Teatro Genova Martedì 27 marzo 2012

Giulio Giorello racconta Platone al Teatro della Corte

Genova - Un tavolino basso accanto a una sedia comoda, più in là due leggii e dietro un grande schermo che restituisce l’immagine anche al loggione. Così le serate di filosofia al Teatro della Corte. E il palcoscenico in cui si agisce è ancora quello de La scuola delle mogli.

Una serata, il 26 marzo 2012 al Teatro della Corte, tra le più riuscite. Giorello era in splendida forma: chiaro, comprensibile e simpatico. Un oratore ponderato e prudente, che ha saputo toccare i tasti giusti pur se l’argomento non era tra i più facili. Giulio Giorello è un filosofo della scienza, ben noto anche al grande pubblico. «Una personalità chiave nel campo della conoscenza scientifica» ha detto Aldo Viganò presentandolo. Qui non si discute certo della sua capacità teoretica, ma di quanto sia riuscito a dare al pubblico. Dobbiamo ammettere che è stato il più misurato tra i quattro già intervenuti. Non ha preso posizione, si è mantenuto a giusta distanza, ha permesso anche ai non addetti ai lavori di comprendere.

La sala era piena, ma non stracolma come nelle altre occasioni. Forse la tematica ha spaventato un po’. E invece ha fatto bene chi non si è lasciato ingannare da un titolo tanto importante come Scienza e reminiscenza. Anche questa volta gli attori, Massimo De Francovich, Roberto Serpi e Massimo Malagugini, hanno interpretato i personaggi dei tre dialoghi platonici – Timeo, Teeteto e Menone - entrando nel ruolo in modo aderente.

Si è iniziato con la lettura di un breve brano del Timeo. Giorello ha spiegato come questo dialogo sia considerato tra i più difficili di Platone, anzi Bertrand Russell sosteneva che era indigeribile.

«Siamo nel grande teatro del mondo», sostiene il filosofo, un cosmo che sembra creato da un Artefice sul modello delle idee intellegibili che i Greci chiamano Matematica. Platone affermava infatti che il Demiurgo aveva costruito il cosmo, l’ordine del mondo, in base alla geometria, in base a linee e punti e forme, bidimensionali e unidimensionali, che nella nostra terra non possono esistere perché ogni cosa è mischiata alla materia. La Terra è dunque costruita sul fondamento di queste idee che non sono terrestri, non sono di questo mondo. Per tale ragione il filosofo aveva fatto incidere sulla porta dell’Accademia Non entri chi non sa di geometria. Un grande lascito: nell’Atene del quinto secolo è cominciata l’avventura della conoscenza scientifica, della dimostrazione, della prova e l’avventura non ha avuto fine perché c’è sempre qualcosa che non torna, qualcosa che desta meraviglia, «per un Greco è il dolore dell’ignoranza», spiega Giorello.

Il metodo socratico, che durante la lettura del Teeteto chiarisce lo stesso Socrate facendo riferimento al lavoro di levatrice di sua madre e sostenendo che lui stesso fa partorire le anime gravide di conoscenza semplicemente domandando, ha il compito di lenire questo dolore. E che a volte si possa errare – si debba abortire - il filosofo milanese lo dimostra con Galileo Galilei, che con il suo principio di relatività aveva provato come la sensazione non potesse essere considerata metodo conoscitivo inconfutabile come invece sostenevano gli aristotelici e gli anticopernicani, eppure poi si era convinto, proprio perché così sembrava essere dall’esperienza percettiva, che le maree fossero causate dal movimento della terra.

Ha icasticamente sostenuto Giorello: «È questo un esempio di parto della fantasia, di gravidanza isterica», ma dimostra anche come sia difficile la ricerca della verità, come sia necessario rivolgersi costantemente alla levatrice. Dobbiamo sempre correggere il nostro punto di vista, rivolgerci alle idee, «a questi principi che sono essenze prive di causa», come dice Platone, per farci guidare, «per far sì che ciò che è implicito nei nostri asserti diventi esplicito», che le conseguenze siano chiare. Tutti i filosofi, dall’antichità alla contemporaneità, sono legati «a quell’umile mestiere della levatrice, che però così tanto di bene ha fatto nell’avanzamento della conoscenza scientifica».

Molte le battute del filosofo, sin dall’inizio, che hanno spinto il pubblico a un coinvolgimento più familiare anche se sempre molto serio. Alla fine della lettura del Menone, dopo il brano in cui Socrate fa in modo che lo schiavo giunga -soltanto attraverso lo sprone di continue domande- a dimostrare il teorema di Pitagora, Giorello ha iniziato il suo terzo e ultimo intervento affermando: «Averne avuti di insegnanti come Socrate!» e il pubblico ha applaudito sonoramente. Poi si è soffermato su alcune riflessioni di Socrate, a cominciare dal dubbio che instilla nello schiavo sul proprio sapere che non arreca al ragazzo alcun male, anzi è di per sé un bene, e sulla conoscenza come reminiscenza, come memoria.

Su questo punto Giorello ha concluso in maniera brillante, prima ricordando i grandi miti che negli incontri passati il pubblico genovese ha ascoltato – la biga alata, il mito di Er - e poi spiegando che essi rappresentano delle grandi immagini che Platone ha usato per far capire come la natura della conoscenza sia legata all’immortalità dell’anima. «Ma questa non è l’unica via obbligata per leggere Platone», spiega Giorello. Forse è la via che ha sedotto il cristianesimo, ma di certo non Darwin, per esempio, il quale scriveva di essere d’accordo con Platone, bastava fare soltanto un piccolo cambiamento quando lo si leggeva: sostituire tutte le ricorrenze in cui compariva soul – anima - con monkey, scimmia. Per i materialisti, insomma, la reminiscenza non era la dimostrazione dell’immortalità dell’anima o a essa dovuta, ma era scritta nella storia evolutiva dell’uomo e dunque ereditata filogeneticamente da ogni individuo.

Ricordando un passo del Menone, ha così chiuso Giorello: «Qualunque sia la conclusione, sappiamo che queste congetture potrebbero un giorno essere ribaltate, c’è un punto che non dobbiamo dimenticare del dialogo platonico: 'In questo mondo vale la pena cercare quello che non si sa, si diventa migliori, più forti e meno inetti che non se credessimo che sia impossibile trovare ciò che non si sa e che quindi non se ne debba far ricerca. È questa l’unica certezza per la quale sono disposto a combattere'. È questa l’essenza della libertà dei filosofi».

Bravi anche gli attori, il cui compito non era per nulla facile. A un certo punto – durante la lettura del Menone - hanno dovuto muoversi tra leggii e lavagna, disegni geometrici e linee da indicare, fogli da leggere e gesti da rappresentare. Ho creduto che stavolta Socrate avrebbe rinunciato, ma ancora una volta è riuscito a far partorire lo schiavo.

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