Libri Genova Venerdì 30 marzo 2012

Emila Marasco, il nuovo romanzo 'La distanza necessaria'

Genova - «Devi partire», insistette Pietro, «tu hai paura di partire, di allontanarti. Pensa a quanti viaggi hai rinunciato! Sono convinto che, invece, tu abbia una gran voglia di andare via perché, anche restando, fuggi sempre. Prova a pensarci. Decidi che c’è un motivo, qualcosa da cercare e vai».
Mara avvertì una nota dolorosa nel tono di Pietro. Si chiese se stesse cercando di allontanarla.

[….]

Fuggi sempre.
Le parole di Pietro le rimasero in testa.

[…]

Si allontanava per la prima volta nella sua vita, eppure riconosceva in sé una sensazione di sollievo, quasi una consolazione in quella partenza: stava dando un scopo alla sua eterna inquietudine.
Aveva salutato tutti, lasciando messaggi nelle segreterie telefoniche troppo tardi perché qualcuno potesse richiamarla: «Parto, vado in America, mi farò viva».
Aveva pochi amici, impegnati e introvabili; si parlavano al telefono, si incontravano raramente, si mandavano messaggi ed e-mail.
Ormai nessuno incontra più nessuno – pensava –, si è distanti perché ci sono mezzi per illudersi di essere vicini che offrono, invece, un modo per fuggire.
Si sentì parte di un popolo di fuggiaschi: pittori che non dipingevano, scrittori che non scrivevano, madri che non facevano figli... nessuno riusciva a trovare se stesso, nessuno riusciva a seguire la propria vera inclinazione, nessuno portava qualcosa a compimento.
Lei aveva incontrato il ritratto di Christina e aveva deciso di andare.

Non fuggiva, si allontanava.
Allontanandosi poneva fine alla propria inutile fuga quotidiana.
Lesse per l’ennesima volta la lettera della moglie del pittore. Grazie a lei sapeva qualcosa di più su Christina: unica figlia femmina di una famiglia del Maine, era stata per tutta la vita amica del pittore che l’aveva ritratta nel suo mondo con gli oggetti che la circondavano. Con la pittura aveva reso visibile un’esistenza anonima scandita dal lento scorrere del tempo: estate, autunno, inverno, primavera, estate, autunno...
La moglie del pittore aveva scritto un libro, una scelta di passi dalle lettere che Christina le aveva scritto in quarant’anni e un commento a tutte le immagini della donna disegnate e dipinte dal marito in quell’arco di tempo.

Mrs B. era stata molto gentile, aveva compreso il suo interesse per il quadro e apprezzato il desiderio di entrare nel mondo di Christina per poterne scrivere la storia, forse le piaceva perché era un metodo molto americano, pragmatico, poco immaginativo.
Le aveva procurato una stanza in affitto nel Maine, in una fattoria a poca distanza dalla casa di Christina, ormai di proprietà dei nipoti e sempre chiusa.

Sono certa che James, il nipote, non avrà nulla in contrario ad aprirla perché lei possa visitarla. È vuota, sono rimasti solo pochi oggetti perché tutti i beni di Christina e di suo fratello Alvaro sono stati venduti all’asta dopo la loro morte, ma io potrò raccontarle, ho diverse fotografie e naturalmente, ci sono i quadri di mio marito...
Le aveva dato alcune istruzioni per il bagaglio: Gli inverni sono rigidi, con frequenti bufere di neve, e i periodi di pioggia sono interminabili. Il vento è infaticabile. Le estati sono afose. Le consiglio un corredo di abiti pratici. Nel Maine le occasioni di mondanità sono improbabili.

Le aveva inviato una fotografia della casa, una maestosa costruzione che dominava, da una collina, il panorama sull’estuario del St. George in una baia punteggiata di isole.
Pietro l’aveva accompagnata all’aeroporto.
«Ti manderò una cartolina».
«Mandami una fotografia».
«Una fotografia? Di cosa, della casa?».
«No», aveva sorriso, «una tua fotografia in un campo di grano...».
«... con un vestito rosa!», aveva concluso lei ridendo.
Lui non aveva scherzato, sapeva che da quando lei aveva visto Christina nel quadro era animata da un’inquietudine difficile da decifrare che la spingeva sulle tracce di qualcosa cui poter dare un volto, un nome, una storia. Sembrava che la tensione di Christina si fosse trasferita su di lei.
Christina, nel quadro, era ferma ma tesa, quasi percorsa da uno scatto interiore nel guardare la casa, una presenza con una fisionomia, un nome – casa Hathorn fin dal Settecento –, una storia.

Prima tappa: New York. Non l’aveva mai vista ma non si sarebbe fermata, un altro volo l’avrebbe condotta in Pennsylvania, a casa del pittore.
Sull’aereo Mara ebbe un brivido di malinconia, si strinse nella giacca, infilò una mano in tasca cercando un sassolino che portava sempre con sé. Era bianco e liscio, l’aveva raccolto su una spiaggia un pomeriggio di primavera: era appena spiovuto e le pietre luccicavano, pulite dall’acqua, aveva stretto nel pugno quel sassolino passeggiando con un uomo che salutava e con il quale non sarebbe partita. Andrea era un fisico. Aveva trovato lavoro in un centro di ricerca in Colorado; tre anni, poi, forse, sarebbe ritornato in Europa. Si conoscevano da sei mesi, pochi per decidere di andare via con lui.
«Parti con me», le aveva chiesto. Non aveva risposto, aveva preso tempo, si era rifugiata nella casa di sua nonna vicino al mare.
Lui l’aveva raggiunta ma non era riuscito a convincerla. Da quel giorno aveva cominciato a confondere la malinconia con il rimpianto, tuttavia il sassolino era diventato il suo amuleto.
Cercò di dormire.

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