Cinema Genova Venerdì 30 marzo 2012

Diaz: il film sul G8 a Genova in anteprima. La recensione

© diazilfilm.it
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Giovedì 29 marzo al Cinema Corallo di Genova è stato proiettato in anteprima nazionale il film di Daniele Vicari Diaz, non lavate questo sangue.
Lo ha visto per noi Paola Tavella, giornalista e scrittrice, autrice con Anna Laura Braghetti di Il Prigioniero (Feltrinelli) sulla prigionia e la morte di Aldo Moro, da cui Marco Bellocchio ha tratto il film Buongiorno, notte (leggi il blog di Paola Tavella su mentelocale).

Nel luglio 2001, mentelocale.it aveva pochi mesi di vita: il G8 è stato il primo grande evento che abbiamo seguito da vicino e che ci ha fatto avere una visibilità nazionale. Mentre il centro di Genova era tirato a lucido per il vertice tra gli otto grandi della terra, il resto della città sembrava un inferno irreale. Noi abbiamo documentato, minuto per minuto, le manifestazioni, i disordini e il dolore di una città ferita, abbiamo ascoltato le opinioni dei genovesi sconvolti dopo la guerriglia, siamo entrati nella scuola Diaz: clicca qui per guardare le foto terribili scattate da Giulio Nepi poco dopo il blitz della polizia.
A questo link, invece, ci sono oltre 250 articoli con cui mentelocale.it ha documentato quei giorni.

Genova - Diaz, non lavate questo sangue sarà nelle sale venerdì 13 aprile, ma il regista, Daniele Vicari, e il produttore, Domenico Procacci di Fandango, hanno voluto che l’anteprima fosse qui, a Genova, dove fra il 19 e il 22 luglio 2001, 500 mila persone si ritrovarono per contestare il G8 e per dire che un altro mondo è possibile.

La città venne spezzata in due, la zona rossa dove si riunivano i potenti venne blindata e resa inagibile. Dopo le prime manifestazioni del 19 luglio, i cortei del 20 e del 21 vennero provocati e caricati finché, in piazza Alimonda, venne ucciso un ragazzo di vent’anni, Carlo Giuliani. Ci furono 100 feriti, quasi 300 arresti indiscriminati, e 50 miliardi di lire di danni.
Quando tutto sembrava finito, oltre 300 agenti di polizia fecero irruzione in piena notte nella scuola media Diaz, una delle strutture che il Genoa Social Forum, il punto di raccordo organizzativo, aveva adibito a dormitorio per i manifestanti venuti da tutta Europa. L’irruzione fu spiegata con la necessità di disarmare pericolosi blackbloc, in realtà si sarebbe trattato di un puro sfogo sadico.

Scrisse The Guardian, il 17 luglio 2008: «in un corridoio ordinarono a un gruppo di giovani uomini e donne di inginocchiarsi, in modo che fosse più facile colpirli sulla testa e sulle spalle. Qui fu dove Daniel Albrecht, ventunenne studente di violoncello di Berlino, fu colpito in testa così brutalmente che fu necessario un intervento chirurgico per arrestare l'emorragia al cervello. Intorno all'edificio gli agenti roteavano i manganelli, impugnando la parte terminale per usare l'impugnatura ad angolo come un martello». E ancora: «un poliziotto si fermò a gambe larghe di fronte ad una donna inginocchiata e ferita, le spinse l'inguine in faccia prima di fare lo stesso con Daniel Albrecht inginocchiato accanto a lei; un agente interruppe le percosse, prese un coltello e tagliò i capelli alle sue vittime».

Tutto questo non vi verrà risparmiato dal film, basato evidentemente anche sulla ricostruzione fatta dal giornalista inglese Mark Covell, che ebbe un polmone forato, le costole rotte, sedici denti spezzati.
Alla fine dell’irruzione nella scuola Diaz c’erano 87 feriti, 93 arrestati, alcuni in ospedale dove venivano medicati. È ormai dimostrato dai media attivisti che fotografarono e filmarono, dai giornalisti accorsi davanti alla Diaz – come la sottoscritta – e dagli atti processuali che coltelli, bottiglie molotov, bastoni e spranghe furono portati alla Diaz dalla polizia per giustificare quella che il vicequestore Michelangelo Fournier definì «una macelleria messicana». I giovani che dormivano alla Diaz erano inermi, e completamente innocenti.
Erano inermi, innocenti e in gran parte feriti anche i 45 ragazzi che nel corso della stessa notte vennero torturati nella caserma di Bolzaneto da uomni e donne delle forze dell’ordine e perfino in infermeria.

Ieri sera al Cinema Corallo, gremito, c’erano il sindaco Marta Vincenzi, ai tempi presidente della Provincia, l'assessore alla Cultura Andrea Ranieri, il pm Francesco Cardona Albini, il presidente del consiglio comunale Giorgio Guerello, il direttore del Teatro Stabile Carlo Repetti, e ancora Haidi e Giuliano Giuliani, e molti che a vario titolo in quei giorni sono rimasti coinvolti in quella che è stata definita da Amnesty «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale».

Il film di Vicari è girato con mestiere, senza paura di risultare brutale. Usa senza inibizioni tutti i cliché del poliziesco all’italiana ma anche quelli della commedia, facendo in modo che le vicende vengano raccontate da più personaggi. Il mosaico si compone attraverso più sguardi e più situazioni, ci sono le belle ragazze straniere che lavorano al Social Forum, il ragazzo genovese per bene che è addetto alla logistica ma si innamora di una ragazza-clown e scappa via per portarsela a letto, così non piglia le botte alla Diaz, c’è un black bloc francese nero e dongiovanni che la passa liscia, e perfino un pensionato della Cgil che va a dormire alla Diaz e finisce in ospedale, c’è l’avvocato democratico (Ignazio Oliva, genovese. Quella notte era davanti alla Diaz pure lui e ha voluto fortissimamente lavorare in questo film) sconvolto che accompagna il primo testimone dal pm.
Ci sono i giornalisti stranieri che le buscano anche se tirano fuori i tesserini stampa, e poi c’è un giornalista bolognese che viene a Genova per fare il cronista d’assalto ma finisce assaltato (Elio Germano, la cui bravura non riesce ad aggiustare il personaggio un po’ ridicolo). E poi Max, l’ottimo Claudio Santamaria, che dovrebbe fare il poliziotto buono o almeno che ha dei dubbi, che dice Basta! ai suoi uomini, e perfino Sorry a due ragazze massacrate, ma è responsabile proprio quanto gli altri.

Il film ha il grande merito di ricostruire i fatti, anche alcuni che in quei giorni terribili sfuggirono alle cronache e ai genovesi, e di riproporci con rabbia l’inaudita e insopportabile violenza alla Diaz e poi a Bolzaneto. È una riparazione che viene dalla società civile e dagli artisti, e anche l’unica offerta alla memoria ferita di tutti, visto che nonostante l’incriminazione e l’implicazione dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, che negli anni successivi sarebbe stato prima condannato per istigazione a falsa testimonianza sui fatti della Diaz e poi prosciolto (novembre 2011) in Cassazione, le condanne finora sono state poche e miti, i reati andranno ben presto in prescrizione, nessun poliziotto è stato cacciato, e l’assenza del reato di tortura dal nostro ordinamento non permette di punire davvero i responsabili dell’orrore di Bolzaneto.

Più volte richiesta, una commissione parlamentare d’inchiesta non è mai stata istituita. Il film accenna appena alle responsabilità politiche, che pure furono enormi, ma del resto ci sono voluti tre anni per prepararlo e girarlo, fra mille difficoltà. In questo paese le istituzioni e la politica non sono mai stati in grado, o non hanno mai voluto, fare i conti con le pagine più dolorose della storia recente, mentre la cultura e l’arte hanno cercato forme di elaborazione dei lutti collettivi che hanno marchiato più di una generazione. Per gli anni della contestazione e della lotta armata, The Dreamers di Bertolucci, La Meglio Gioventù di Giordana, Buongiorno, notte di Bellocchio (per citarne solo alcuni) hanno tentato la via di una soluzione artistica laddove non ce n’è mai stata una politica. Diaz, non lavate questo sangue fa qualcosa di analogo. È un tentativo importante, una testimonianza di grande valore.

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