coraggio e la saggezza (o prudenza) erano per Platone le virtù fondamentali, ci ha ricordato Viganò, le stesse che attraverso sant’Ambrogio giungeranno al pensiero cristiano e verranno chiamate cardinali. Proprio di giustizia - senza la quale nessuna vita virtuosa sarebbe possibile - parlerà Socrate con Critone negli ultimissimi giorni di vita. A introdurre la tematica, la lettura del Critone e – a sorpresa - del brano finale del Fedone, è stato un ospite gradito anche al grande pubblico per la chiarezza e la fermezza del suo pensiero: il filosofo Paolo Flores d’Arcais, direttore di MicroMega e collaboratore del Fatto quotidiano e di altre importanti testate giornalistiche italiane e straniere.

L’analisi della figura di Socrate, che il filosofo friulano ha delineato, ha permesso ai presenti di comprendere il motivo della condanna capitale e il significato implicito nella decisione di non sottrarsi alla pena, pur avendo la possibilità di farlo. Socrate è «il filosofo martire» per i più, che conoscono anche la ragione della sua grandezza: il sapere di non sapere che spinge a una ricerca costante attraverso il dia-logos. «Dove c’è un martire c’è sempre un carnefice», ha affermato Flores d’Arcais, ma «chi è il carnefice?»: «La democrazia ateniese».
L’Atene del quinto secolo, che spesso viene chiosata come la culla della democrazia, appare in questo caso come luogo del male. Come mai? Che cosa ci è sfuggito? Di Socrate, ha spiegato Flores d’Arcais, sappiamo molto, anzi moltissimo, ma quel che sappiamo è irrimediabilmente contraddittorio perché abbiamo tanti personaggi-socrate per quante fonti ne riportano l’opera: Aristofane, Platone, Senofonte e Aristotele sono le più importanti in assoluto.

Attraverso Introduzione a Socrate, un testo molto noto di Francesco Adorno, il maggiore studioso italiano di Socrate, Flores d’Arcais ci ha permesso di guardare e di leggere – dubbiosamente - il martirio di Socrate, nulla togliendo alla grandezza del filosofo ateniese ma semmai ridimensionando e comprendendo l’apparente follia di Atene che lo condanna a morte. Che cosa temeva Atene? E qual era invece l’obiettivo di Socrate? Dopo la guerra del Peloponneso Atene aveva vissuto la dittatura dei Trenta tiranni. All’alba del quarto secolo (Socrate muore nel 399) la democrazia era stata appena restaurata e non si poteva rischiare la ritrovata stabilità. Per molti cittadini la difesa delle istituzioni e dell’ethos tradizionale era necessaria e spingeva a condannare chi col dubbio scettico ne minacciava i valori riconosciuti che sembravano il fondamento della coesione della città. L’obiettivo di Socrate d’altronde non era di salvarsi ma di convincere Atene a far proprio un ethos diverso da quello tradizionale; un ethos per il quale l’acquisizione della virtù avvenisse attraverso il confronto reciproco e costante. Socrate proponeva insomma una «democrazia illuminista», in cui la ragione e la logica erano al di sopra degli dèi: esse stesse divinità.

La risposta che dà a Critone e al suo accorato invito a fuggire mostra d’altronde come in lui virtù e ragionamento siano tutt’uno. È proprio la ragione che lo spinge a ritenere che se non si riesce a persuadere i magistrati che il fatto imputato non costituisce reato si deve obbedire comunque alla sentenza, perché è il confronto che determina l’esito e all’esito bisogna rimettersi nel bene e nel male. Critone deve convenire sulla giustezza del ragionamento, che è una vera e propria dimostrazione di virtù in esercizio. D’Arcais ci ha presentato un Socrate dunque non lontano da quello descritto da Aristofane ne Le nuvole – seppur in quel caso con una feroce satira di stampo patriottico-conservatore. Un uomo dedito all’indagine concreta, a una metodologia di tipo scientifico in cui, come sostiene Adorno, l’interpretazione naturale dei fenomeni dissacra la natura stessa. Per questo Atene lo teme e per questo lo condanna a morte. Socrate è precursore della democrazia moderna che nasce per l’appunto, ha spiegato d’Arcais, dalla scienza e dall’eresia, dal principio di Grozio, etsi Deus non daretur, agire come se Dio non ci fosse, un’empietà vera e propria per gli antichi.

Affinché ci sia democrazia e affinché questa democrazia non sia il risultato di un voto, di una maggioranza, ma sia dia-logos continuo, confronto permanente, si devono costantemente addurre argomentazioni razionali che non possono essere influenzate da fedi e pregiudizi e dunque, ha concluso d’Arcais, «una democrazia basata sull’argomentazione deve esiliare dio dalla scena pubblica».
Un tale insegnamento – che era quello di Socrate - per una buona parte dei suoi concittadini era semplicemente eresia, era corruzione. Per il filosofo ateniese costituiva il criterio su cui basare la propria vita, per il quale rischiare la propria vita, perché se la vita non si può più vivere secondo i propri principi è giusto porvi fine. È un convincimento, questo, la cui eco risuona in tutto il mondo antico, che vive un rapporto sereno e razionale col suicidio.

L’analisi di Flores d’Arcais è andata ben oltre gli insegnamenti di Socrate. Ha chiuso il suo intervento con una riflessione che ha convinto per sostanza, chiarezza e logicità: dobbiamo rovesciare la celebre formula socratica se vogliamo rimanere fedeli all’insegnamento di Socrate stesso. Riconoscere di sapere di sapere, ammettere che oggi le scienze dure ci informano e ci illuminano su ciò che prima era ignoto, è un dovere. Cercare di rimuovere questo sapere infatti sarebbe un atto di pura ipocrisia e calunnia per indurre in errore, per consentire alle illusioni di sopravvivere: «Ecco, sapere di non sapere può diventare un tradimento di Socrate perché può diventare un alibi per cullarsi nelle illusioni». Magnifico a tal proposito il ragionamento di Flores D’Arcais sull’immortalità dell’anima. Un Socrate redivivo si sarebbe ritenuto soddisfatto della logica usata e non avrebbe posto altre domande.

Bravissimi i due attori, Massimo Venturiello, nei panni di Socrate, e Roberto Alinghieri, nel ruolo di Critone, che hanno coinvolto il pubblico, perfino commuovendolo.
Un’iniziativa da applaudire, un’esperienza da ripetere, un ciclo da riproporre. E un ringraziamento sentito anche dal pubblico.

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